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La tarantina - L’ultimo femminiello   di Luigi Rezzuti   Fu cacciato di casa all’età di nove anni e la sua unica scuola fu il marciapiede. Per le...
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GIUSTIZIA E POLITICA   di Sergio Zazzera   Il sistema statunitense di amministrazione della giustizia – che non saprei dire se possa essere definito...
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IL CALCIO E’ CORROTTO E MALATO   di Luigi Rezzuti   Purtroppo il calcio, il più bel gioco mondiale, seguito dalla maggior parte delle persone, è...
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Caccia al tesoro   di Luigi Rezzuti   A chi non è mai capitato di non ricordare dove si è conservato un oggetto a cui si è particolarmente...
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Illustri illustratori: i Matania   di Antonio La Gala   Càpita spesso di incontrare, fra gli artisti figurativi napoletani, vere dinastie. Fra i...
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Spigolature   di Luciano Scateni   Audience tv: tutto si fa per te Ma datevi una regolata. Il potere di condurre talk show, seguiti da qualche...
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Articoli

TEATRO BOLIVAR 2

TEATRO BOLIVAR - stagione 2016/2017

direzione artistica David Jentgens ed Ettore Nigro

 


TERRAMIA | musica e teatro di tradizione

NUOVEVELE | teatro di innovazione

B.AUTHOR | danza d’autore | a cura di Danza Flux

 

Da tempo stiamo provando la rappresentazione

ma il guaio è che non siamo sempre gli stessi.

Molti sono già morti, altri cambiano sesso,

mutano barbe volti lingua o età.

Da anni prepariamo (da secoli) le parti,

la tirata di fondo o solamente

“il signore è servito” e nulla più.

Da millenni attendiamo che qualcuno

ci saluti al proscenio con battimani

o anche con qualche fischio, non importa,

purché ci riconforti un nous sommes là.

Purtroppo non pensiamo in francese e così

restiamo sempre al qui e mai al là

Eugenio Montale (“Qui e là”, da “Satura II”)

 

«Bisogna pensare che l'unico modo di fare teatro sia il proprio, ma bisogna sapere che esistono molti altri tipi di teatro». Questo è ciò che mi disse Moni Ovadia anni fa, un pensiero che può modificare il modo di guardare al teatro. È stato proprio questo il motore da cui è partita la costruzione della stagione teatrale 2016/17, divisa – non a caso – in tre sezioni. È sempre più complesso distinguere cosa sia teatro e cosa non lo sia o individuare il “buon teatro”, che sia esso di innovazione, sperimentazione, tradizione o altro, ma qualsiasi tipologia, se fatta con onestà e professionalità, sarà in ogni caso un “buon teatro”. Lasciamo poi al pubblico la meraviglia di partecipare al gioco e di decidere per sé ciò che gli piace, gli è utile e lo diverte.

Ettore Nigro dal 24 al 27 novembre 2016

 

CANTAMI, O DIVA…

Storia di famiglia, onore e tracotanza

Nuova sceneggiata tragica-familiare

uno spettacolo scritto e diretto da  Carmine Borrino

con Marianna Mercurio, Carmine Borrino, Rosario D’Angelo, Giusy Freccia

 

elaborazioni e composizione musicale Mariano Bellopede; scene e costumi Annalisa Ciaramella; disegno audio Fiorentino Carpentieri; disegno luci Giuseppe Notaro; aiuto regia Rossella Amato; organizzazione e distribuzione Gianluca Corcione; amministrazione e consulenza Beatrice Baino; foto di scena Tiziana Mastropasqua; una produzione ass. FdV & Crasc teatro di ricerca in collaborazione con Artgarage Teatro

 

Se è vero che il Mito è considerato una storia sacra,  quindi una “storia vera”, perché si riferisce sempre alla realtà, è sempre il momento opportuno per raccontarlo e rappresentarlo. Infatti era il 2008 quando una donna di camorra, moglie di un potente super boss, decide di pentirsi e collaborare con lo “Stato” e la “Giustizia”, così da ritrovarsi al cospetto della prima “regina” di camorra che denuncia il suo clan, sferrando un colpo mortale e definitivo al proprio “re”. Pochi mesi dopo la comunicazione ufficiale del “pentimento” della donna, trasmesso dai principali telegiornali del paese, l’unico figlio maschio, agisce di contro la madre, sparandole e vendicando così il tradimento/assassinio del padre. Il gesto del giovane figlio sembra ripetere l’atavica reazione del mito di Oreste, tanto significativo, da annullare la distanza temporale dal racconto del mito alla contemporanea camorra 2.0. Corsi e ricorsi storici? No, certamente. C’è dell’altro. Tanto altro: una società costituita e arcaica come quella camorristica, convivente e connivente con una società fondata sulla sovranità del  Diritto; quello stesso Diritto che nasce con la tragica saga degli Atridi, ma che ancora in epoca postmoderna, stenta a farsi lezione per una “new-polis”, dove il fallimento dell’uomo nuovo-imbarbarito ancor più si manifesta, rendendolo schiavo di una nuova hybris.

È certamente anche una questione di cultura mediterranea, che ancora oggi è fortemente impregnata dei grandi archetipi greci: l’Hybris (tracotanza), il ghènos (famiglia), il timè (l’onore) che sembrano essere i punti lontani e profondi su cui si poggiano ancora oggi le organizzazioni malavitose; un parallelismo antropologico riconosciuto, che certo non vede più come protagonisti eroi e dei, ma uomini e donne rigenerati dall’ignoranza e dalla malvagità, rifiutandosi di emanciparsi, complice la distrazione, l’indifferenza, lo svuotamento ideologico della “new-polis” che alimenta ancora di più, il risveglio di istinti e spiriti primordiali.

Lo spettacolo è una riscrittura dell’ Orestea di Eschilo, che, partendo da un fatto di cronaca, arriva e porta in superficie, nessi e connessi tra la cronaca dei nostri giorni e il mito degli Atridi, per una messa in scena incentrata sull’intenzione estetica che da quattro anni provo a perseguire (presente in altri due precedenti lavori - intercity Plus/ Core spezzato), che si basa sull’esperienza della forma sceneggiata, tentando un superamento formale del genere, riproponendolo in chiave più contemporanea. Un triangolo- paradigma di un isso/a, essa/o e ‘a/’o malament’, sfruttando la composizione drammatica, una canzone che sia cellula drammaturgica ( la canzone ‘e ppentite di L.Bovio), il feticcio che diventa metateatro, ma principalmente i tre punti fondamentali su cui si basa la sceneggiata, ma anche la tragedia eschilea: tre punti significativi che sono i pilastri, le fondamenta della mia rielaborazione, per una drammaturgia a tre strati (riferimento classico, cronaca contemporanea, messa in scena) tre punti nevralgici per tre snodi comuni che sono: Hybris ( camurrìa), Ghènos (famiglia), Timè (onore).

Carmine Borrino

30 dicembre 2016 data unica

 

TARANTERRA

 

di Mimmo Grasso

regia Massimo Maraviglia

 

conEttore Nigro

 

eAnna Bocchino, Clara Bocchino, Libera Carelli, Sara Cotini, Emanuele D'Errico, Giulia De Pascale, Rebecca Furfaro, Raimonda Maraviglia, Monica Palomby, Teresa Raiano, Dario Rea, Riccardo Sollazzo

 

musiche Andrea Tarantino; voce soprano Lesly Visco; trainer Caterina Leone; grafica Luca Serafino; ufficio stampa Rita Felerico, una produzione Asylum Anteatro ai Vergini

 

taranterra è la messa in scena dell’omonimo testo poetico di Mimmo Grasso. Un testo che non nasce per il teatro ma che contiene al suo interno straordinarie suggestioni visive tali da richiedere naturalmente una sua riscrittura in chiave scenica. Nell’allestimento proposto, nato dal lavoro di un anno di ricerca e di prove svolto all’interno del gruppo di Asylum Anteatro, gli attori danno vita agli oggetti, ai quadri e ai loro abitanti evocati dai versi, servendosi esclusivamente dei propri corpi, di tammorre, bastoni e tessuti. Con questi soli elementi, si trasforma e ridisegna lo spazio dell’azione, evocando ora la tenda nel deserto di un anacoreta, ora una processione, una penultima cena, una piazza d’armi, una distesa assolata di grano, un formicaio, un tempio, un pantano, una giostra, un giaciglio, una fossa, un solo luogo di ricongiungimento e a un tempo di separazione.

taranterra rimanda attraverso i simboli, le immagini e le parole che costituiscono la sua struttura, alle esperienze liminali di ogni uomo: la nascita, la tenerezza materna, le ferite d’abbandono, la necessità del conflitto, l’incontro con l’altro/a, il ricongiungimento, il confronto ultimo con sé stessi e con ciò che si è raccolto e riporta tutto questo alla storia irraccontabile dell’istante in cui un uomo (o l’uomo?) nasce/muore/nasce, o forse dell’attimo in cui l’eterno ritorno si trasmuta per sempre in ricordo placato, senza rancore, guarito.

L’allestimento ha debuttato il 21 giugno 2012 a Nola e ha poi girato per numerosi siti archeologici e/o d’interesse altamente culturale dislocati in Campania, adattando di volta in volta la sua struttura di base al luogo ospitante ed acquisendo così, ogni volta, un “colore” e un respiro diverso. Oltre cinquanta repliche ad oggi, più di quattromila spettatori, il loro consenso e quello della critica e delle istituzioni che lo hanno moralmente patrocinato danno a questo spettacolo motivo di replicarsi ancora.

 

Massimo Maraviglia

(Ottobre 2016)

 

7 e 8 gennaio 2017

 

PARTHENOPE

L’amore ai tempi dei naufragi

 

scritto e diretto da Federica Altamura e Biagio Musella

con Federica Altamura, Arianna Dell'Orfano, Federica Natangelo, Viola Russo

 

scene e costumi Francesca Strino

 

Ispirato al mito di Parthenope – sirena dalle cui spoglie si dice sia nata la città di Napoli – lo spettacolo, rivisitando la storia, viaggia su due binari paralleli che raccontano i destini di due figure apparentemente diverse ma, in realtà, tragicamente simili. L’una, Penelope, moglie fedele, il cui amore per Ulisse la costringe ad una tormentata ed agonizzante attesa, celata a fatica nelle sue parole; l’altra, Parthenope, amante ferita, il cui amore per Ulisse la tormenta a tal punto da condurla alla distruzione. Ci troviamo così di fronte a due facce di una stessa medaglia, l’Amore. Diverso quindi l’approccio delle due donne all’amore come diversi sono i mondi di appartenenza.

Penelope è una donna ironica e “spontuta”, tipica mamma napoletana, premurosa nei confronti dei figli e devota al marito oltre misura, impiantata in un contesto popolare fatto di “bassi”, pettegolezzi e ragù. Parthenope, invece, è immersa in un contesto familiare bizzarro in cui viene completamente ribaltato il mito della sirena, figura diabolica, mangiatrice di uomini dalla voce angelica. Stonate, sciocche e impacciate, dai profili surreali e fiabeschi sono infatti le altre sirene con le quali Parthenope si trova a condividere la sua solitaria esistenza, elementi questi capaci di dar vita a continue situazioni comiche all’interno della vicenda.

Nello spettacolo la parola si fonde al movimento del corpo. Infatti, grazie alla capacità degli interpreti, membri di Immaginaria, compagnia di teatro danza aerea che da anni opera sul territorio rappresentando ormai una realtà affermata, le sirene volteggiano sui tessuti aerei ricreando le atmosfere proprie degli abissi marini riprodotti dalla mano sensibile della pittrice Francesca Strino, alla quale sono affidati scene e costumi. Allo spettatore sembrerà di trovarsi di fronte ad un enorme quadro, un dipinto dinamico, vivo, in cui le sirene si confondono con gli elementi pittorici, l'astrattismo della pittura si mescola alla carnalità dei corpi e la realtà e la finzione diventano indissolubili.

 

Federica Altamura e Biagio Musella

 

 

dal 20 al 22 gennaio 2017

 

I PRIMI 100 ANNI DI EDITH PIAF

 

regia Pino Di Buduo

 

con Nathalie Mentha

 

spettacolo in lingua italiana, canzoni in lingua francese

una produzione Teatro Potlach - laboratorio di ricerca e sperimentazione teatrale dal 1976

 

Lo spettacolo è un viaggio musicale nella Francia degli anni Trenta - Cinquanta attraverso le canzoni di Edith Piaf. Storie di vite nate nell’ambiente della malavita francese, storie di donne innamorate,  storie di passioni, di sogni, di ricordi. È il racconto di un’epoca, il 1939, un momento storico di grande fermento in tutta l’Europa. È l’epoca delle poesie di Jacques Prévert, delle fotografie di Cartier-Bresson, dei racconti teatrali di Jean Cocteau, dell’arrivo della seconda guerra mondiale che decima tante famiglie, delle musiche dei film di Charlie Chaplin, delle immagini e dei personaggi del film Roma Città Aperta di De Sica, della Resistenza francese, della lotta per la vita, per l’amore.

Il tema dello spettacolo, l’anima che lega le storie, e forse ancora di più l’anima di Edith Piaf sembra essere: «non smettere mai di credere nell’amore qualsiasi cosa succeda».

 

Pino Di Buduo

 

Lo spettacolo è stato presentato in Messico, India, Brasile, Giappone; nel 2015 in USA a Bethlehem (Pensylvania) e a San Antonio (Texas).

 

 

 

 

dal 3 al 5 febbraio 2017

 

CLOSER

 

di Patrick Marber

regia Alex Sassatelli

 

con Alessandra Caviglia, Federico Giani, Melania Genna, Alex Sassatelli

 

una produzioneTeatro If

 

Ci restano solo poche scuse dette con troppe parole; l'importante ci sfugge di mano. Ecco che cos'è Closer, un testo teatrale scritto con parole specifiche radicate nei nostri sentimenti. Il romanticismo, se mai è esistito, ora non esiste più, e se si manifesta è solo chiacchiera ridicola, vano parlare psicanalitico. Perché siamo noi i personaggi di Closer, individualità perdute nella ricerca di un senso, disperatamente aggrappate a una qualsiasi mano che ci salvi dall'abisso delle solitudini. Non ci resta che l'inganno come soluzione, ma non riesce mai a bastarci. Cerchiamo le verità per poi soffrirne, l'assoluto senza comprenderne la crudeltà. E infine come bambini piangiamo, perché in fin dei conti, siamo solo vittime della nostra imperfezione, dei nostri desideri, all'interno di un universo troppo complesso per la nostra misera razionalità.

Siamo vicini, ma mai abbastanza e quelle poche parole che conosciamo fluttuano nell'aria senza che noi ne comprendiamo il vero significato. “Ti amo” dice Dan a Alice; lei ribatte: “Dove?”. E non c'è domanda più azzeccata. Perché “dov'è il nostro amore?”. Nella chiacchiera, nelle nostre parole, nei sentimenti, nelle azioni, nell'eterno gioco di forze del possedersi, in quell'inganno che portiamo avanti sempre credendo di essere dalla parte del giusto, delle vittime, convinti di aver capito? Ma non resta altro che incomprensione e solitudine, quel vuoto dentro di chi non ha condiviso ma ha solo preso e il disperato bisogno mai appagato di sentirsi più vicini.

 

Alex Sassatelli

 

dal 3 al 5 marzo 2017

 

UN CALCIO IN BOCCA FA MIRACOLI

 

di Marco Presta

adattamento e regia Massimo Maraviglia

 

con

Giancarlo Cosentino (Vecchiaccio)

e con Cristina Aubry (la Portiera e Anna), Mario Migliaccio (Ragazzo)

 

hanno collaborato Sabrina Bonomo, Antonio Minichini, Armando Alovisi, Patrizia Visone, Canio Fidanza, Luca Serafino;produttore esecutivo Stefano Sarcinelli; una produzione laPrimAmericana

 

Adattamento del materiale narrativo e regia sono stati aspetti simultanei di uno stesso processo. Ho scritto e immaginato a un tempo cosa sarebbe accaduto in azione, ponendomi il compito di valorizzare al massimo la componente umana e relazionale dei personaggi, che credo sia la parte più interessante di questo materiale narrativo, cercando in essi quel fondo di verità che non ha a che vedere né con realtà né con finzione.

Pochi effetti speciali, pochi oggetti, misura ed equilibrio nella scansione quasi musicale dei momenti, dosaggio nell’alternanza dell’elemento comico con quello riflessivo, regia invisibile direi e pienamente al servizio degli attori, della cura dei loro gesti e delle loro traiettorie, a disegnare un reticolo di affetti e di emozioni che si dipana tra gli interstizi delle parole, pensando a una messa in scena che facesse del sorriso un’opportunità per pensare e del pensiero un’opportunità per sorridere.

Massimo Maraviglia


Conosco Giancarlo Cosentino dai tempi in cui frequentavamo insieme l’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, siamo amici, fratelli, sodali. Lui è diventato un bravissimo attore, io dico scemenze per radio. Ci vediamo meno di quello che vorremmo, ma l’amicizia è rimasta la stessa, con qualche capello bianco in più (lui, perché io, purtroppo...). Quando mi ha detto che aveva avuto l’idea di una trasposizione teatrale del mio primo romanzo Un calcio in bocca fa miracoli sono stato felice, sia perché mi piace l’idea che sia lui il vecchiaccio di cui parlo nel libro, sia perché si tratta di un’opera (perdonate il termine) pensata, più o meno inconsciamente, per il palcoscenico.

Il protagonista parla in prima persona, si tratta di una sorta di monologo in cui l’anziano personaggio principale si rivolge direttamente al pubblico, raccontando la propria esistenza e il curioso, spigoloso punto di vista che ha maturato sul mondo. È un uomo che ha distrutto tutto ciò che amava, è stato un pessimo padre e marito, un mediocre falegname, un amico inaffidabile e scorretto. La vita, però, attraverso la figura dell’inseparabile Armando, gli offre la possibilità di riscattarsi in extremis. Trasformare l’affabulare solitario del vecchiaccio in azione scenica, questa è la sfida che Giancarlo e il regista Massimo Maraviglia si sono posti, facendo diventare rappresentazione dinamica un amaro, divertente soliloquio. E a mio giudizio, ci sono riusciti.

 

Marco Presta

 

 

dal 10 al 13 marzo 2017

 

LUV...AMORE NON BUTTARTI GIÙ

 

tratto da Murray Schisgall

regia Lucio allocca

 

con Laura Borrelli, Rosario D'angelo, Ettore Nigro

 

una produzione Teen Théâtre

 

In un luogo “periferico-metaforico”, un ponte su  un fiume di una grande città, che si intravede da lontano, si intrecciano le storie personali e di coppia dei tre protagonisti. I personaggi, lontani dalla realtà che li circonda, “sospesi” tra il “rappresentarsi” e il “confessarsi”, tra realtà e finzione, in un altalenante ambiguità, sono tutti compresi nel tentativo difficile, schizofrenico e nevrotico, di comporre la propria esistenza. La commedia è “sospesa” tra la “Dark Clownerie” e lo stile di scrittura di Woody Allen.

 

Lucio Allocca

 

 

dal 27 al 30 aprile 2017

debutto nazionale

 

SULLO STESSO PIANEROTTOLO

spettacolo senza uso di parole

 

drammaturgia, regia e spazio scenico Giovanni Meola

cast in via di definizione

 

costumi Annalisa Ciaramella; assistente alla regia e organizzazione Napoleone Zavatto; una produzione Virus Teatrali

 

 

Tre coppie sono vicine di casa, sullo stesso pianerottolo.

Tre coppie ancora senza figli.

Tre coppie apparentemente normali.

Ma… cos’è normalità e cosa non lo è?
Scavando in ognuna di esse troveremo felicità e infelicità.

Intrecciando traiettorie e sguardi si mescoleranno tra loro.

Tre coppie che fanno le stesse cose ma che hanno reazioni assai diverse. Tre coppie che scoppiano, poi si riaccoppiano, poi scoppiano ancora.

 

La relazioni sentimentali sono tutte uguali.

Le relazioni sentimentali sono tutte diverse.

Le dinamiche di coppia affrontate attraverso un girotondo di inizio, apice e fine comuni a tutti coloro i quali hanno avuto più relazioni nella propria vita, ovvero a quasi tutti.

Sullo stesso pianerottolo mostra un’umanità apparentemente simile, che fa cose apparentemente simili, che ha reazioni abbastanza poco simili ma sicuramente mai prevedibili.

 

La musica porterà drammaturgicamente avanti la storia, la indirizzerà, la stravolgerà, la farà deviare e poi tornare sulla strada maestra. I corpi e gli sguardi faranno il resto.

 

Cosa si nasconde in fondo dietro le porte delle nostre case-fortino?

Giovanni Meola

 

 

dal 12 al 14 maggio 2017

 

LA TEMPESTA

di William Shakespeare

nella traduzione di Eduardo De Filippo

regia Michele Schiano di Cola

 

con Gennaro Di Colandrea, Michele Schiano di Cola, Floriana Cangiano, Nuvoletta Lucarelli, Maurizio Azzurro, Riccardo Ciccarelli, Davide Mazzella, Paolo Fabozzo

 

scene Armando Alovisi; costumi Zerosette Settezero, una produzione Marina Commedia

 

 

L’operazione di traduzione e riscrittura che fa Eduardo De Filippo è geniale. Riesce a restituire al linguaggio Shakespeariano, spesso martoriato da traduzioni auliche, figlie del melodramma e di un perbenismo tutto italiano, la dignità e la bellezza e la vita che solo la poesia di Shakespeare possiede. Da teatrante, Eduardo, usa un linguaggio popolare, concreto, ma da scrittore usa il verso e la rima, innalzandolo a poesia, restituendo quella complessità fatta di bellezza e comunicatività che io immagino dovesse avere il teatro di Shakespeare.

L’allestimento, non naturalistico, racconta un non luogo e un non tempo. La scena è costituita da una grande rete che avvolge tutto il palcoscenico, e da tre pedane che di volta in volta evocano i diversi spazi. I costumi hanno un taglio genericamente antico ma il materiale è contemporaneo.                                  Nuje simme fatte cu la stoffa de li suonne dice Eduardo; e proprio questa ineffabile mutevolezza dell’animo umano è il fuoco di tale prospettiva registica. Le relazioni tra gli uomini, l’amore e le sue degenerazioni, l’odio, la vendetta, la possessione, la ribellione, la volontà di potenza, sono trasversali in tutti i personaggi dell’opera. Ogni uomo o donna, in questo testo, è vittima delle proprie passioni, persino Prospero, che sembra avere il controllo degli elementi e dei destini degli altri, cade ingabbiato nella propria stessa rete, diventando vittima del proprio stesso disegno, delle proprie stesse pulsioni.

 

Michele Schiano di Cola

 

dal 25 al 28 maggio 2017

MOLTO RUMORE PER NULLA

di William Shakespeare

regia David Jentgens

 

Ho una sfida personale con Molto rumore per nulla di Shakespeare. Sono cresciuto con il film interpretato da Emma Thompson e Kenneth Branagh, ho studiato questo testo di Shakespeare durante il master a Londra e ho fatto costruire un intero teatro in Bavaria -  Im Park Theater Aschau – proprio per la rappresentazione di Molto rumore per nulla. Anche io mi chiedo spesso se sono molto rumore per nulla visto che mi piace sognare e condividere con altri i miei sogni e a volte il risultato è un nulla ma non posso smettere di fare rumore.

 

David Jentgens

 

 

Si ringrazia il B&B Miseria e nobiltà per l’ospitalità degli artisti | www.bbmiseriaenobilta.it

Info

Il teatro Bolivar è in via Bartolomeo Caracciolo 30, Napoli;

a pochi passi dalla metropolitana Linea 1 – fermata Materdei

 

Prezzo biglietto 15 intero, 12 ridotto, 10 gruppi

Per info 081 544 26 16 – www.teatrobolivar.com

 

 

 

Ufficio Stampa

HERMES COMUNICAZIONE

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Gianmarco Cesario (3804932026)

Antonio Mocciola (3920368048)

(Ottobre 2016)

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