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SI E’ CONCLUSO IL GIRONE D’ANDATA DEL CAMPIONATO DI CALCIO   di Luigi Rezzuti   Ad aggiudicarsi il girone d’andata è stata, come da previsioni, la...
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Spigolature   di Luciano Scateni   Sul ponte di Messina “…lor si daran la mano” Identità di promesse tra Dem e Forza Italia.   Sì, no, se, ma,...
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AVERSA COMPIE 994 ANNI                                       Aversa celebra il suo 994° compleanno con una “Due giorni” organizzata dall’Associazione...
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LA SAGRA DELLA CASTAGNA   di Luigi Rezzuti   Ottobre e novembre sono i mesi delle castagne e la nostra Regione offre l’imbarazzo della scelta per...
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La Prima Edizione de “Il Presepe Vivente” a Boscotrecase (NA) nell’antica contrada Oratorio Una straordinaria occasione per conoscere vecchi mestieri e...
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Miti napoletani di oggi.61 IL "DIVARIO TRA LE CLASSI SOCIALI"   di Sergio Zazzera     Mai come a Napoli si è fatto registrare in maniera tanto...
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PREMIO NAZIONALE DI POESIA "SALVATORE CERINO"     (Dicembre 2018)
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Articoli

Per grazia non ricevuta

Per grazia non ricevuta

 

di Antonio La Gala

 

Non desta meraviglia (non perché non la dovrebbe destare, ma solo perché vi ci siamo abituati) la presenza, nei nascondigli dei peggiori malavitosi, di immagini e letture sacre, circostanza che evidenzia che, a livelli bassi di cultura, il confine fra i sani sentimenti religiosi e forme di superstizione anche aberranti, è piuttosto indefinito. Indagando su questo aspetto, nella Napoli del passato, ci siamo imbattuti in precedenti storici, episodi e personaggi curiosi, o almeno originali.

Appena un malavitoso commetteva un “guaio” (assassinio), il “suo ambiente” si  mobilitava. Anche in campo devozionale.

Le donne, da lui sfruttate come prostitute, non per affetto ma per paura, si recavano in questa o quella chiesa per pregare questo o quel santo, affinché la sua intercessione impedisse che il malvivente cadesse nelle mani della giustizia, promettendo di “non peccare” in qualche giorno della settimana. Il popolino era convinto che questo “sacrificio” delle pecorelle smarrite fosse gradito dai santi invocati e perciò accolto positivamente.

Per dare al loro sfruttatore la prova che erano andate in chiesa e adempiuto alla richiesta dell’intercessione, le pecorelle smarrite gli facevano recapitare da “persona sicura” un’immaginetta, un mozzicone di candela, qualche altra cosa presa dalla chiesa, la cosiddetta “divozione”.

Se l’assassino veniva arrestato, le predette pecorelle insistevano in nuove forme di devozione affinché, in linea subordinata, gli intercessori invocati almeno influenzassero  positivamente l’animo dei giudicanti.

L’eventuale moglie del malavitoso, a sua volta, superando in questa occasione il comprensibile astio verso le pecorelle pappa e ciccia con lo sposo, operava in sinergia con esse, mettendosi a raccogliere oboli nell’ambiente del birbone, per far celebrare una Messa a suo favore (la cosiddetta “Messa pezzentella), oboli che per solidarietà di categoria nel suo ambiente nessuno le negava.


Cosa faceva quello che “aveva fatto il guaio?

Sia che fosse a piede libero che in carcere, faceva voto di far dipingere, su carta, tela o vetro, con soldi suoi o degli “amici”, la scena del “guaio, che sarebbe andato a portare al rettore della chiesa dove si venerava il santo  benefattore, dopo che l’avesse fatta franca.

Se il malavitoso veniva graziato, si svolgeva il rito del ringraziamento con scioglimento del voto del quadro, benedizione del dipinto e Comunione del graziato. 

Se il malavitoso, invece, veniva condannato, in qualche caso arrivava addirittura a calpestare “divozioni e immagini sacre che “non erano servite a niente”, oppure a cancellare dai quadri votivi le immagini dei santi inadempienti, e cancellare dalla scritta acronima V.F.G.A. (Voto Fatto Grazia Avuta), le due lettere G.A.

(Giugno 2019)

L’INDUSTRIALIZZAZIONE

Miti napoletani di oggi.72

L’INDUSTRIALIZZAZIONE

 

di Sergio Zazzera

 

Fin dal XVI secolo, una vasta area a sud di Napoli – da Torre Annunziata a Gragnano – fu caratterizzata dalla produzione della pasta secca alimentare. Sempre a sud, ma alle porte della città, dai primi del secolo scorso, San Giovanni a Teduccio ospitò lo stabilimento della Cirio, realizzato da Giovanni Signorini, piemontese di larghe vedute, ma anche più a sud, fino all’Agro Nocerino-sarnese, le industrie alimentari fiorirono.

Poi, quasi contemporaneamente alla Cirio, nell’area di Bagnoli cominciarono a insediarsi le industrie metallurgiche e chimiche: la prima fu l’ILVA (poi Italsider, nella foto), nel 1904, seguita dalla Montecatini (1908), dall’Eternit (1936-38) e dalla Cementir (1947). La loro fine, però, cominciò nel 1964 e si protrasse fino al 1992; nel frattempo, già fra gli anni 50 e i 70 era iniziato il tramonto anche delle industrie alimentari.

A questo punto, lo sguardo attento del lettore meridionale non può non cogliere la duplicità del mito dell’industrializzazione del Napoletano. Da una parte, infatti, la concentrazione d’industrie metallurgiche e chimiche sul litorale di Bagnoli ha distrutto quella che sarebbe potuta essere, per Napoli, l’equivalente della Riviera di Ponente genovese; e Dio solo sa quanto costerà, in termini sia di tempo, che di danaro, la bonifica. Dall’altra, poi, oggi nelle cucine napoletane entrano pasta e conserve alimentari provenienti, nell’ipotesi più benevola, dall’Italia centro-settentrionale (quella più malevola è la provenienza dall’Estremo Oriente).

È recentissima la notizia dell’intenzione dei sorrentini di recuperare lo storico mulino in fondo al vallone, nell’ottica d’intraprendere la produzione della pasta “come quella di una volta”. L’augurio più “napoletano” che si possa formulare è che “passi l’Angelo e dica Amen”.

(Giugno 2019)

MASANIELLO/-LLI

Miti napoletani di oggi.71

MASANIELLO/-LLI

 

di Sergio Zazzera

 

Correva l’anno 1647 quando Tommaso Aniello d’Amalfi, detto “Masaniello”, pescatore del Lavinaio, si pose alla guida di un popolo vascio esasperato dalle gabelle che il viceré imponeva sugli alimenti, beni di consumo indiscutibilmente primario . La rivolta si protrasse, attraverso tre fasi, fino ai due anni successivi, e la storiografia dell’ultimo mezzo secolo ha dimostrato che il giovane pescatore era stato soltanto lo strumento di una sollevazione voluta, in realtà, dalla classe dei “togati”, primo fra tutti il sacerdote Giulio Genoino . Il finale è noto a tutti: Masaniello, divenuto scomodo, fu eliminato, né sorte migliore toccò a coloro che gli succedettero.

 

Sento già i commenti dei lettori: sì, tutto bene, ma questa è storia, non è mito, ed è storia moderna, non contemporanea. Già, ma quella teoria dei “corsi e ricorsi storici”, enunciata da Giambattista Vico, è tuttora valida, e il numero dei “Masanielli” di oggi – che sono (quelli sì) un mito – è in crescita, un po’ dovunque, e Napoli non fa per nulla eccezione (anzi…). Forse, allora, varrà la pena che costoro stiano un po’ attenti.

(Aprile 2019)

Lello Lupoli

Il rovescio della medaglia

Lello Lupoli ( 5.10.1918 / 20.5.1995 )
 
 
di Romano Rizzo
 
 
La figura artistica di Lello Lupoli è nota a tutti gli amanti della poesia napoletana come una delle massime espressioni dell’umorismo in poesia ed in effetti Lupoli viene definito dai critici come poeta – umorista o umorista – poeta.

Tale definizione è, però, come spesso accade, riduttiva e non mette nel dovuto conto la vena lirico sentimentale, magistralmente espressa in molte sue poesie.

Mi fa piacere, riportare, a tale proposito, i pareri di alcuni Poeti che su di lui così si sono espressi:

il compianto Enzo Fasciglione, nel suo volume Il secolo d’oro continua, afferma:

Io mi rifiuto di definire Lello Lupoli solo un umorista perché,

in realtà, egli fu Poeta e Poeta vero.

Anche Rosetta Fidora Ruiz colse bene la duplicità dell’arte del Lupoli e a lui dedicò questa quartina:

Scrivere ’e Lello Lupoli ? Pazziate ? / ’O pueta umorista ?...’o ’mpertinente ? / Ma stu core ’e scugnizzo, si ’o spaccate / dinto truvate n’anema nnucente !

Ed infine, il grande Salvatore Tolino, nel sonetto che segue, mise in risalto, con grande maestria, la parte nascosta dell’arte del Lupoli:

A Lello Lupoli  Quanno tu scrive, tiene ’nponta ’e penna / nu diavulillo ca te piglia ’a mano / e chistu farfariello nun s’arrenne / ride e pazzèa cu ’o munno sano sano / Diceno ca si’ ’o masto d’’a resata,/ tutte poesie spassose e intelligente ; / ogne battuta toja : na cannunata !/Ma i’ saccio ca, ogne tanto, dint’’o core / nce trase ‘n’Angiulillo e na manella/ scava e pazzèa cu sentimento e ammore/ E, quanno nasce sta poesia cchiù bella / quase annascuso, senza fa’ rummore,/ l’apponta ‘ncielo comme a n’ata stella.

Occorre ricordare che Lupoli, che fu un dirigente bancario, fu sempre una persona molto gioviale, pronta a cogliere della vita e del mondo il lato migliore.

Amò molto la poesia e molto fece per la Sua diffusione.

Fu ideatore e conduttore, su Radio Antenna Capri, di un bel programma, La tavola rotonda dei Poeti Napoletani, in cui si affacciarono poeti affermati e poeti emergenti e a questi ultimi non fece mai mancare affettuosi e preziosi suggerimenti e consigli.

Collaborò a varie riviste quali Le Grandi Firme di Pitigrilli che lo definì “ scugnizzo dalle tempie grige”  Sul periodico napoletano 6 e 22, curò la rubrica Le Signore al balcone.

Ha lasciato due bei volumi di Poesia ed altro quali Pittura Fresca e Redenno pazzianno.

Tra le tante poesie in cui rifulge l’arte lirico-sentimentale del Lupoli mi piace ricordare: Nuttata ’e luna, Core guaglione, Notte d’està, ’Ncopp’’o muro e vorrei chiudere questo mio ricordo sottoponendo all’attenzione dei lettori i versi, davvero toccanti, che l’autore,  immaginando la propria dipartita, dedica all’amato figlio.

 

 Pure doppo

 

‘Nu juorno ca i’ spero assaje luntano,

’nchiudenno ll’uocchie a na vita ’e stiente,

hê ’a stà vicino a me, mano cu mmano.

voglio murì accussì, tenneramente.
**

’Na stretta sott’’o core e ’nu saluto..

Accussì è ’a vita ! Accussì gira ’a rota..

Ma tu fa’ cunto ca i’ nun so’ fernuto :

dimane…ce vedimmo n’ata vota..

**

Dimane è n’atu juorno…Jurnate nove..

Te siente sperzo…Vaje truvanno a me..

Ma nun t’amariggià si nun me truove,

tu nun ’o ssaje..ma i’ sto vicino a te !

(Maggio 2019)

Il Mistero di Antignano

Il Mistero di Antignano

 

di Antonio La Gala

 

Non si tratta di un giallo, ma di una famosa processione che a Pasqua, da secoli, si celebra al Vomero, nota anche come “Mistero di Pasqua” perché l’espressione “Mistero” indica il senso teologico della Resurrezione pasquale. S. Paolo definiva “Mistero” la Resurrezione perché evento concreto, certo, ma che la sola capacità  umana non può abbracciare: un evento misterioso, un “Mistero”.

Ḕ una festa antichissima: uno scritto del 1844 la fa risalire ai tempi di Carlo d’Angiò, ma ne esiste documentazione certa solo dalla metà del Settecento.

Nella festa  si rappresenta l’incontro fra la Madonna e Gesù Risorto.

I personaggi (Gesù Risorto, la Madonna, la Maddalena, l’apostolo Giovanni), sono raffigurati da statue di legno o di cartapesta del Sei-Settecento, portate a spalla da due cortei. Queste statue sono conservate durante l’anno nella Chiesa della Congrega del Rosario (complesso di Santa Maria la Libera).

A Pasqua, di buon mattino, dalla Congrega del Rosario, parte un corteo festoso che velocemente porta la statua di Gesù nella Congrega del Soccorso all’Arenella, percorrendo la vecchia e storica strada che congiunge il Vomero Vecchio con Antignano e, proseguendo, con l’Arenella. Da qui la statua di Gesù, dopo una cerimonia nella Chiesa, viene nascosta in un vicoletto vicino Antignano. Nel frattempo, dalla Congrega del Rosario, parte un secondo corteo che porta le statue degli altri tre Personaggi sacri. La Madonna è avvolta in un lungo velo nero. Arrivati ad Antignano, si fanno rappresentare a Giovanni e alla Maddalena, su invito della Madonna, tentativi di trovare Gesù Risorto, il cui corteo alla fine irrompe festoso in Largo Antignano: nell’incontro con il Figlio, il velo nero della Madonna cade, sostituito da una veste bianca e liberando uccelli in volo: a questo punto esplode l’entusiasmo fragoroso di tutti i presenti, corredato di spari; i due cortei si fondono e festosi percorrono, con tutte e quattro le statue, le principali vie del Vomero.

La festa in passato era malvista da più parti per gli aspetti più popolari ricchi d’intemperanza. Resoconti dell'Ottocento presentano la festa come una chiassosa kermesse popolare con pretesto religioso, ma con scopo finale mangereccio, testimoniato dalla presenza di molti “chianchiere” (macellai n.d.r.) e “crapettare. L’entusiasmo forse degenerava. Interessante la notazione di un forestiero, non avvezzo alla “trasgressione” nostrana, anche allora generalizzata, abituale e tollerata: vedendo alcuni cacciatori sparare contro gli uccelli che svolazzavano –"sebbene ciò fosse interdetto dalla poliza" - si meravigliava grandemente che i cacciatori facevano liberamente un qualcosa ”interdetto dalla polizia”.

Nel 1873 il Delegato di Pubblica Sicurezza del Villaggio Vomero chiedeva al Questore di vietare la manifestazione per timore di turbamento dell’ordine pubblico. Tuttavia la festa la ritroviamo ancora nei decenni successivi. Nel Novecento la manifestazione era criticata come residuo di usanze da dimenticare. Sarà poi l’appannamento generalizzato delle tradizioni a far scomparire la processione, nel 1967, per riprenderla nel 1993, ma in forme inevitabilmente diverse da quelle sopra descritte.

Fra le manifestazioni molto simili a quella del Vomero che a Pasqua si svolgono un po’ dovunque, ricordiamo quella di Sulmona e quella di Forio.

(Aprile 2019) 

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