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All’asilo dalle suore   di Luigi Rezzuti   Ogni volta che Enrico si trovava davanti a quel muro scrostato, non poteva fare a meno di fermarsi e...
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La Posillipo di Virgilio   di Antonio La Gala     Il grande poeta Publio Virgilio Marone ebbe il primo contatto con Napoli quando decise di studiare...
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SEGNALIBRO   a cura di Marisa Pumpo Pica   Le stagioni di una vita di Emilia Menini e Guido Parmegiani Cosmopolis Edizioni Napoli   Questo...
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Spigolature   di Luciano Scateni   Succede che razzoli male chi predica bene Ma da che dissacrante pulpito il re Mida dei comici arringa il popolo...
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GLI ESAMI DI MATURITA’*   di Luigi Rezzuti   Ormai siamo prossimi agli esami di maturità che inizieranno, con la prima prova, il 22 giugno e...
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TEATRO BOLIVAR - start up stagione 2016/2017   DUETTI 200 grammi di teatro a sera direzione artistica Ettore Nigro e David Jentgens   29|30...
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LINO BANFI   di Luigi Rezzuti   Pasquale Zagaria, in arte Lino Banfi, nasce il 9 luglio del 1936 ad Andria, in provincia di Bari. A quindici anni...
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MANI SULLA CITTÀ

Miti napoletani di oggi.78

“MANI SULLA CITTA'”

 

di Sergio Zazzera

 

La formula “mani sulla città” richiama alla mente, in maniera immediata, l’omonimo film di Francesco Rosi; in realtà, però, gli episodi riconducibili a tale etichetta sono stati anche altri.

Innanzitutto, la nascita del Vomero contemporaneo – prima rione (1984-85), poi quartiere (1912) – vi è perfettamente sussumibile, sotto due aspetti che ne svelano il mito. Il primo di essi è quello del riciclaggio: la piemontese Banca Tiberina, infatti, nel chiedere l’autorizzazione del progetto di urbanizzazione della collina vomerese, si proponeva d’investire nell’operazione il danaro dell’ex-Regno delle Due Sicilie, confluito nelle casse di quello di Sardegna, poi divenuto d’Italia. Il secondo, a sua volta, è quello della speculazione: con l’inclusione, infatti, di tale progetto in quello, più ampio, del Risanamento di Napoli, si pretendeva di far considerare destinati alla popolazione di “miserabili”, colpita dallo “sventramento” della città, quegli edifici di edilizia umbertina e quei villini Liberty, che quella povera gente non avrebbe potuto permettersi, non soltanto di acquistare, ma neppure di prendere in locazione.

Quello narrato dal film di Rosi è il secondo episodio di “mani sulla città” e costituisce un coacervo di miti, poiché riassume in sé quello del sindaco Achille Lauro, eletto nel 1952, e del suo entourage, fatto di speculatori, non di rado improvvisatisi costruttori edilizi, dismettendo le loro bancarelle di stracci americani a Pugliano. E l’episodio fu connotato da una filosofia ispirata al principio do ut des del diritto romano, nel senso che il sindaco elargiva licenze edilizie a costoro, in cambio dei pacchetti di voti che essi gli assicuravano.

Un terzo episodio, ancora, è quello degli anni 70-80 del secolo scorso, che diede luogo alla nascita, fra l’altro, del Rione Alto, al cui cospetto via Cilea diventa assimilabile alla 5th Ave. di New York. E qui la filosofia ispiratrice fu l’omologo inverso di quella degli anni di Lauro, poiché furono i costruttori – sia professionisti, che improvvisati – a offrire alle formazioni politiche di riferimento i pacchetti di voti, in cambio delle concessioni edilizie.

Poi, esauritosi il suolo edificabile, si è cominciato a mettere le “mani sotto la città”, con l’operazione – tuttora in atto – di realizzazione di parcheggi interrati, ceduti in godimento, a titolo oneroso, ai privati, per 99 anni, proprio come i loculi cimiteriali: e qui, infine, il mito consiste nel far sentire gli “acquirenti” proprietari di qualcosa, che, viceversa, rimane in proprietà del concedente.

(Maggio 2020)

Il Serraglio

Il “Serraglio” del Vomero

 

di Antonio La Gala

 

A Napoli la parola “Serraglio” rievoca l’Albergo dei Poveri di piazza Carlo III perché, per un certo tempo, quell’edificio, fra i tanti usi a cui è stato adibito, ha avuto anche quello di ospitare, di “serrare”, di “recludere” (perciò è noto anche come “Reclusorio”), elementi socialmente pericolosi, in specie giovani.

Non molti sanno che la parola “Serraglio”, fino a qualche decennio fa, circolava anche al Vomero, ma per indicare un qualcosa di completamente diverso.

      Infatti, dove oggi si erge un moderno fabbricato, appena dopo Villa Belvedere, in vico Cimarosa, fino agli anni ’50 del Novecento esisteva un singolare edificio, chiamato appunto “Serraglio”, vecchio e fatiscente, di forma ellittica, a due piani, che ospitava nell’ampio cortile interno a piano strada, non pavimentato e sporco di ogni cosa, lavatoi e "bassi", abitati per lo più da lavandaie, in promiscuità fra persone ed animali, e presentava miseri abituri su una balconata al piano superiore.

      La denominazione “Serraglio” sembra ricordare che, in passato, vi venivano ricoverati, rinchiusi, “serrati”, animali vari (pecore, capre, equini), oppure, secondo altri, che ancora prima ospitava una specie di zoo in cui erano custoditi gli animali, anche feroci ed esotici, che venivano portati nella vicina Floridiana per dilettare i reali o i loro ospiti. 

      L’indecenza dell’edificio era vivacemente denunziata già dalla stampa dell'anteguerra, con forti appelli alla demolizione.

Sulla stampa degli anni Trenta abbiamo trovato segnalata la necessità di abbatterlo, perché “nell’attività che attualmente viene svolta per conferire alla città l’aspetto più ridente e lindo che sia possibile raggiungere, i pochi agglomerati di vecchie casupole antigieniche, stridono fortemente e vanno, quindi, al più presto eliminati”, e sostituiti con “ridenti casette popolari.

 Il Serraglio vomerese fu abbattuto a metà Novecento, lasciando uno spazio su cui è sorto l’edificio di via Belvedere 15. Erano gli anni in cui l’edificazione avveniva in maniera disordinata, in spregio a ogni buona regola urbanistica e di decoro, spregio che, nel nostro caso, ha lasciato sul luogo del Serraglio uno spazio informe e disordinato.

Del Serraglio non siamo riusciti a trovare alcun documento fotografico. L’unica preziosa testimonianza che ne abbiamo è un bel dipinto del pittore Rosario Muriano, che alleghiamo a questo articolo.

(Aprile 2020)

 

LA “SANT’ORSOLA”

Miti napoletani di oggi. 77

LA “SANT'ORSOLA” DI CARAVAGGIO

 

di Sergio Zazzera

 

Fiore all’occhiello della sede napoletana delle “Gallerie d’Italia”, nel Palazzo Zevallos di Stigliano, in via Toledo, è il Martirio di Sant’Orsola, dipinto dal Caravaggio nel 1610, su commissione del nobile Marcantonio Doria.

Le vicende della paternità dell’opera sono state un tantino romanzesche: emersa quasi dal nulla, alla metà del secolo scorso, dopo che se n’erano perse le tracce, l’opera fu sottoposta all’esame di Roberto Longhi – massima autorità nel panorama della storia dell’arte, all’epoca –, il quale la ritenne, tutt’al più, di mano di Bartolomeo Manfredi; e analoga posizione negativa fu assunta da Ferdinando Bologna. Poi, quasi per una sorta di nemesi storica, a partire da un quarto di secolo dopo, le ricerche di Mina Gregori (stilistiche) e di Vincenzo Pacelli (documentarie) – allievi, rispettivamente, dei due maestri sopra citati – dimostrarono, in maniera inconfutabile, la provenienza dell’opera dalla mano di Michelangelo Merisi.

Ma qui interviene il mito, poiché, già il 29-30 aprile 1923, dalle pagine del periodico Il Mezzogiorno, Ferdinando Russo dava atto della presenza nel Palazzo Doria d’Angri della «Sant’Orsola del Caravaggio» (corsivi miei). E, poiché gli articoli del poeta si avvalevano delle testimonianze contenute in manoscritti e memorie d’epoca, evidentemente, a nessuno, oltre che a lui, era passato per la mente di documentarsi, prima di formulare giudizi “mitici”.

(Febbraio 2020)

Ernesto Ascione

Parlanno ’e poesia

 

di Romano Rizzo

 

Ernesto Ascione.

Ernesto Ascione, apprezzato ed affermato nell’arte della fotografia, solo in tarda età si decise a dare alle stampe alcune delle tante composizioni che, per anni, aveva gelosamente conservato in un cassetto. Bussò alla porta della famosa poetessa e scrittrice Silvia Voltan e le chiese di leggere le poesie del suo primo libro, “Erba ca pogne”, che aveva intenzione di dedicare “A quelli che più amo: gli onesti!” e di curarne la prefazione. La Voltan un po’ a disagio per la richiesta che partiva da un distinto signore di 70 anni, accettò.

A questo primo libro, che vide la luce nel 1953, seguì “Chiaroscuro”, nel 1954, sempre con la prefazione della Voltan. Nel biennio 1957/1958, Ascione pubblicò, poi, “Ritratti all’aperto”, “Acquetinte”, “Mezzetinte”, “Scorci Napoletani” e “Ritratti e paesaggi”, preziosi volumetti in cui raccolse quasi tutto ciò che aveva composto in vari anni e custodito gelosamente. In tutte queste opere vengono messi in bella mostra i colori e la spontanea freschezza della sua poetica, che risulta sempre intimamente connessa alla vita di tutti i giorni.

Nel 1964, infine, fu dato alle stampe il suo ultimo lavoro che, insieme alla riproposizione di poche sue poesie già inserite nelle precedenti raccolte, conteneva anche composizioni, scritte in epoca più recente e forse maggiormente ricche di una speciale carica di umanità.

Per la grande scorrevolezza e musicalità dei suoi versi e per la grande maestria nel ritrarre fatti e persone, gli fu assegnata la definizione di poeta-fotografo o, meglio, di fotografo-poeta da vari critici e studiosi.

Di carattere schivo e riservato, non frequentò salotti né congreghe… Ciò nonostante, alcune sue poesie sono state incluse nella raccolta “Sentimento e fantasia”, curata da Giovanni Sarno, e trasmesse dalla RAI; altre sono state inserite nella raccolta “Acene d’oro” di Salvatore Maturanzo ed altre ancora nello scritto “L’oro di Napoli” di Paolo Scarfoglio, pubblicato su Il Mattino dello 8 Aprile del 1957. Le sue liriche, permeate da una quasi filosofica visione della vita, che sembra, a volte, sfociare nella rassegnazione, evidenziano, a ben vedere, tante amare verità.

Di lui la Voltan ha scritto: “Nelle sue liriche sono presenti, nelle giuste dosi, le caratteristiche peculiari della poesia napoletana colore ambientale, sentimento e arguzia.”  Renato Cannavale, prefatore di quasi tutti gli altri suoi lavori, commenta: “Non c’è lirica di Ascione che non sia rivestita da una larvata tristezza…

Quella di chi contempla le cose che ha amato con ardore giovanile e che ancora ama, col rimpianto di non esserne più un attore ma un semplice spettatore!”

Salvatore Maturanzo dice di lui: “Ascione è il poeta che fotografa la poesia delle cose e con poesia descrive le varie espressioni del sentimento”. Infine, sulla Gazzetta della fotografia, a firma A. V., leggiamo: Ascione non è soltanto un artista della fotografia, molto apprezzato, ma è anche un poeta dalla facile e succosa espressività, tutta napoletana. A mio parere (e spero che le poesie che seguono riescano bene a rappresentarlo) Ernesto Ascione è il poeta della schiettezza e della spontaneità, che si fa leggere con grande trasporto da chi trova qualcosa di sé nei sentimenti che egli sa ritrarre con mille sfumature.

 

Matenata d’està

di Ernesto Ascione

 

 Na rezza ‘nterra, sta pe spuntà ‘o sole

e comm’è prufumata Margellina;

tèneno ll’uocchie ‘e suonno ‘e varcajuole,

quant’erba ‘e mare spasa p’’a banchina.

 

Che matenata chiara! Trase estate,

quanta caniste ‘e sciure p’’a riviera;

nu vennetore ‘e ceveze annevate

appoja ‘e panare e fa na macchia nera.

 

Nu sciore pe ogne testa, a tutt’’e ccase,

luceno ‘e llastre, a nu barcone ‘nchiuso

‘o primmo sole azzecca ‘o primmo vase

e va a scarfà nu core friddigliuso..

 

Appriparano ‘e puoste ‘e fruttajuole,

jesce d’’o furno na carretta ‘e pane…

migliar’’e aucielle fanno ciente vuole

e a San Pascale sonano ‘e ccampane!

 

 

Primm’ammore

 di Ernesto Ascione

 

Era nu juorno ‘e vierno, tiempo asciutto,

trasettemo int’’a villa a mano a mano.

e tu, dicenno: “‘O friddo comm’è brutto !”

a me, po, t’accustaste chianu chiano..

 

Po, ce assettajemo addò ce sta ‘a funtana

d’’e ppaparelle e..nun facenno caso

a ll’uocchie ‘e ll’ate, sott’’a tramuntana,

tu me ‘nfucaste ‘a vocca cu nu vaso.

 

Tanno, ire na guagliona ‘e sidice anne

e i’ nu guagliunciello ‘e diciassette.

Ma comme vola ‘o tiempo ! Sperde e spanne

tanti ccose d’’o munno e…ce sperdette.

 

 

Puteca ‘e rrobba vecchia

 di Ernesto Ascione

 

Puteca ‘e rrobba antica, dint’’o scuro,

quanta ricorde tiene zuffunnate..

Veco cierti ritratte appis’ô muro:

songo uommene ‘e nu tiempo ca è passato.

 

Veco nu tondo cu nu pere zuoppo;

n’acquasantiera ‘attone, ddoje carselle

c’’o tubo ‘e vrito e ‘o cuppulicchio a‘ncoppa;

nu pumo ‘e lietto, ‘a frangia cu ‘e ppapelle.

 

Po, veco na pultrona, na cajola,

chella d’’e pappavalle ‘e cierti ccase

d’’a nubbiltà ‘e na vota; na cunzola;

dduje persunagge ‘e gesso senz’’e nase…

 

È rrobba vecchia che n’ha canusciute

pene e delizzia..Mo..nun conta cchiù!

Chiste so’ piezze ‘e vita e, annascunnute,

puteca ‘e rrobba vecchia, ‘e tiene tu!!

(Aprile 2020)

L’eruzione vesuviana

L’eruzione vesuviana del 1906

 

di  Antonio La Gala

 

Il 7 aprile del 1906, il giorno prima della Domenica delle Palme, il Vesuvio si ripresentò con una sua ennesima eruzione.

Di questa eruzione, oltre le cronache dell’epoca, abbiamo una testimone illustre: Matilde Serao, che visse quella vicenda con la passionalità che le era propria, recandosi sui posti quotidianamente e raccogliendo impressioni di orrore e dolore.

La lava di quella eruzione travolse Boscotrecase e minacciò Torre Annunziata, Somma Vesuviana, San Sebastiano, Ottaviano e San Giuseppe Vesuviano.

A Boscotrecase la pioggia di cenere durò ininterrottamente tre giorni e tre notti, facendo crollare molte case e causando quaranta vittime. Matilde Serao racconta che la lava si fermò a dieci metri dal quadro di Sant’Anna, la patrona del paese, portato in processione da una folla di fedeli. 

A Torre Annunziata, dove 30.000 persone (che costituivano i nove decimi della popolazione), avevano precipitosamente lasciata la città, la lava si fermò in prossimità del muro di cinta del cimitero, davanti al quadro della Madonna della Neve, patrona della città, anch’esso portato in processione da una folla di fedeli,

A Somma Vesuviana si fece vedere il re, a Ottaviano (o come si diceva allora Ottajano), comparve la duchessa d’Aosta. La Serao scriveva: “Qui rimase incolume fra tante sciagure, strano a dirsi, il palazzo avito dei principi di Ottajano, che domina ora solo e triste, tanto disastro”. Qualche decennio dopo da quel palazzo “solo e “tristo”, dominerà Raffaele Cutolo.

La duchessa d’Aosta, visitando poi San Giuseppe Vesuviano (è sempre la Serao che ce lo racconta), “s’inchinò sui cadaveri” estratti dalle macerie che “apparivano non sfracellati ma morti quasi per soffocazione, per asfissia e piamente pregò per essi”. Erano i cadaveri delle 200 persone che erano rimaste sepolte nel crollo di un oratorio mentre si stava svolgendo una funzione religiosa, e che non fu possibile soccorrere in tempo per le esalazioni del gas vulcanico. 

L’eruzione distrusse anche la famosa, e allora frequentatissima funicolare del Vesuvio, e la ferrovia costruita nel 1903 dagli inglesi Cook per far arrivare più comodamente i turisti alla stazione inferiore della funicolare, collegata alla stazione Pugliano/Resina della Circumvesuviana. La ferrovia, alla fine del 1907 era di nuovo in funzione; la funicolare riaprì nel 1909, rinnovata nel tracciato, negli impianti e nelle carrozze.

In occasione di quell’eruzione non mancarono episodi curiosi.

A Torre del Greco fu evitata un’ecatombe perché all’avvicinarsi della lava, un trombettiere a cavallo girò per il paese invitando tutti a fuggire, cosa che tutti fecero, affidando le case alla custodia dei soldati.

In più località alcuni si dettero a trafficare scatolette contenenti cenere del vulcano da vendere ai turisti, in qualche caso riempiendole con sabbia del mare invece della cenere.

L’eruzione toccò anche Napoli, dove crollò il mercato di Monteoliveto, seppellendo undici persone e ferendone una trentina.

A Napoli, come da collaudata tradizione, la città si rivolse a San Gennaro. La folla, atterrita, invase il Duomo, s’impadronì della statua del santo, e la portò in giro per la città. Si tramanda che, giunta la processione in via Tribunali, il cielo all’improvviso si rischiarò, cessò l’eruzione e riapparve il sole.

Lo sterminator Vesevo si calmò, e stette calmo per una quarantina d’anni. Le nostre generazioni le sta lodevolmente rispettando più a lungo.

(Febbraio 2020)

BilerChildrenLeg og SpilAutobranchen