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LUIGI NECCO MUORE ALL’ETA’ DI 83 ANNI   di Luigi Rezzuti   E’ morto Luigi Necco all’ospedale Cardarelli di Napoli per insufficienza respiratoria. I...
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Gennaro Esposito

L’altra faccia della medaglia

 

di Romano Rizzo

 

In questa rubrica cercheremo di presentarvi, di alcuni poeti, un lato poco conosciuto.

 

Gennaro Esposito

 

Ho sempre ritenuto che le classificazioni che molti critici son soliti fare, definendo un poeta in base alle peculiari caratteristiche, tipiche delle loro migliori composizioni, ha un duplice effetto, non sempre positivo. Infatti, se definire un poeta, poeta della malinconia o dell’amore, vale forse a fare avvicinare anche il più sprovveduto dei lettori alle sue migliori composizioni, ingenera, però,  anche l’errato convincimento che si apprezzino solo le opere che rispondano a tali caratteristiche e si tracurino altre che, fatalmente, sono ignorate dai più. In altri termini, se classificando un poeta, si riesce ad indirizzare alla lettura delle sue opere un gruppo di appassionati, stranamente si ottiene un imprevisto effetto limitativo alla comprensione e diffusione di tutta la sua opera.

Ho avuto la fortuna di poter sperimentare dal vivo la validità di questa mia convinzione al tempo della mia frequentazione assidua di un grande della nostra poesia, Gennaro Esposito, che da tutti è stato sempre definito poeta del popolo, poeta del sociale. Don Gennaro, gli amici lo chiamavano così, riusciva a condire con finissima arguzia anche la descrizione di situazioni di grande disagio e sofferenza e ne traeva spunto per lanciare acuminati strali, ma velati dalla sua grande bonomia, ai potenti. Di lui è stato sempre molto apprezzato il linguaggio schietto, forte, talvolta anche crudo; è stata magnificata l’abilità, davvero eccezionale, nell’arricchire le sue composizioni con una battuta conclusiva, fulminante, capace di imprimersi indelebilmente nella mente del lettore.

Chi lo apprezzava ed ha tanto amato le sue poesie forse non riesce neppure ad immaginare che il buon don Gennaro era capace di esprimere anche liriche di straordinaria dolcezza ovvero componimenti con una grande ricchezza di temi e profondità di pensiero.

Quanta sofferta verità c’è, ad esempio, nei versi di “Nguranza:  Martellato d’’a freva d’’o sapè/ l’essere mio se libbera p’’o cielo / ma nchiuse trova ’e pporte d’’o pecchè // E po’ dint’’o casino ’e ll’Universo / nun saccio cchiù manco io chello ca so’/ e dint’’a casa mia..me sento sperso //

Poi soffermatevi a leggere con attenzione la poesia  “Niente se crea” in cui, rifacendosi alle tante celebri scoperte dell’ingegno umano, si professa sicuro che un giorno riusciranno a debellare anche il male del secolo.

E ancora, notate con quanta profonda bonomia in “ ‘A vita”, narra che si sente sempre peggio e che gli anni “ contro a me se songo mise a cricca / e ogge ’a vita mia sta appesa a na pasticca!”. Molto dense di significato sono anche le liriche “Io” e “ ‘A vita eterna”.

Che dire, poi delle liriche dedicate agli affetti familiari, ai figli, alle nipoti, tutte colme di delicatezza e di una dolcezza estrema? Un suo capolavoro, a mio parere, è la poesia “ ‘E ppazzielle” in cui, guardando le nuvole, si sente tornare bambino e sogna di vedere, la sera, che torna la mamma e gli porta ’e ppazzielle! Un’altra poesia molto toccante (così diversa da quelle tanto celebrate) è “‘Na nuvola ’e passaggio”, in cui immagina di essere uno dei tanti bambini non nati perché non voluti e dall’alto di una nuvola mostra agli angioletti la sua mamma, che ha rinunciato alle gioie della maternità,ma che lui chiama sempre “mamma mia!” Col tempo lo stesso poeta finisce per restare prigioniero del suo personaggio e rinuncia a mettere nel giusto risalto le opere che si distaccano dai temi apprezzati e celebrati dalla critica. Infatti don Gennaro, non ritenne di inserire, nei più di venti libri pubblicati, la poesia che segue, forse perché troppo lontana dai suoi temi consueti. (Ed è,     invece, una purissima lirica)

 

Ritratto ’e na tempesta

 

Cavero e friddo se so’ mmise a tuzzo,

sparano lampe e truone. ‘O mare fragne.

Na tromba d’aria ruciuleja nu vuzzo

Nu cavallone, ca scavarca ’o puorto,

s’agliotte na capanna ’e piscatore

ca siente ’e jastemmà pe st’atu tuorto

 

n’arioplano

pe se magnà na treglia a filo ’e mare,

se perde dint’a ll’onne nu gabbiano.

Assummato ’a chi sa quale funno

fernesce ncopp’ ’a rena nu vreccillo

porta, allisciata, ’a nascita d’ ’o munno.

 

È miezejuorno e pare  mezanotte..

Ncopp’ ’a scugliera sparpetèa na varca

senza cchiù rimme e cu ’e ccustate rotte

L’urdemo truono arriva da luntano

sulo chi appizza ’e rrecchie ’o sente buono..

“ Mo jesce ‘o sole!” allucca nu luciano !!

(Aprile 2019)

 

Parlando di chi è poeta

Parlando di chi è poeta

 

di Romano Rizzo (13)

 

Spesso mi sono chiesto che cosa ha di diverso dagli altri chi scrive poesie o ama profondamente questa arte.

Secondo me, in primo luogo, ha - o dovrebbe avere - una spiccata sensibilità e una grande capacità di cogliere e fare propri tutti i messaggi che la vita e il mondo gli propongono. Certo dovrebbe anche avere la capacità di trasmettere agli altri quello che sente, senza  dilungarsi troppo,  anche con pochi suggestivi e significativi accenni, nonché di saper immaginare tutto quello che un altro sentirebbe nelle situazioni da lui immaginate o tratteggiate.

Questo può essere considerato un primo punto…Però è ovvio che non può bastare. A parer mio, il poeta, o anche soltanto chi ama la poesia, deve avere l’animo di un sognatore e può spesso essere un uomo che non poco ha sofferto, che non si trova a proprio agio nel mondo attuale e cerca di crearsene uno diverso e migliore, lasciando volare la fantasia.

Se vogliamo, sia pure in modi diversi, il poeta è sempre un ribelle…uno che non è capace di accettare il tran-tran quotidiano, vi si oppone, lo rifiuta e cerca di combatterlo o apertamente con scritti di protesta o rintanandosi, in silenzio, nel suo studiolo, per lasciarsi cullare da un sogno magnifico, quale quello che può offrirci la vera Poesia. A questo va aggiunto che, per fare una disamina un po’ più completa, bisogna sicuramente tenere ben distinti, tra i poeti,  coloro che amano sempre e soltanto le loro opere e quelli, invece, che amano  profondamente e sanno apprezzare la vera Poesia, da chiunque sia stata scritta.

I primi, in genere, sono degli autodidatt, che leggono o hanno letto poco (Tra loro c’è anche chi si vanta di non aver mai letto i classici e dichiara di non volerli leggere perché non vuole che influenzino l’originalità del suo dire !!!).

In verità, anche nell’ambito della seconda categoria, una distinzione andrebbe fatta tra quanti operano o hanno operato per favorire la diffusione della poesia e quanti nulla fanno, ma si limitano o si sono limitati a sfruttare i canali di diffusione esistenti e a goderne i vantaggi..

In altre parole c’è chi organizza incontri poetici, riunioni, antologie, ricerca ed incoraggia nuovi autori e chi, invece, pur amando molto la Poesia, estrinseca il suo amore solo arricchendo sempre più la sua biblioteca. Non v’è dubbio che, guardando i classici del passato, dobbiamo ritenere meritevole di ammirazione il comportamento di Rocco, De Mura, E. A. Mario, Tolino, Cerino e pochi altri, mentre tanti altri, troppi, anche di gran nome, come Viviani, Di Giacomo, Russo, nulla hanno fatto perché, forse, non hanno potuto o perché non lo hanno ritenuto proficuo o necessario.

È da segnalare che alcuni, tra i primi citati, hanno anche provveduto a curare la stampa di raccolte di poesie di colleghi e discepoli, prematuramente scomparsi.

Non ci resta che sperare che, in futuro, il gruppo di cultori di questa nobile arte, votati al mecenatismo, non si estingua del tutto e che fioriscano, invece, sempre più quelle iniziative che valgano ad avvicinare i giovani di oggi alla grande Poesia e alla tradizione.

Solo così questo nostro amore potrà rifiorire, non morire mai ma, al contrario, rinascere ogni giorno a nuova vita.

(Marzo 2019)

PARENTI DI SAN GENNARO

Miti napoletani di oggi.70

LE “PARENTI DI SAN GENNARO”

 

di Sergio Zazzera

 

Per “totem” – giova ribadirlo – s’intende l’animale, la pianta o quant’altro, cui si riconnetta il divieto di cibarsene (c.d. “tabu”), fatta eccezione per la circostanza temporale in cui ciò sia consentito (c.d. “pasto totemico”). Va da sé, poi, che oggi, che il “cotto” levistraussiano (vale a dire, la cultura) ha sopravanzato il “crudo” (vale a dire, la natura), all’idea di cibarsi del totem ben può essere sostituita quella di sottrarsi a un più ampio e generalizzato dovere morale di rispettarlo.


Un fenomeno significativo, in tal senso, è quello che si verifica nelle modalità del culto che le c.dd. “parenti” tributano a san Gennaro, che, venerato da loro per l’intero anno, è atto oggetto, viceversa, da parte di loro stesse d’invettive violente – la più soft delle quali è faccia gialluta –, nelle occasioni nelle quali il prodigio della fusione del suo sangue tardi a verificarsi. C’è quasi da pensare che, qualora fosse possibile, queste donne non esiterebbero, addirittura, a divorare il santo.

Alla figura del totem, poi, si riconnette sempre un mito, che nella specie consiste nell’idea che quelle imprecazioni possano indurre il santo ad accelerare il compimento di quel prodigio, senza nemmeno porsi il problema della loro valenza quasi sacrilega.

(Marzo 2019)

Garibaldi arrivò in treno

Garibaldi arrivò in treno

 

di Antonio La Gala

 

L'apertura della prima ferrovia italiana, quella da Napoli a Portici, avvenuta il 3 ottobre del 1839, è sbandierata dal campanilismo locale come prova della superiorità tecnologica del regno borbonico, simbolo della sua visione avveniristica, un cavallo di battaglia evergreen.

Senza per nulla togliere alla ferrovia borbonica l’inestimabile merito storico di essere arrivata qualche mese prima delle numerose altre ferrovie d’Italia, qui si vuole notare la curiosa circostanza che fu proprio questa gloria borbonica a portare Garibaldi a Napoli, il sette settembre del 1860. 

Ci dispiace demitizzare la scenografia eroica dell'ingresso nella nostra città dell'Eroe dei Due Mondi: Giuseppe Garibaldi non vi irruppe su un focoso destriero, con la spada sguainata, alla testa di scalmanate camicie rosse, ma arrivò a Napoli tranquillamente in treno, a cose fatte, scendendo dal treno-gloria dei Borbone, manco a dirlo, a "Corso Garibaldi".

Sospettiamo che l’Eroe non ritenne opportuno consegnare alla Storia la sua entrata vincitrice in una capitale nemica fatta in treno, visto che nelle sue memorie dice solo che "giunse nella bella Partenope dopo una corsa celere di pochi giorni da Reggio a Napoli, precedendo sempre le sue colonne, che non potevano raggiungerlo".

Le notizie sull’epico viaggio, che portò all’ingresso di Garibaldi a Napoli alla testa di alcuni sferraglianti vagoncini, tirati da una locomotiva a vapore, ci vengono fornite dal resoconto di un garibaldino che accompagnava il Generale.

La ferrovia dei Borbone, dopo la mitica inaugurazione del 1839, e fiore all’occhiello dello sviluppo del Regno, era stata progressivamente allungata verso sud. Nel 1860 arrivava addirittura fino a Vietri!

Quando Garibaldi, proveniente dalla Calabria, si fece vedere dalle parti di Salerno, la ferrovia, congiungeva, appunto, Vietri con Napoli.

Fu proprio a Vietri che il superEroe  salì su un treno per giungere a Napoli.

Contravvenendo alle sue idee egualitarie, Garibaldi prese posto in prima classe, assieme ad alcuni collaboratori. La gran folla che si era radunata nella stazione rese difficoltosa la partenza. Dice il cronista che furono fatti "sforzi inauditi per non stritolare persone".

Nella stazione di Cava una donna voleva baciare la mano di Garibaldi, che rifiutò di accettare un gesto così servile, acconsentendo solo ad un bacio sulla guancia, gesto che fu subito imitato dalle numerose altre donne presenti.

Fra l'entusiasmo della folla (quella stessa folla fino ad allora "fidelissima" dei Borbone), assiepata lungo il percorso e nelle stazioni, con la ripetizione sempre delle stesse scene, "tranne i baci", il treno arrivò in prossimità della stazione di Napoli. Al grido battagliero "Avanti !", lanciato da Garibaldi  al macchinista, ogni volta che ufficiali del seguito consigliavano soste e prudenza nell'entrare in città, il convoglio giunse finalmente a destinazione.

Una lapide sistemata vicino alla stazione della Circumvesuviana, monumento oggi usato come punto di riferimento per deposito di immondizie, ci ricorda l'ingresso di Garibaldi in quel punto.

Le cronache ci dicono pure che Garibaldi, poco prima di presentarsi ai napoletani e all’appuntamento con la Storia, durante una sosta del treno, "traversando una folla silenziosa" di operai, che stavano lavorando sui binari, scese a soddisfare all’aperto un bisognino fisiologico: all’epoca le carrozze ferroviarie difettavano di ritirate.

(Marzo 2019)

FANTASMI

Miti napoletani di oggi.69

FANTASMI

 

di Sergio Zazzera

 

Sarò un illuso, ma credevo che, almeno ai giorni nostri, il mito del fantasma fosse scomparso. Viceversa, se sono soltanto un ricordo antiche credenze, come quella delle mappate di panni che si lanciavano dal Ponte di Sanseverino emettendo grida lugubri, al contrario, le storie dei fantasmi che infesterebbero il Palazzo Donn’Anna (nella foto), la villa – detta, per l’appunto, “degli spiriti” – a valle di Torre Ranieri, o alcuni edifici del Vomero (Villa Maio, Villa Spera, Villa Decina, qualche casa della Pedamentina), continuano a circolare. Come se non bastasse, poi, ad alimentare il mito ci si è messo, qualche tempo fa, anche qualche narratore, che ha tratto spunto da episodi reali, ma che hanno trovato una spiegazione razionale: penso a “Il mistero di Castel Sant’Elmo” di Giuseppe Grispello, ispirato al lamento notturno, che si rivelò emesso da un barbagianni introdottosi nel maniero.

Ora, posto che al sostantivo “fantasma” ritengo sia preferibile “spirito”, giacché il primo ha un valore assoluto, mentre il secondo ne ha uno relativo, quasi eracliteo, in quanto contrapposto a “materia”, tuttavia, non credo che occorra spendere troppe parole per dimostrare come, in buona parte dei casi più sopra menzionati, lo stato di abbandono degli edifici abbia favorito la circolazione del vento – e del suo sibilo – durante le notti meno serene,  facendo pensare alla presenza di qualche entità immateriale. In altri casi, poi, riferiti da bambini, è legittimo pensare a un fenomeno di suggestione o al parto della fantasia infantile. E, nell’un caso, come nell’altro, è proprio in ciò che dev’essere individuato il mito.

(Febbraio 2019)

BilerChildrenLeg og SpilAutobranchen