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APPUNTI DI GUERRA

APPUNTI DI GUERRA

 

di Luigi Rezzuti

 

Una domenica pomeriggio, dopo pranzo, non avendo nulla da fare, mi soffermai a guardare le foto di mio fratello in abito militare.

Con grande commozione ricordai che mio fratello era riuscito ad evadere da un campo di  prigionia tedesco.

Egli aveva raccontato poco dell’avventura, relativa alla sua fuga, insieme ad altri commilitoni, per far ritorno a casa. Quindi iniziai a cercare di ricostruirne i particolari.

Oltre alle fotografie, trovai anche un piccolo quadernetto di appunti, con annotazioni scritte a matita, che riguardavano proprio la vita nel campo tedesco e la sua fuga.

Riuscii, con enorme difficoltà, a  decifrare la sua pessima grafia e ricomporre la sua storia: la coraggiosa fuga da un campo di concentramento nazista in Germania.

La maggior parte dei prigionieri erano stati catturati mentre erano ignari dell’armistizio e della deposizione di Mussolini da parte del Re.

Gli altri, dopo la repubblica di Salò, furono deportati al campo come unica alternativa al combattere a fianco dei tedeschi.

I soldati italiani che rifiutavano di combattere furono rinchiusi nei campi, obbligati a compiere diversi lavori per i tedeschi, come quello di riparare le linee elettriche e telefoniche che i bombardamenti alleati mettevano a rischio.

Intanto gli alleati stavano liberando l’Italia e avanzavano verso le Alpi, i russi sfondavano ad est e gli americani ad ovest.

Il lavoro era massacrante, ogni giorno si usciva dal campo, sotto il controllo delle guardie, per procedere alla riparazione delle linee interrotte.

In questi campi di prigionia si mangiavamo lumache crude e pomodori,  fatti crescere nello sterco umano.

Ma nella tragedia, alle volte, c’è anche posto per situazioni comiche: i prigionieri facevano i loro bisogni dietro un muretto, circondato da qualche albererello. Mio fratello gettò volontariamente il sacchetto col contenuto al di là del muro, dove stava passando un soldato tedesco, il quale, colpito in pieno, scaricò il suo mitra in direzione di mio fratello, che riuscì a filar via da una vendetta sicura, strisciando carponi e protetto dagli alberelli.

Fu allora che decise di darsi alla fuga dal campo, parlò con tre compagni e disse : “Noi prigionieri  siamo in tanti, i tedeschi, che ci controllano, sono pochi. Qui è giunta la notizia da parte degli ultimi arrivati che la situazione per i nazisti è ormai tragica, gli americani sono già a ridosso delle Alpi e quindi i tedeschi dovranno lasciare il campo, retrocedere ed organizzarsi su altre linee difensive. A questo punto, secondo me, ci faranno fuori tutti, sarebbe troppo rischioso per loro lasciarci in vita ed in libertà, fosse solo per paura di ritorsioni da parte nostra. Vada come vada, ci conviene tentare la fuga”.

La notte successiva si mise in atto il piano di fuga: si sarebbero ritrovati dietro il muretto dei bisogni, protetti anche dagli alberelli.

In fondo si intravedeva il bosco, una volta raggiunto, si sarebbe aperta qualche consistente speranza.

E fu così che il gruppetto scivolò furtivamente dal campo, eludendo  la sorveglianza delle sentinelle. Raggiunsero il bosco e poi via, in una corsa a perdifiato tra cespugli, rami, sterpaglie, tronchi sempre più fitti, fino a cadere, stremati, al suolo.

Troppo stanchi per decidere i turni di guardia, caddero in un sonno profondo.

Forse qualcuno sognò il latrare dei cani, sempre più vicini, oppure, qualche altro,  di essere già sulla soglia di casa per abbracciare le persone care.

All’alba, il primo che si svegliò si mise a gridare: “Siamo salvi- Ce l’abbiamo fatta”.

Gli altri sollevarono il naso fuori da una coltre neve farinosa.

Era la prima neve dell’autunno, che aveva coperto le loro tracce e neutralizzato i cani.

Proseguendo il cammino, trovarono anche uno zaino con dentro un binocolo, una bussola ed una mappa della zona.

Così riuscirono a dirigersi, con sicurezza, verso il confine italiano.

Passarono per vie solitarie ed impervie, tra le creste dei monti, trovando perfino aiuto da parte di una famiglia contadina, che diede loro cibo e fiducia.

Il confine era ormai vicinissimo e passava da un bivio che si rivelò miracoloso.

C’erano quattro biciclette appoggiate al muretto di un cascinale. Era proprio quello che ci voleva.

Senza farsene accorgere, le rubarono e giù, a tutta velocità, lungo i tornanti di una ripida discesa.

Mio fratello andava decisamente più forte, da spericolato e gli altri lo ritrovarono in un cespuglio. La sua bici aveva i freni rotti.

Ormai erano in Italia. La guerra era finalmente finita e si trovarono in un paese liberato dagli alleati. Dovettero, però,  continuare ad attraversare l’Italia per arrivare al fronte degli alleati, ad Anzio.

Erano trepidanti ed ansiosi di completare l’ultima parte del viaggio, ma erano in dubbio su quale strada prendere e su come aggirare le pattuglie tedesche e i campi  minati.

Lungo la strada del rientro, infatti, sotto una pioggia torrenziale, dovettero attraversare carponi un campo minato.

Una volta superatolo, furono attaccati da una pattuglia tedesca, che sparò alcuni colpi di mitra senza colpire nessuno dei fuggitivi.

Sessantacinque anni dopo, quella domenica pomeriggio, ero seduto alla mia scrivania a  ricomporre  gli appunti di guerra di mio fratello e la storia della sua fuga.

Credo che del gruppo si salvarono tutti, ma mettere insieme i pezzi di quello che accadeva durante e dopo quella fuga da un campo di concentramento tedesco, non fu una cosa semplice.

Mio fratello, comunque, si era salvato e la gioia di tutti noi fu grande, insieme ad una forte commozione.

Ricordo che arrivò a casa magrissimo, ancora con gli abiti da militare, tutti a brandelli.

(Giugno 2019)

LO SCIROPPO DEL MONACO

LO SCIROPPO DEL MONACO

 

di Luigi Rezzuti

 

Era una fresca e limpida giornata di aprile e gli orologi segnavano le 13.    

Un monaco, dinanzi alla chiesa, vendeva uno sciroppo per la tosse, tale “Respiro”, che, a suo dire, avrebbe rigenerato, grazie a strabilianti e poderose magie, il sistema respiratorio di ogni essere umano che l’avesse provato.

O, almeno, questo  era ciò che voleva far credere a chi si  avvicinava al suo banchetto, fuori la chiesa.

Purtroppo, il monaco, che di ecclesiastico, in realtà, aveva solo l’abito, oltretutto di terza mano, sponsorizzava il prodotto insieme a suor Francesca, sua collega di vecchia data in truffe e affini.

I due nascondevano abilmente al pubblico che il loro sciroppo aveva meno effetto di un balsamo per capelli.

Quella mattina, davanti alla chiesa, seduto sulla sua sèggiola di legno, il monaco stava proponendo l’acquisto ad ogni persona che gli passava davanti, ma non era riuscito a venderne nemmeno un esemplare.

Forse si era diffusa la voce che gli effetti del suo sciroppo non erano quelli sponsorizzati, ma che, anzi, avevano solo peggiorato le condizioni di quanti lo avevano provato.

Finalmente giunse una vecchietta, che avrebbe salvato la giornata del monaco …

Mentre la vecchietta avanzava, avanzava con lei anche una forte e stizzosa tosse.

Buongiorno, bella signora, dove si sta recando?” chiese il monaco.

La donna, spiazzata, si guardò intorno: “Ma chi, io?” chiese a sua volta, dubbiosa.

Il monaco fece lo sguardo da marpione, alzò le sopraciglia e rispose: “Ma si, lei, bella signora”.

La vecchietta rise lusingata, mostrando i pochi denti che le erano rimasti, di uno strano colore marrone scuro.

Sto andando in chiesa, per pregare il Divino, e lei signor monaco, cosa sta facendo?”.

Beh, signora bella, sto vendendo il migliore sciroppo per la tosse che troverà mai sulla piazza”.

La vecchietta lo guardò stupita. Quel monaco capitava al momento giusto.

Ah si? Ma lo sa che ero proprio in cerca di un nuovo sciroppo? Vede, utilizzo il “Tossimeglio” da anni, ma la mia tosse non è mai andata via, non si è mai calmata.”

Ma, signora bella, il “Tossimeglio” è prodotto da Satana in persona!

La vecchietta fece il segno della croce, mostrando stupore per una tale rivelazione.

Oh non sapevo, ma allora, signor monaco, cosa mi consiglia? Non voglio continuare a vivere nel peccato in questo mondo.”

Il monaco sorrise, ormai certo di aver preso all’amo il suo pesce.

“Deve comprare il mio sciroppo “Respiro”, vedrà che non se ne pentirà”.

Così in quel giorno di aprile, prima della Domenica delle Palme, il monaco vendette due litri di sciroppo “Respiro” per la vecchietta e per tutta la sua famiglia, che, a quanto pareva, soffriva di mal di gola cronico.

Nel giro di due mesi la vecchietta e la sua famiglia tornarono di nuovo in quella stessa chiesa, ma questa volta, purtroppo, dentro una bara.

Infatti, dopo alcuni studi su questo sciroppo, si era scoperto che il “Respiro” conteneva una dose mortale di mercurio.

A questo punto, il monaco e la sua complice in truffe e affini, suor Francesca, scapparono a Cuba e, grazie alla vendita di questo sciroppo nocivo, vissero di rendita per tutti i successivi anni della loro vita, trascorrendoli tra lusso e divertimenti, su una spiaggia di Cuba, bevendo latte di cocco e fumando sigari avana…

(Giugno 2019)

Io e la valigia

IO E LA VALIGIA

 

di Luigi Rezzuti

 


Ero seduto davanti a quella valigia rigonfia, nella quale gli indumenti avanzavano tanto da “obbligarla” a non chiudersi.

Non  ricordavo di essere stato tanto imbranato come in quel momento.

Dalle nove del mattino non avevo fatto altro che provare e riprovare tutti i sistemi possibili, impossibili ed inimmaginabili, per sistemare in quella valigia i miei vestiti.

Ero soltanto riuscito a farne entrare una piccola parte… In pigiama e in vestaglia, così come appena alzato, non ero ancora rasato né vestito,

E sudavo, come se avessi addosso un cappotto.

Verso mezzogiorno ero talmente angosciato da sragionare e trattare quella valigia come una persona.

Dapprima mi rivolsi a “lei” teneramente “So bene che è  sgradevole tenere tutte queste cose dentro di te, soprattutto le scarpe… Allora toglierò le scarpe e tu ti comporterai bene e accetterai tutto il resto!... D’accordo?”.

Ma la valigia continuava a comportarsi male :”Su, sii buona! Oggi dobbiamo prendere il treno, le vacanze sono finite, ho già comprato il biglietto e devo ancora fare mille cose. Non sei contenta di ritornare a casa?”

Ma “lei”, niente, cocciuta e ostinata. Allora presi ad insultarla “Stupida! A che diavolo servi? Vuoi prendermi in giro? Ti faro vedere io chi è il più forte”.

Le appioppai una terribile pedata, una sola, perché calzavo pantofole leggere e il male che mi procurai non fu da poco.

Trascorsero altri terribili minuti. Non potevo rimanere lì come un imbecille, con la roba sparsa per la camera e la valigia che non si chiudeva.

Fu allora che bussarono alla porta. Andai ad aprire. Era il mio vicino di camera che, richiamato dalla mia voce alterata, era venuto a chiedermi che cosa mi stesse capitando.

Prego, si accomodi. Lei è il benvenuto!” e gli spiegai in breve l’emergenza mentre gli chiedevo: “Vuole essere così gentile da aiutarmi a chiudere la valigia?”Ma lei ha tanta roba!” Lievemente infastidito, replicaiche era la stessa roba di quando ero partito e la valigia allora si era chiusa “Anzi ce n’era di più perché ho perduto due camicie e una giacca”.

L’uomo della camera accanto scosse la testa dicendo: “Eh, le valigie sono fatte così. Dovrebbe fare come me: io porto poche cose, così viaggio leggero.… Comunque, diamoci da fare”.

Sistemammo alla meglio le camicie e gli abiti nella valigia ma l’uomo mi chiese un momento di pausa perché, essendo rimasto a lungo chinato, gli era sopraggiunto un terribile mal di schiena.

Provammo molte “combinazioni” pur di chiudere la valigia e tuttavia, ancora una volta, non ci fu nulla da fare.

Alla fine collaudammo una tecnica nuova: cominciammo a pigiare la roba con pugni energici e poi, con tutto il peso, non indifferente, dei nostri corpi ci buttammo seduti sulla valigia.

Quindi feci scivolare, cautamente, la mano lungo la cerniera, chiudendo finalmente quella dannata valigia.

“È fatta” esclamai, con un sorriso radioso. “È fatta…” “È fatta…” sussurrò, sfinito, ma con un ghigno di vittoria sul volto pallido, il signore che aveva guerreggiato insieme a me con la valigia.

Naturalmente, scarpe e altre sciocchezze simili erano rimaste fuori, ma decidemmo di metterle in sacchetti di plastica, facilmente trasportabili.

Abbracciai di cuore il mio buon vicino, esternandogli la mia gratitudine.

L’uomo si avviò alla porta ma, prima che la sua mano si posasse sulla maniglia,  lo raggiunse una mia angosciata esclamazione, che lo costrinse ad una veloce giravolta, “Che c’è?”, mi chiese allarmato. Mi guardò mentre io, immobile, con le braccia penzoloni lungo i fianchi, indicavo il pigiama e la vestaglia, che ancora avevo addosso. E intanto mi  mancava il vestito per il viaggio di ritorno!…

“Capperi! Si ricomincia… Siamo di nuovo in guerra!” esclamò il simpatico vicino ed entrambi scoppiammo in una fragorosa risata...

(Aprile 2019)

UN GIORNO AL MARE

UN GIORNO AL MARE

 

di Luigi Rezzuti

 

L’intenzione era di trascorrere una giornata al mare, ma dopo tre ore,  bloccati in mezzo al traffico e tamponati da un grosso camion pieno di cipolle, per la fretta di arrivare a Roma, inizia la giornata.

Quel fine settimana era stato organizzato con cura certosina, atteso con desiderio dall’intera famiglia: mamma Viola, impiegata in un laboratorio di analisi cliniche, papà Peppino, operatore professionale in una casa di cura per anziani, due figli e la nonnina.

Il giorno prima, i componenti della famiglia erano andati a dormire a notte fonda, per preparare tutto quanto occorreva portare al mare il mattino seguente: panini con mortadella e formaggio, petti di pollo dorati, bibite frizzanti, dolci e frutta a volontà.

Doveva essere una giornata spensierata: un giorno di riposo in riva al mare, allietato dal  sole e da magnifiche nuotate. Un rilassante lasciarsi andare alla bellezza dell’estate.

Ma quelle tre ore, passate in macchina, solo per arrivare a metà percorso, verso una località balneare, li avevano demoralizzati.

A loro, per giunta, si era unita anche la vecchia nonnina di ottant’anni che non andava al mare da più di tre anni, cioè da quando gli era morto il marito, di professione imbianchino.

“Siamo enormemente in ritardo” disse Peppino alla moglie.

“Non innervosirti, caro. Vedrai, tra poco il traffico incomincerà a scemare. Siamo in un punto nevralgico su questa statale, dove confluisce ogni strada provinciale, diretta al mare. Un po’ di pazienza e ce la faremo.

“Si, cara, ma sono tre ore che siamo bloccati, inchiodati sotto questo sole, afflitti dal caldo e dai venditori ambulanti, che ci tormentano con fazzolettini e accendini. Hanno pulito venti volte i vetri della macchina ed ho dovuto, sborsare ben dieci euro di mancia per non passare per un razzista. Credimi,  non ce la faccio più. Vorrei  tanto tornare indietro. Mi sento distrutto”.

A quelle lamentele, la nonnina, seduta in un angolo della macchina, interviene dicendo: “Ragazzi, non mollate. Ce la dobbiamo fare. Ricordati  le parole di tuo padre: “Peppino, non arrenderti, non indietreggiare.” Lo faresti rivoltare nella  tomba. Abbi pazienza, ascolta le parole di tua moglie. Se torni indietro, ti arrendi. Cedere al primo tentativo non devi, non puoi. Tuo padre ti ha insegnato che non bisogna mai arrendersi, bisogna andare sempre avanti”.

I due figli replicarono “Forza, papà, noi siamo con te, non ci arrendiamo. Il mare può attendere. Prima o poi, arriveremo”.

“Ragazzi sono orgoglioso di voi. Se fosse vivo mio padre vi mangerebbe di baci. Solo una cosa non riesco a digerire: questo cafone di camionista, col suo camion pieno di cipolle, che mi tormenta col clacson da due ore. Vorrei farlo passare avanti, lui e il suo dannato camion puzzolente, ma mi è impossibile. Non riesco ad andare nè avanti nè indietro”.

Il blocco delle auto, infatti, formava quasi un corpo solo, un ammasso di ferro incandescente sotto il sole cocente.

Un po’ più avanti, infatti, vari tamponamenti a catena avevano fatto scoppiare delle furibonde liti, a suon di sonori ceffoni, calci e quant’altro.

Una famiglia, proveniente da Caserta, all’altezza di un incrocio, s’era presa a pistolettate con un’altra, proveniente da Casagiove.

La sparatoria era andata a finire proprio male, causando tre feriti e un moribondo.

Il traffico, con l’arrivo dell’autoambulanza della croce rossa, era diventato ancora più caotico.

A bordo del 118 c’era un pediatra al suo primo incarico e un infermiere ad un passo dalla pensione.

Ulteriori problemi ne derivarono. Una catastrofe resa ancor più difficile da gestire con l’arrivo della polizia.

Intanto il mare, con le sue spiagge dorate, lunghe ed infinite, baciate dalla dolce brezza, era ancora così lontano!

In tutto questo caos l’auto di Peppino veniva tamponata dal guidatore del camion pieno di cipolle, che pretendeva di aver anche ragione del danno causato, avendo “ammaccato” l’auto, posteriormente.

Comunque, dopo mezza giornata passata all’inferno, con l’auto ammaccata ed un occhio di Peppino, divenuto nero, dopo una scazzottata con il camionista, che voleva avere per forza ragione, la famiglia finalmente giunse al mare quasi al tramonto.

Fermarono l’auto in doppia fila e tutti scesero di corsa a vedere quel sospirato mare. Si spogliarono in fretta, dimenticando la nonnina in cabina, attorcigliata alle sue brache.

Peppino, che indossava un vecchio costume, i due figli, tutti sudati, la moglie Viola, nera di rabbia, ebbero il tempo di fare un breve bagno in un rosso tramonto.

Il mare era una tavola e brillava sotto i raggi del sole. Nuotarono felici come mai nella loro vita.

Peppino fece il morto, galleggiando a pelo d’acqua, la moglie Viola si lanciò, con quattro bracciate, così al largo che per vederla ci voleva un cannocchiale, i figli si sbizzarrirono con capriole e tuffi acrobatici e, quando ebbero finito di fare il bagno, risaòirono in spiaggia.

Non prima di essere ritornati indietro, per ben due volte, prima al bar  del lido, dove avevano lasciato la nonnina, e poi nella cabina che avevano fittato, in cui la nonnina aveva dimenticato la dentiera.

Quasi  a notte inoltrata fecero ritorno a casa.

Quel giorno, trascorso, si fa per dire, al mare, servì da vera lezione di vita: il mare può anche aspettare, prima o poi erano arrivati a bagnarsi nelle fresche acque.

Non bisogna arrendersi mai, proprio come diceva la nonnina…   

(Maggio 2019)

RAGAZZO NIGERIANO

IN VIAGGIO CON UN RAGAZZO NIGERIANO

 

di Luigi Rezzuti

 


Era un ragazzo di sedici anni, lo sguardo vispo, un sorriso sempre stampato sul volto.

La pelle scura, una folta capigliatura riccia spiccava sul suo capo.

Aveva un sogno, o meglio, ne aveva due: riabbracciare suo fratello più grande, che viveva ad Udine da due anni e, un giorno, fare un lungo viaggio in treno.

Il ragazzo amava i treni. Ne era affascinato e sulle locomotive sapeva tutto.

Ancora non credeva che il lungo viaggio in treno da sempre desiderato, lo stesse davvero compiendo.

Partenza da Palermo, destinazione Udine, per riabbracciare il fratello.

Da dove vieni?” chiese una signora.

Dalla Nigeria

E cosa fai tutto solo su questo treno?”

“Vado da mio fratello, lui vive ad Udine” rispose inorgoglito, consapevole dell’impresa che stava compiendo.

I tuoi genitori dove sono?”

“A casa, non avevano i soldi per pagare il viaggio”.

“Capisco, vuoi della cioccolata? – chiese la signora, mentre rovistava nella borsa.

Il ragazzo aveva provato la cioccolata una sola volta nella sua vita, ma il sapore lo rammentava bene.

La donna tirò fuori una tavoletta e, quando il ragazzo l’addentò, gli sembrò la cosa più buona che avesse mai provato in vita sua: cioccolato al latte, tempestato di nocciole.

Con la bocca piena di cioccolato, chiese alla signora: “A lei piacciono i treni?”

Certo. E a te?”

Tantissimo, so tutto sui treni e un giorno mi piacerebbe guidarne uno

La donna, sorridendo, ascoltava con attenzione e interesse le parole del giovane ragazzo nigeriano, che proseguì “Questa è la prima volta che salgo su un  treno in vita mia, è tutto così incredibile, sto realizzando due sogni in un colpo solo, non vedo l’ora di riabbracciare mio fratello, lui sì che ne ha visti di treni. Viaggia molto, si sposta in tutta Italia per lavorare. Fa poca differenza se sia nei campi o come muratore o per qualsiasi altra cosa. A lui importa solo che sia un lavoro onesto. Ha messo da parte i soldi per pagarmi il viaggio”.

Una voce annunciò l’arrivo alla stazione di Reggio Calabria.

La signora raccolse le sue cose e, guardando amorevolmente il ragazzo, disse: “Tuo fratello deve essere davvero un bravo ragazzo, io scendo qui. Ciao e… buon viaggio”.

Buona giornata”:

il treno fece una sosta di alcuni minuti, il ragazzo guardava incuriosito fuori dal finestrino, osservava la gente passare, qualcuno correre e affannare per salire sul treno, che stava per partire.

Vide un uomo in difficoltà, con una grossa valigia. A aveva la pelle scottata dal sole, i capelli grigi e sul volto rughe che sembravano solchi, mani tipiche di chi le ha usate tutta la vita per lavori pesanti e, probabilmente, mostrava più della sua reale età.

Aspetti che l’aiuti” disse il ragazzo.

Grazie, sei molto gentile” rispose l’uomo.

Si figuri. Mio fratello dice che bisogna sempre aiutare chi ha bisogno”.

L’uomo ebbe una smorfia di dolore “Ah. La mia povera schiena!

“Cosa c’è? Sta male?”

“Nulla di grave, sono gli acciacchi che, con l’età, si fanno sentire”

“Lei dove va di  bello?”

A Roma, mi hanno chiamato per qualche giorno di lavoro

Che genere di lavoro?” chiese il ragazzo con la sua sincera ingenuità.

“Faccio il muratore e, quando serve personale extra, mi chiamano. È una vita dura. I soldi non bastano mai: guadagno poco, ma onestamente, con dignità”

Sì, mio fratello è come lei, fa qualsiasi lavoro purchè onesto. Egli  ora è ad Udine ed io sto andando da lui”.

Si ricordò di avere ancora della cioccolata e ne offrì all’uomo.

 “Prenda, è davvero molto buona, me l’ha regalata una signora gentilissima. Era seduta proprio li’, dove adesso c’è lei”.

L’uomo staccò un pezzo dalla tavoletta e lo mangiò con gusto.

Era tanto tempo che non ne mangiavo e questa è la migliore che abbia mai assaggiato”.

“Sono contento che le piaccia, anch’io non ne mangiavo da molto tempo”.

“Biglietti, prego.” Il controllore si affacciò nello scompartimento, dove erano seduti il ragazzo e l’uomo.

Tenga – disse il ragazzo – vuole anche un po’ di cioccolata? È buonissima, sa?”

Il controllore sorrise sotto i lunghi baffi e accettò di buon grado l’offerta del ragazzo.

Grazie, e buon viaggio”.

Dall’altoparlante una voce annunciò: “Stazione di Roma Termini”.

“Il mio viaggio finisce qui – disse l’uomo – ma tu hai ancora una lunga strada da fare fino ad Udine. Ti vedo stanco, perché non provi a dormire un po’?”

Posò la mano tra i folti capelli del ragazzo, con una carezza.

Sì, sono stanco, sento le palpebre pesanti … è così faticoso restare svegli”.

“Allora dormi, ti sveglierai quando sarai ad Udine da tuo fratello”.

Il ragazzo si lasciò andare e gli occhi si chiusero: il suo lungo viaggio proseguiva e la gente continuava a salire sul treno.

Erano in tanti, sempre di più su quel treno, affollato all’inverosimile.

Sembrava non esserci più spazio, come se quel treno stesse per esplodere, tanto era pieno.

Il ragazzo nigeriano aprì gli occhi e vide la mano di un uomo protesa verso di lui.

Indossava una pettorina con su scritto: “Guardia Costiera” e lo stava portando via in salvo dal barcone, su cui era salito, insieme ad un centinaio di migranti, per raggiungere l’Italia.

(Marzo 2019)

BilerChildrenLeg og SpilAutobranchen