NEWS

Il Leicester vince il campionato di calcio inglese   di Luigi Rezzuti   In un campionato di calcio pulito, come quello inglese, può vincere anche una...
continua...
Venghino signori, ecco il borgo dove le case si vendono ad un euro   di Luigi Rezzuti   Comprare una casa, o meglio un rudere, a 1 euro, da oggi, è...
continua...
L’intramontabile fascino della dieta mediterranea   di Laura Coluccio *   Maggio e giugno, antichi nemici della tavola e grandi amici di diete e...
continua...
SALUTE E BENESSERE Una casa a misura di sonno   di Peppe Iannicelli   Un terzo della giornata per lavorare, un terzo della giornata per vivere i...
continua...
Parlanno ’e poesia 5   di Romano Rizzo   EPIFANIO ROSSETTI è stato, senza dubbio, una delle figure preminenti della poesia napoletana...
continua...
  Miti napoletani di oggi. 55 IL NUOVO SIMBOLISMO NATALIZIO   di Sergio Zazzera   Sono molte, al mondo, le città che anelano a “toccare il cielo”:...
continua...
IL CAMPIONATO DEL NAPOLI   dI Luigi Rezzuti   Del tradimento di Gonzalo Higuain, che ha preferito passare alla Juve, la più acerrima nemica del Napoli...
continua...
Convegno dell’Hortus Magnus ai Canottieri di Salerno: “La natura nell’arte pittorica tra scienza ed etica”    Quest’anno il consueto appuntamento con...
continua...
STORIE DI CERAMICA     (Giugno 2018)
continua...
AL PAN DI NAPOLI LE “OMBRE” DI ARMANDO DE STEFANO   Dal 19 maggio al 25 giugno, una mostra curata da Mimma Sardella. Armando De Stefano omaggia Jorge...
continua...

Articoli

Io e la valigia

IO E LA VALIGIA

 

di Luigi Rezzuti

 


Ero seduto davanti a quella valigia rigonfia, nella quale gli indumenti avanzavano tanto da “obbligarla” a non chiudersi.

Non  ricordavo di essere stato tanto imbranato come in quel momento.

Dalle nove del mattino non avevo fatto altro che provare e riprovare tutti i sistemi possibili, impossibili ed inimmaginabili, per sistemare in quella valigia i miei vestiti.

Ero soltanto riuscito a farne entrare una piccola parte… In pigiama e in vestaglia, così come appena alzato, non ero ancora rasato né vestito,

E sudavo, come se avessi addosso un cappotto.

Verso mezzogiorno ero talmente angosciato da sragionare e trattare quella valigia come una persona.

Dapprima mi rivolsi a “lei” teneramente “So bene che è  sgradevole tenere tutte queste cose dentro di te, soprattutto le scarpe… Allora toglierò le scarpe e tu ti comporterai bene e accetterai tutto il resto!... D’accordo?”.

Ma la valigia continuava a comportarsi male :”Su, sii buona! Oggi dobbiamo prendere il treno, le vacanze sono finite, ho già comprato il biglietto e devo ancora fare mille cose. Non sei contenta di ritornare a casa?”

Ma “lei”, niente, cocciuta e ostinata. Allora presi ad insultarla “Stupida! A che diavolo servi? Vuoi prendermi in giro? Ti faro vedere io chi è il più forte”.

Le appioppai una terribile pedata, una sola, perché calzavo pantofole leggere e il male che mi procurai non fu da poco.

Trascorsero altri terribili minuti. Non potevo rimanere lì come un imbecille, con la roba sparsa per la camera e la valigia che non si chiudeva.

Fu allora che bussarono alla porta. Andai ad aprire. Era il mio vicino di camera che, richiamato dalla mia voce alterata, era venuto a chiedermi che cosa mi stesse capitando.

Prego, si accomodi. Lei è il benvenuto!” e gli spiegai in breve l’emergenza mentre gli chiedevo: “Vuole essere così gentile da aiutarmi a chiudere la valigia?”Ma lei ha tanta roba!” Lievemente infastidito, replicaiche era la stessa roba di quando ero partito e la valigia allora si era chiusa “Anzi ce n’era di più perché ho perduto due camicie e una giacca”.

L’uomo della camera accanto scosse la testa dicendo: “Eh, le valigie sono fatte così. Dovrebbe fare come me: io porto poche cose, così viaggio leggero.… Comunque, diamoci da fare”.

Sistemammo alla meglio le camicie e gli abiti nella valigia ma l’uomo mi chiese un momento di pausa perché, essendo rimasto a lungo chinato, gli era sopraggiunto un terribile mal di schiena.

Provammo molte “combinazioni” pur di chiudere la valigia e tuttavia, ancora una volta, non ci fu nulla da fare.

Alla fine collaudammo una tecnica nuova: cominciammo a pigiare la roba con pugni energici e poi, con tutto il peso, non indifferente, dei nostri corpi ci buttammo seduti sulla valigia.

Quindi feci scivolare, cautamente, la mano lungo la cerniera, chiudendo finalmente quella dannata valigia.

“È fatta” esclamai, con un sorriso radioso. “È fatta…” “È fatta…” sussurrò, sfinito, ma con un ghigno di vittoria sul volto pallido, il signore che aveva guerreggiato insieme a me con la valigia.

Naturalmente, scarpe e altre sciocchezze simili erano rimaste fuori, ma decidemmo di metterle in sacchetti di plastica, facilmente trasportabili.

Abbracciai di cuore il mio buon vicino, esternandogli la mia gratitudine.

L’uomo si avviò alla porta ma, prima che la sua mano si posasse sulla maniglia,  lo raggiunse una mia angosciata esclamazione, che lo costrinse ad una veloce giravolta, “Che c’è?”, mi chiese allarmato. Mi guardò mentre io, immobile, con le braccia penzoloni lungo i fianchi, indicavo il pigiama e la vestaglia, che ancora avevo addosso. E intanto mi  mancava il vestito per il viaggio di ritorno!…

“Capperi! Si ricomincia… Siamo di nuovo in guerra!” esclamò il simpatico vicino ed entrambi scoppiammo in una fragorosa risata...

(Aprile 2019)

RAGAZZO NIGERIANO

IN VIAGGIO CON UN RAGAZZO NIGERIANO

 

di Luigi Rezzuti

 


Era un ragazzo di sedici anni, lo sguardo vispo, un sorriso sempre stampato sul volto.

La pelle scura, una folta capigliatura riccia spiccava sul suo capo.

Aveva un sogno, o meglio, ne aveva due: riabbracciare suo fratello più grande, che viveva ad Udine da due anni e, un giorno, fare un lungo viaggio in treno.

Il ragazzo amava i treni. Ne era affascinato e sulle locomotive sapeva tutto.

Ancora non credeva che il lungo viaggio in treno da sempre desiderato, lo stesse davvero compiendo.

Partenza da Palermo, destinazione Udine, per riabbracciare il fratello.

Da dove vieni?” chiese una signora.

Dalla Nigeria

E cosa fai tutto solo su questo treno?”

“Vado da mio fratello, lui vive ad Udine” rispose inorgoglito, consapevole dell’impresa che stava compiendo.

I tuoi genitori dove sono?”

“A casa, non avevano i soldi per pagare il viaggio”.

“Capisco, vuoi della cioccolata? – chiese la signora, mentre rovistava nella borsa.

Il ragazzo aveva provato la cioccolata una sola volta nella sua vita, ma il sapore lo rammentava bene.

La donna tirò fuori una tavoletta e, quando il ragazzo l’addentò, gli sembrò la cosa più buona che avesse mai provato in vita sua: cioccolato al latte, tempestato di nocciole.

Con la bocca piena di cioccolato, chiese alla signora: “A lei piacciono i treni?”

Certo. E a te?”

Tantissimo, so tutto sui treni e un giorno mi piacerebbe guidarne uno

La donna, sorridendo, ascoltava con attenzione e interesse le parole del giovane ragazzo nigeriano, che proseguì “Questa è la prima volta che salgo su un  treno in vita mia, è tutto così incredibile, sto realizzando due sogni in un colpo solo, non vedo l’ora di riabbracciare mio fratello, lui sì che ne ha visti di treni. Viaggia molto, si sposta in tutta Italia per lavorare. Fa poca differenza se sia nei campi o come muratore o per qualsiasi altra cosa. A lui importa solo che sia un lavoro onesto. Ha messo da parte i soldi per pagarmi il viaggio”.

Una voce annunciò l’arrivo alla stazione di Reggio Calabria.

La signora raccolse le sue cose e, guardando amorevolmente il ragazzo, disse: “Tuo fratello deve essere davvero un bravo ragazzo, io scendo qui. Ciao e… buon viaggio”.

Buona giornata”:

il treno fece una sosta di alcuni minuti, il ragazzo guardava incuriosito fuori dal finestrino, osservava la gente passare, qualcuno correre e affannare per salire sul treno, che stava per partire.

Vide un uomo in difficoltà, con una grossa valigia. A aveva la pelle scottata dal sole, i capelli grigi e sul volto rughe che sembravano solchi, mani tipiche di chi le ha usate tutta la vita per lavori pesanti e, probabilmente, mostrava più della sua reale età.

Aspetti che l’aiuti” disse il ragazzo.

Grazie, sei molto gentile” rispose l’uomo.

Si figuri. Mio fratello dice che bisogna sempre aiutare chi ha bisogno”.

L’uomo ebbe una smorfia di dolore “Ah. La mia povera schiena!

“Cosa c’è? Sta male?”

“Nulla di grave, sono gli acciacchi che, con l’età, si fanno sentire”

“Lei dove va di  bello?”

A Roma, mi hanno chiamato per qualche giorno di lavoro

Che genere di lavoro?” chiese il ragazzo con la sua sincera ingenuità.

“Faccio il muratore e, quando serve personale extra, mi chiamano. È una vita dura. I soldi non bastano mai: guadagno poco, ma onestamente, con dignità”

Sì, mio fratello è come lei, fa qualsiasi lavoro purchè onesto. Egli  ora è ad Udine ed io sto andando da lui”.

Si ricordò di avere ancora della cioccolata e ne offrì all’uomo.

 “Prenda, è davvero molto buona, me l’ha regalata una signora gentilissima. Era seduta proprio li’, dove adesso c’è lei”.

L’uomo staccò un pezzo dalla tavoletta e lo mangiò con gusto.

Era tanto tempo che non ne mangiavo e questa è la migliore che abbia mai assaggiato”.

“Sono contento che le piaccia, anch’io non ne mangiavo da molto tempo”.

“Biglietti, prego.” Il controllore si affacciò nello scompartimento, dove erano seduti il ragazzo e l’uomo.

Tenga – disse il ragazzo – vuole anche un po’ di cioccolata? È buonissima, sa?”

Il controllore sorrise sotto i lunghi baffi e accettò di buon grado l’offerta del ragazzo.

Grazie, e buon viaggio”.

Dall’altoparlante una voce annunciò: “Stazione di Roma Termini”.

“Il mio viaggio finisce qui – disse l’uomo – ma tu hai ancora una lunga strada da fare fino ad Udine. Ti vedo stanco, perché non provi a dormire un po’?”

Posò la mano tra i folti capelli del ragazzo, con una carezza.

Sì, sono stanco, sento le palpebre pesanti … è così faticoso restare svegli”.

“Allora dormi, ti sveglierai quando sarai ad Udine da tuo fratello”.

Il ragazzo si lasciò andare e gli occhi si chiusero: il suo lungo viaggio proseguiva e la gente continuava a salire sul treno.

Erano in tanti, sempre di più su quel treno, affollato all’inverosimile.

Sembrava non esserci più spazio, come se quel treno stesse per esplodere, tanto era pieno.

Il ragazzo nigeriano aprì gli occhi e vide la mano di un uomo protesa verso di lui.

Indossava una pettorina con su scritto: “Guardia Costiera” e lo stava portando via in salvo dal barcone, su cui era salito, insieme ad un centinaio di migranti, per raggiungere l’Italia.

(Marzo 2019)

UN VIAGGIO DI ALTRI TEMPI

UN VIAGGIO DI ALTRI TEMPI

 

di Luigi Rezzuti

 

Un mendicante, tutte le sere se ne andava a dormire nella stazione centrale di piazza Garibaldi a Napoli, tra l’indifferenza generale dei viaggiatori del treno delle 4,10 per Roccaraso.

Non lo degnavano di un’occhiata nemmeno i facchini che, malgrado  i viaggiatori fossero carichi di valige di cartone legate con lo spago, non avevano per quel treno mai nulla da trasportare.

Una sera, mai visti prima, come sbarcati da un ignoto paese, apparvero  portandosi sulle spalle due paia di sci e un sacco alpino.

Erano tutti vestiti con pantaloni alla zuava, scarponi di montagna, occhialini scurti appesi al collo o sistemati sul cappello di lana.

Viaggiavano in terza classe e, piuttosto che mettersi a dormire, intonavano cori alpini in quelle otto ore, otto ore interminabili, ore notturne di un viaggio con quel treno che partiva silenzioso e si fermava in tutte le stazioni.

Un treno che, dopo molte piccole soste, si concedeva uno scalo  di due ore, nel pieno della notte, a Chiaianiello-Scalo, dove era possibile accomodarsi nella cucina del gestore del bar della stazione.

C’era un camino e su quel fuoco si arrostivano metri di salsiccia paesane e si svuotavano fiaschi di vino a volontà.

L’accelerato, con le vetture ormai refrigerate dalla sosta all’addiaccio, si metteva in marcia alle 6,15.

Sesto Campanò, Venafro, la vaporiera annusava la notte con boccate di fumo.

Ripartiva, per fermarsi ad ogni stazione, sempre le stesse, Nubi basse di vapore, nelle quali andava a perdersi la lanterna agitata dall’uomo nero: capotreno, capostazione, controllore, guarda freni, l’uomo tutto, l’uomo con corno di ottone che, ad ogni partenza, soffiava la carica come il trombettiere di uno squadrone di cavalleria.

Roccarainola, Isernia e così sempre avanti, nella notte sempre più fredda e più nera.

Un favoloso itinerario, una litania di stazioni: Sessano – Civitanova, Pescolanciano, Roccasicura, San Pietro Avellana.

La vaporiera, intanto, alla stazione di Castel di Sangro, si preparava all’ultimo balzo.

Prendeva fiato come un atleta ormai molto avanti negli anni, ma che sa, per esperienza, il fatto suo.

Si faceva controllare da un esperto spazzaneve, poi ripartiva: Montenero, Valcocchiara, Alfedena, Scontrone, il treno era    quasi arrivato a destinazione.

Era già l’ora nella quale il giorno ancora non è nato e la notte si attarda a morire.

Un luce irreale, un manto che tuttavia esisteva e, più che vedersi, si intuiva.

A Castel di Sangro, il miracolo del primo raggio di sole, il primo raggio di sole che, insieme al treno del mattino, saliva a dare il buongiorno alla Rocca di Rasine, un pugno di case, raggruppate come gregge freddoloso intorno al campanile della chiesa madre. La cappella di San Bernardino, a mezza strada tra la rocca e il santuario di Portella, che era chiusa dalla neve.

A Portella, in solitudine, viveva un eremita e, nella più nuda semplicità, cantava eterne lodi, ascoltate soltanto dal Signore.

Qui, alla Rocca sul Rasine, l’accelerato delle 4,10 da Napoli, depositava alle 8 del mattino gli sciatori che, quando erano numerosi, non superavano mai la ventina e che si avviavano subito al Vallone di San Rocco per poi avventurarsi alla Selletta, all’Aremogna, al rifugio sul monte Greco.

Sciavano tutto il giorno col sacco sulle spalle, contenente viveri e indumenti.

Tornavano alla base verso le cinque della sera. L’accelerato del mattino era ad attenderli per riportarli a casa.

Nel viaggio di ritorno dormivano tutti. Un sonno solo, da Roccaraso a Napoli, piazza Garibaldi, stazione centrale.

Adesso a Roccaraso si arriva in due ore circa di automobile e quel gruppo di case addossate l’una a l’altra è un’esplosione  di condomini e grattacieli.

Al calore dei grandi alberghi fa eco la luce delle insegne fluorescenti che gridano agli sciatori: boutique, night, coiffeur, bar, winter – sport.

Parole familiari al linguaggio dell’Italia del benessere in piedi su quella del malessere, l’Italia dei drinks, degli ski – lift, degli ski – pass.

All’Aremogna si arriva in automobile e la strada è sempre sgombra, il rifugio è in compagnia di alberghi, pensioni, ville, sotto le funi di tre impianti che permettono di fare in un giorno più discese di quante una volta non si potessero fare in tutta la stagione.

Al Pratello ci si dà appuntamento, come in città ad un caffè del centro.

Alla Portella, l’eremita viaggia in utilitaria, fuma Marlboro, si nutre di tivù.

Per quanti si recano in chiesa l’incenso è chimico e le campane hanno la voce dell’Enel! Suonano elettricamente come le chitarre – beat e il curato indossa jeans e pullover a giro collo.

Alle 5, 30 della sera la stazione ferroviaria di Roccaraso è deserta. Non parte e non arriva nessuno. Sui binari silenziosi scende, con la sera, un’ombra che assume le sembianze di un treno: è quello degli sciatori di un tempo e chiede di essere ricordato, ora che l’orgia del vivere si pasce di altri miti.

(Gennaio 2019)

IL MUGNAIO

IL MUGNAIO

 

di Luigi Rezzuti

 

Due fratelli, due scugnizzi napoletani, di quelli D.O.C., si erano trasferiti, insieme alle loro famiglie, in un piccolo paesino in provincia di Benevento.

Un giorno, i due, si recarono al mulino del paese e chiesero al mugnaio se potevano imparare come si macinava il grano e come si faceva il pane.

Il mugnaio aveva quasi sessant’anni, lavorava da solo e, pensando di ricevere un valido aiuto, accettò la proposta.

Mentre i due ragazzi lavoravano nel mulino, il mugnaio pensò di fare uno scherzo ai due fratelli, che tutte le mattine andavano al mulino con il loro asino.

Sciolse le redini all’asino e lo fece scappare, poi gridò: “E’ scappato l’asino”.

I due fratelli si misero subito alla ricerca dell’asino, mentre il mugnaio se la rideva di gusto.

Arrivò la sera. La famigliola del mugnaio era riunita a cena- I due ragazzi bussarono  alla porta del mugnaio chiedendo ospitalità.

Erano ancora stanchi e  sudati per la ricerca dell’asino, che il mugnaio aveva fatto scappare.

Il padrone del mulino li invitò a mangiare e a dormire, insieme alla sua famiglia, nell’unica stanza che avevano.

I due ragazzi avevano però organizzato uno scherzo per vendicarsi del mugnaio e, a notte fonda, nell’oscurità, uno di loro si infilò nel letto della figlia del mugnaio che, forse, non si aspettava una sorpresa così piacevole …

L’altro scugnizzo, dopo aver visto la moglie del mugnaio andare in bagno, decise di separare, velocemente, e senza far rumore, il letto matrimoniale, mettendolo vicino al suo e facendo credere alla donna, al ritorno dal bagno, di essere ritornata nel letto nuziale.

Così la moglie si trovò nel letto dell’altro scugnizzo e le due coppie, tra un russare e l’altro del mugnaio, passarono una notte che non avrebbero mai sognato di trascorrere …

Al mattino seguente, all’alba, lo scugnizzo che aveva, si fa per dire, dormito con la figlia del mugnaio si svegliò e si recò vicino al letto del mugnaio, credendo fosse quello del fratello, e gli rivelò tutto quello cha aveva fatto durante la notte con la figlia del mugnaio.

Questi, nell’udire il racconto dello scugnizzo nei minimi particolari, andò su tutte le furie, si alzò dal letto e, mentre cercava di picchiare il ragazzo, scoprì anche la moglie nel letto dell’ altro.

Ne seguì una baraonda infernale- Il mugnaio rovesciò il tavolo, i letti e quant’altro ancora, per cercare di bloccare i due ragazzi e riempirli di botte, ma i due riuscirono a raccogliere i propri vestiti e a scappare, tra l’ilarità della figlia e della moglie del mugnaio, che apparivano molto contente della notte trascorsa.

(Febbraio 2019) 

UN NATALE DEL DOPOGUERRA

UN NATALE DEL DOPOGUERRA

 

di Luigi Rezzuti

 

Alla fine del 1945 Napoli era ancora un cumulo di macerie. La città rinasceva lentamente dall’occupazione.

L’illuminazione stradale era insufficiente, salvo che per le strade principali.

I più prudenti andavano ancora in giro con le torce, quando si aggiravano per i vicoli, passando per i quali notavi cumuli di macerie e, se accendevi la torcia,  scoprivi migliaia di topi che, usciti dalle fogne, la facevano da padroni.

In quel periodo il popolino si era organizzato per sopravvivere con il contrabbando e con la prostituzione.

Erano giorni di fame nera. Gli stessi risparmi di una vita erano diventati carta straccia.

Sia pure nell’orrore del mondo, descritto con una cruda ferocia, c’era chi sopravviveva.

Chi non si adattava,  per educazione o stile di vita, era in gravi difficoltà.

La vita era difficilissima per i “poveri vergognosi”, cioè per coloro che non riuscivano  a calpestare la propria dignità, anche a costo della fame più nera.

Mancavano i vetri alle finestre e bisognava scegliere come tapparle, se con cartoni e restare al buio oppure prendere un po’ di luce, soffrendo per il freddo.

La famiglia di Gennaro abitava in una casa di una sola stanza  e con servizi in comune.

Niente infissi, l’intimità era garantita da coperte militari, inchiodate agli stipiti.

Nella stanza della famiglia di Gennaro erano in otto: in un letto dormivano Gennaro e la moglie Assuntina, insieme al figlio più piccolo, mentre gli altri figli dormivano a coppie in brande militari, col fondo in juta.

Gennaro faceva il parrucchiere, lavorava tantissimo per garantire la sopravvivenza e, oltre all’orario di bottega, andava a casa di alcune clienti.

Accadde che gli venne una brutta influenza, con tosse e febbre, ma, nonostante ciò, andò alla Pignasecca per una acconciatura extra.

In quelle occasioni lo precedeva il figlio più grande, Vincenzino, portando i ferri e preparando la clientela, lavando e asciugando i capelli, per dar modo a Gennaro di iniziare subito.

Vincenzino aveva sempre nelle narici  l’odore dei  capelli che asciugava, un odore strano e particolare, un ricordo indimenticabile …

Quella sera finirono di lavorare verso l’una, faceva freddo e pioveva in maniera pesante.

Dalla Pignasecca a Forcella si poteva andare solo a piedi. Si avviò col padre febbricitante, avvolto in un  impermeabile militare di tre taglie più grande. Cercavano di ripararsi  ma non ci fu verso. La pioggia li colpì in pieno.

Arrivato a casa, Gennaro si mise a letto con 40° di febbre e durante la notte delirò.

All’epoca non c’era il servizio sanitario nazionale e il medico, specie se aveva a che fare con un malato povero, voleva essere pagato prima della visita.

A Gennaro, che era delicato di salute,  fu diagnosticata una polmonite molto seria.

Allora non esisteva nessuna forma di sussidi di disoccupazione nè indennità di malattia. Quindi, niente lavoro, niente soldi.

Il piccolo gruzzolo di risparmi sparì in pochi giorni e l’unica cosa era rivolgersi all’assistenza pubblica.

Vincenzino andò in Municipio: come primo figlio gli toccavano tutte le incombenze burocratiche perché la madre non poteva allontanarsi dal letto del marito per chiedere la “tessera di povertà”, un documento in cui era registrata tutta la famiglia e che ne attestava l’indigenza.                        

Con quella tessera la sorella Elena e Vincenzino andavano in una traversa dei Tribunali presso un Convento, dove c’erano delle suore, che erano incaricate dal Comune di preparare e distribuire pasti caldi ai poveri: una pagnotta di pane e una minestra a testa.

La minestra consisteva in una pasta scotta nella polvere di piselli che, nonostante la fame, era immangiabile.

A casa, intanto, la madre aveva preparato una pentola di acqua calda. Quando Elena e Vincenzino arrivavano a casa, la madre riscaldava il contenitore sull’acqua  bollente.

Per la cena Elena e Vincenzino andavano, poi, presso una caserma, che ospitava un reparto dell’esercito americano.

I cuochi, dopo il pasto, raccoglievano tutti gli avanzi di cucina e quelli della tavola in grandi pentoloni fumanti in cui, in una brodaglia rossa, galleggiava di tutto: pezzi di carne, pollo, wurstel, patate e pasta scotta.

Bisognava fare lunghe file per avere quella brodaglia. I cuochi, armati di grandi mestoli, riempivano a casaccio i contenitori, che quella povera gente affamata tendeva loro.

C’erano sempre liti e urla, mentre i soldati si divertivano da matti a quello squallido spettacolo.

Infilato il grosso contenitore in un borsone, che l’uso aveva ridotto unto e bisunto, tornavano a casa, a passo lento, per evitare che il brodo fuoriuscisse scottandosi e macchiandosi i miseri vestiti.

A casa la madre separava i pezzi di carne e le patate, salvava la parte grassa del brodo per usarla per i più piccoli.

Anche la  carne e le patate salvate venivano “aggarbate” con un po’ di cipolla.

A volte era festa perché i militari davano qualche scatola di carne o uno spezzatino di carne e verdure, abbastanza gustoso.

In quella miseria Vincenzino scoprì un tesoro, sul “soppigno” trovò una cassetta di bellissimi pastori di terracotta ed una cassa di libri.

Libri per ragazzi e un libro, una edizione tedesca illustrata, in cui si narravano le avventure di un ragazzo di strada. 

Quella cassa, Vincenzino, la scese giù e la usò come sedile.

Prendeva un libro e leggeva, vicino alla finestra, per avere più luce.

Era il 25 dicembre del 1945. Per le strade c’erano segni di festa, ma a casa di Vincenzino non c’era niente.

La stanza era semibuia, la madre sedeva al capezzale di Gennaro, che respirava pesantemente.

Con occhi di pianto senza lacrime, Vincenzino non resistette più,  prese un libro e, a passo svelto, discese le buie scale, evitò cumuli di macerie e si avviò per il Rettifilo, che era abbastanza illuminato.

Giunse all’Università e si sedette sulle scale, accanto ad una sfinge.

Cominciò a leggere alla luce dei lampioni. Non faceva troppo freddo, si poteva stare.

Si immerse nella lettura che agì come una sorta di anestetico psicologico sulla tristezza del suo animo.

Passò una pattuglia di polizia, una jeep con un graduato e due agenti. Gli diedero un’occhiata distratta e proseguirono. Dopo un po’ ripassarono e il graduato, un omone con la pancia che si protendeva sui pantaloni della divisa, si accostò a lui e gli  chiese: “Cosa fai qui?”

“Non lo vedete? Leggo”

“Dimmi la verità: hai litigato con tuo padre?”

“Ma quando mai! Mi andava di stare solo”

“Insomma basta! Vieni con noi. Dove abiti?”

Vincenzino dette loro  l’indirizzo e lo accompagnarono a casa.

I poliziotti salirono insieme a lui ed entrarono in quella casa. La stanza era buia e silenziosa, i suoi fratellini dormivano tutti, abbracciati l’un l’altro per il freddo, la madre era al capezzale del marito dal respiro pesante ed affannoso, rotto da rantoli, mentre Elena, con una corona del rosario in mano, pregava.

Il poliziotto graduato, lo guardò in silenzio, lo accarezzò lievemente sulla guancia e, con le lacrime agli occhi, andò via.

Mentre, scendeva per quelle scale buie, insieme ai suoi agenti, le campane di una chiesa vicina cominciarono a suonare per la Messa della mezzanotte santa.

(Dicembre 2018)

BilerChildrenLeg og SpilAutobranchen