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Caccia al tesoro   di Luigi Rezzuti   A chi non è mai capitato di non ricordare dove si è conservato un oggetto a cui si è particolarmente...
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CALCIO MERCATO INVERNALE   di Luigi Rezzuti     Il  nuovo anno è iniziato e la Serie A  si appresta a ripartire dopo la lunga sosta natalizia....
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Articoli

L’ufficiale tedesco

L’ufficiale tedesco

Anche loro, a volte, hanno avuto un cuore

 

di Luigi Rezzuti

 


Eravamo ancora in piena guerra e in pieno inverno. Era il dicembre del 1943.

Una rigida mattinata d’inverno. Due donne e una bambina di tre anni camminano alla volta di Caivano, periferia di Napoli.

La giovane ha in testa una cesta e in braccio la sua piccola di tre anni, che piange.

La nonna le segue, a breve distanza, anch’ella con una cesta sul capo, dove hanno sistemato alcuni indumenti e una copertina di lana per la piccola.

La bambina è molto magra come tutti i bambini in tempo di guerra. Indossa un giacchino, regalo di un soldato americano, che le sta come un cappotto e le arriva fino ai piedi.

Comincia a nevicare. Fa molto freddo, ma le due donne continuano a camminare, cercando di raggiungere Caivano, un paesino meno esposto ai bombardamenti.

Fortunatamente passa di lì un contadino su un carretto trainato da un asino e, vedendo le due donne e la bimba si ferma e chiede:  “Dove siete dirette”.

La nonna subito risponde: “A Caivano”. Il contadino, diretto anch’egli nello stesso luogo, impietositosi, le invita a salire sul suo carro.

La nonna, in silenzio, osserva le campagne intorno, abbandonate, con qualche albero da frutta privo di foglie.

Anna,  fatti  forza, arriveremo a Caivano”.

La strada, ormai, è completamente innevata. Avanzano lentamente tra i rimbombi delle cannonate che si abbattono sulla città.

La bimba, in braccio alla giovane mamma, ha smesso di piangere, ha il visino paonazzo dal freddo.

Dalle un pezzo di pane prima che cominci a piangere”, suggerisce la nonna alla ragazza,  senza smettere di guardare i campi.

Anna scuote il capo: “Non ce n’è più, mamma”.

La bimba con la giacca dell’americano infila la manina gelata nella tasca, tira fuori un pezzetto di pane, lasciato dal soldato e lo mangia con avidità.

La giovane guarda la figlia che ha smesso di mangiare e ora dorme.

Proprio in quel momento sopraggiunge una camionetta e un camion di soldati tedeschi. Nel superarle, uno di loro spara in aria una  scarica di mitra per spaventarle.

Le risate sguaiate dei soldati rompono il silenzio.

La ragazza scoppia a piangere per lo spavento e maledice la guerra e i tedeschi.

Piange e bagna di lacrime il viso della bambina che né le bombe né le raffiche di mitra né ii sibili delle cannonate hanno svegliato.

La camionetta si ferma. Ne scende un ufficiale. Il contadino ferma anch’egli il suo carretto. L’ufficiale gli chiede: “Queste donne e la bimba sono la tua famiglia?” Il contadino, tremante dalla paura, risponde: “No, ho solo dato loro un passaggio per Caivano, dove sono diretto anch’io”

La giovane mamma, anch’ella impaurita, cerca di commuovere l’ufficiale tedesco dicendo: “Ho vent’anni, una figlia e un marito che non vedo da tre anni e da allora non ricevo sue notizie”.

Il marito, infatti, l’ultima lettera gliel’aveva scritta prima di partire per la Russia. In essa parlava di una licenza per venire a vedere la bimba che sarebbe nata, ma non era mai più tornato.

Subito dopo Anna, rivolta alla mamma, dice “Mamma, hai visto? La bimba ha perso una scarpina”

La bimba, intanto, era scesa dal carretto e camminava sulla neve, in silenzio, con il piedino scalzo.

A tre anni, quasi congelata dalla neve, aveva già scelto la strada del sacrificio e del dolore. 

Una nuova scarica di mitra fa balzare il cuore in petto alla ragazza che perde la calma e grida: “Sparate, sì, sparate, però questa volta fate per davvero, prendete la mira e sparate”.

Anna, calmati, supplica la nonna, non fare scenate, magari anche loro hanno un cuore”.

L’ufficiale le chiede: “ Da dove venite? “, “Andiamo a Caivano”, risponde la nonna, guardandolo diritto negli occhi.

Dobbiamo ritrovare il resto della famiglia. Siamo rimaste sole. Mio figlio è partito per la Russia e non abbiamo sue notizie da anni”.

Capisco”, dice l’ufficiale e si avvicina alla bimba senza la scarpetta.

La dia a me, signora

La ragazza gli si scaglia contro, gridando: “Prendi me, lasciala stare, mia figlia”

No, signora, non prendo lei, prendo la bimba. Ne ho anch’io una, appena nata, che non conosco ancora e ho deciso di scortarvi fino a Caivano”.

(Maggio 2020)

L’avvocato della camorra

L’avvocato della camorra

 

di Luigi Rezzuti

 

Non era stato facile per Alberto frequentare l’università e laurearsi in legge. I suoi ce l’avevano messa tutta, spendendo fino all’ultimo centesimo per consentirgli di raggiungere quel traguardo. Dal canto suo, si era impegnato all’estremo delle forze per vedere i sacrifici ripagati, almeno in parte, da quel primo successo.

Subito dopo cominciò l’altro calvario, quello della ricerca di uno studio legale che gli consentisse di superare l’esame di Stato, per l’iscrizione all’albo e l’esercizio della libera professione.

Per fortuna un affermato studio legale si era dichiarato disponibile ad accogliere il giovane praticante.

Poi ci fu il colpo di fortuna quando si presentò il caso della difesa di un gruppo di giovinastri, sorpresi in una rissa, senza, però, grosse conseguenze.

L’incarico fu affidato a lui ed egli riuscì ad escogitare una serie di cavilli, che gli consentirono la rapidissima assoluzione dei ragazzi.

Quello che nessuno avrebbe mai potuto prevedere fu che uno dei sei giovani era il figlio di un elemento di spicco di una famiglia malavitosa del territorio.

L’abilità di Alberto fece presto il giro di quegli ambienti e, in poco tempo, si trovò a realizzare tutti i suoi sogni, dallo studio tutto suo ad una serie di incarichi che, in breve, gli procurarono fama, successo e danaro.

L’unica nota stonata era la fama di difensore della malavita, che presto gli fu affibbiata e che sostanzialmente corrispondeva alla  verità, ma ci mise poco ad abituarsi e quasi a godere nel sentirsi definire, nella migliore delle ipotesi, “consigliere di Satana”, per l’abilità con cui riusciva a scovare i cavilli più assurdi per scagionare da ogni accusa persone colpevoli di reati, anche gravissimi.

La frequentazione di certi ambienti lo portò a guardare le ragazze di quelle famiglie ed in breve, anche su quel fronte, si trovò ad essere l’oggetto misterioso di desideri inconfessabili, finche gli occhi di Concetta lo inchiodarono e si fidanzarono, ma fu necessario adeguarsi ai dettami della famiglia, legata a norme e limiti arcaici. Fra questi il più importante era che Concetta doveva arrivare al matrimonio come la mamma l’aveva concepita.

Infatti, ogni sabato e domenica era ospite della famiglia di Concetta ma non dovevano uscire di casa e l’unica cosa che rimaneva era quella di guardare la TV.

Il padre di lei era uno degli uomini più potenti della “Sacra famiglia”, il capo riconosciuto dalla malavita, che torturava e ammazzava le sue vittime quasi col sorriso sulle labbra.

Alberto, cosciente di questa realtà, non si azzardava neanche per un attimo a pensare di rompere il fidanzamento, ma nemmeno rinunciava a dare la caccia a ragazze, fossse anche per una serata.

Il tempo libero da impegni di lavoro lo trascorreva volentieri in locali “allegri”, dove la sua fama di “consigliere di Satana” assumeva il fascino del vietato, dell’avventura, del proibito e molto spesso era un elemento favorevole per le sue conquiste.

Una sera, in uno di questi locali, conobbe Floriana, la classica ragazza di famiglia piccolo - borghese.

Floriana, dopo gli esami di maturità si era iscritta all’università ma, avendo trovato difficoltà, era arrivata all’età di trent’anni senza laurearsi.

A seguito dei problemi economici, che avevano messo in ginocchio la famiglia, era andata alla ricerca di un lavoretto, possibilmente part-time, col  quale mantenersi all’Università e far fronte alle necessità quotidiane.

Dal punto di vista sentimentale, non sapeva scegliere se considerarsi una stupida, che aveva fatto molti errori, per scarse capacità di riflessione, o una sfortunata, che non ne aveva imbroccata una buona. Si sentiva, soprattutto, assai incapace di far fronte alle disavventure della vita. Inoltre, non sembrava essere consapevole della sua bellezza, mentre  dagli altri era considerata indiscutibilmente bella.

Senza un valido curriculum e senza grandi prospettive, alla fine aveva accettato un lavoro come assistente barman in un pub.

Fu qui che incontrò Alberto e, dopo averlo preso un po’ in giro per la definizione di “consigliere di Satana”, aveva intrecciato con lui un rapporto che la rendeva felice di comunicare con una persona di una cultura certamente superiore alla sua.

Floriana, però, si sentiva ancora innamorata di un uomo, col quale aveva rotto solo da pochi mesi e che, comunque, non riusciva a dimenticare perchè sapeva di averlo amato, pur se non ricambiata.

Intanto Alberto era condizionato dalla fidanzata, che non poteva lasciare, altrimenti sarebbe successo il finimondo con la sua famiglia di camorristi.

Floriana era molto attratta da Alberto e lui da lei, al punto da sentirsi spinto sempre più decisamente verso il “colpo di testa”, dietro il quale, però, egli sapeva bene che non c’era solo la gelosia di Concetta ma tutto quel mondo perverso che egli stesso rappresentava, sia nella vita privata che in quella professionale.

Anche Floriana era combattuta tra la volontà di portare avanti, ad ogni costo, quel sentimento e il rischio di scontrarsi con qualcosa di indeterminato e di difficile, dai contorni sfocati. Le ragioni della prudenza le suggerivano di rinunciare, a meno di non diventare la sua amante segreta, nella vana speranza che la fidanzata, poi,  lo lasciasse libero.

Intanto Alberto aveva finito con l’essere quasi parte dell’arredamento del locale, per la sua presenza costante in esso. Voleva incontrarla, vederla, regalarle fiori, dedicarle attenzioni.

Una sera Floriana cedette all’assiduo corteggiamento e accettò di andare nello studio di Alberto, dove egli, nei locali retrostanti l’ufficio, aveva predisposto un piccolo salottino.

Senza dubbio, non era una sprovveduta, sapeva perfettamente a cosa preludeva quell’invito.

Alberto, infatti, dopo aver chiuso la porta dell’ufficio, l’avvinse a sè in un appassionato bacio, degno della migliore letteratura cinematografica.

Floriana sentì immediatamente salire alla testa fiamme più vive di quelle dell’inferno. Non è difficile immaginare il resto…

Quasi all’alba Floriana sentì un’auto fermarsi sotto le finestre dell’ufficio di Alberto. Certamente erano gli addetti alle pulizie e si rese conto di dover andare via,prima che l’ufficio fosse aperto, mentre per Alberto farsi trovare addormentato nell’ufficio poteva essere giustificato da un eccesso di lavoro.

La ragazza si rivestì in fretta e scappò a casa. Qui nessuno le chiese dove aveva trascorso la notte e, solo quando ebbe dormito qualche ora, svegliatasi per il pranzo, si rese conto pienamente di quello che era successo, ma ormai era accaduto e non le restava che accettare di aver commesso, forse, un altro errore.

Alberto, intanto, accentuò la sua corte pressante diventando ancora più assiduo nel pub e al suo bancone di lavoro, ma soprattutto aspettandola ogni volta all’uscita ed insistendo per passare dall’ufficio prima che tornasse a casa per poi sgattaiolare via all’arrivo degli addetti alle pulizie.

Floriana si rese conto che la giornata non  bastava più per tutto quanto doveva fare: studio, lavoro, famiglia, mentre il rapporto con  Alberto le creava molta ansia nella difficoltà di gestire questo stato d’animo e tutto il resto.

I problemi arrivarono presto perché la presenza di Concetta incombeva minacciosa, non solo per lui, che comunque se ne fregava, ma soprattutto per Floriana, che intravvedeva quasi l’ombra di un fantasma.

Alberto aveva pensato di farle cambiare lavoro per poterla vedere più spesso perché ormai gli era entrata nel sangue e non solo perché decisamente più bella di Concetta ma anche perché più intelligente, aperta e capace di passare ore a dialogare, spesso anche contrastandolo con garbo ed acume. Insomma con lei stava benissimo, anzi avrebbe voluto metterla in condizioni di poterle dedicare più tempo possibile.

Pensò, infatti,  di assumerla nel suo ufficio. Sarebbe stata la cosa ideale, ma la sua presenza avrebbe potuto insospettire ancora di più Concetta, con tutte le conseguenze prevedibili ed ipotizzabili.

Risolse, invece, il problema chiedendo ad un collega di assumerla come segretaria per poterle assicurare un reddito adeguato, certamente superiore a quello garantito dal lavoro al pub, ma soprattutto con orari decenti e la possibilità di dedicarsi alla sua vita e agli studi universitari.

Cominciò così per Floriana una stagione di grande entusiasmo con lo stipendio più alto, che le permise anche di cambiare finalmente l’auto.

Ogni tanto Alberto le faceva importanti regali, che Floriana accettava sempre con qualche difficoltà perché, in questo modo, si sentiva una “mantenuta”.

Egli le comprò, poi,  un piccolo appartamento, dove potersi incontrare in piena libertà.

Tanta felicità, tanta gioia di vivere non potevano passare inosservate. Le malelingue non mancarono di riferire tutto a chi di dovere, in primis a Concetta, che cominciò a vivere con profondo dolore il ruolo della donna tradita, nonché quello della eterna  promessa sposa, affibbiatole dalla famiglia, a cui non poteva sottrarsi. Ormai per tutti era chiaro che doveva diventare la moglie del pupillo del “Boss” mentre la notizia dell’ “altra”era di dominio pubblico.

Per Alberto poche cose erano cambiate, ma si sentiva a disagio sul piano della professione, dovendo cercare tutte le scappatoie più indegne per ribaltare situazioni evidenti e rendere  i camorristi innocenti e “rispettabili”

Egli teneva in gran conto gli umori della famiglia di Concetta, anche se il rapporto di fiducia, che aveva col grande capo, gli dava la quasi certezza di essere un “intoccabile”.

Lo stesso “Boss”, in un colloquio privato, tenuto in carcere per un processo in cui era  imputato, gli aveva assicurato che era al riparo da qualunque iniziativa del “clan” e che il discorso valeva anche per i suoi familiari.

Alberto non aveva fatto caso, però, alla puntualizzazione e non si era reso conto che, dalla garanzia, restava esclusa Floriana che, per la famiglia di Concetta e agli occhi di tutti, era una estranea e, dunque, “sacrificabile”.

Alberto quella mattina era uscito alla solita ora  per andare in Tribunale a seguire il processo importante di cui si occupava.

Passò per l’edicola dove comprava i giornali ma non fece caso all’aria sfuggente con cui l’edicolante lo guardò e notò a malapena, in un riquadro in prima pagina, la notizia di una macchina incendiata in una strada vicina.

Cominciò a riflettere sugli sguardi della gente e gli apparvero chiaramente come sguardi, quasi di compassione. Li riscontrava in tutti gli ambienti da lui frequentati, a cominciare dal bar, dove si fermò, come sempre, per fare colazione.

Aprì il giornale e, in cronaca, gli balzò dinanzi agli occhi la foto dei resti bruciati di una macchina. La targa la conosceva molto bene...

Il titolo parlava dell’incendio doloso di un’auto con dentro una ragazza, che ben conosceva per averla amata e per amarla ancora con tutto se stesso.

Sentì il cuore battere forte e venirgli meno il respiro.

Floriana era morta, bruciata nella sua auto, per mano di qualcuno che aveva voluto realizzare una vendetta.

Un velo si calò sugli occhi e, per un attimo, si sentì di morire. Poi l’abitudine ad affrontare situazioni di emergenza, difficili e spesso pericolose, ebbe la meglio, mandò giù quel caffè che gli sembrò più amaro che mai, si stampò in faccia un sorriso e decise di chiedere conto di quel gesto alla famiglia di Concetta e di rompere il fidanzamento, che ormai gli pesava più di una catena al cuore.

Poi pensò di non fare più l’avvocato difensore ma di diventare collaboratore di giustizia e, con i dati e i documenti a sua disposizione, creare, nell’organizzazione della “sacra famiglia” una tempesta tale da mandare in galera una grossa fetta del clan, a cominciare da Concetta e dai suoi familiari, senz’altro mandanti dell’uccisione di Floriana.

Per puro scrupolo professionale si fece fissare un colloquio col giudice che conduceva il processo alla “sacra famiglia” e indagava sugli affari della camorra, ma si rese conto che valeva poco la sua deposizione perchè, col tempo, la famiglia avrebbe trovato il modo di fargli pagare la sua dichiarazione. Infine il ricordo, ancora così vivo e penoso, della tragica fine di Floriana lo spinse a sentirsi più sicuro col ricorso ad un gesto clamoroso.

Entrò nell’aula del tribunale, dedicata al processo alla “sacra famiglia” e ai suoi accoliti, prese posto al tavolo della difesa, ma non indossò la toga e, sotto lo sguardo meravigliato di tutti, chiese ed ottennee dal giudice il permesso di avvicinarsi per conferire.

Depose la toga sul tavolo della presidenza e dichiarò che, per sopraggiunte divergenze con i camorristi, rinunciava a rappresentarli e rimetteva agli imputati la facoltà di procurarsi un nuovo avvocato difensore.

Dalla zona, dove gli imputati erano raccolti, si levarono le peggiori ingiurie possibili e il giudice fu costretto a far intervenire la polizia per placare gli animi.

Uno dei componenti della “sacra famiglia” chiese di  conferire con Alberto e gli disse che il “boss”non avrebbe  accettato la sua rinunzia e che  doveva stare attento a non farlo.

Alberto, a quest’ultima minaccia, confermò la sua decisione al giudice e al componente della “sacra famiglia” rispose: “Avverti il tuo padrone che la mia difesa è totale solo con i veri amici ma, quando mi deludono, li affido agli altri. Buona permanenza in carcere al tuo padrone e a te”.

Uscì, quindi,  dall’aula finalmente sereno e gli sembrò che intorno a lui volasse un angelo con le sembianze di Floriana.

(Aprile 2020)

ÂMMORE

L'AMMORE A 'O TIEMPO D’’O CURONAVIRUSS

 

di Sergio Zazzera

 Quanno Berta filava e l’auciello arava, a ‘nu paese luntano ‘nce stevano ‘nu rré e ‘na riggina, duje piezz’’e giùvene, belle sulamente lloro, una cchiù dell’ato: parevano ‘o sole e ‘a luna.

‘Nu brutto juorno, ‘o rré cadette malato: accumminciaje a scatarrà’, cu ‘nu tremmuliccio e ‘nu friddo ca lle pirciava ll’ossa, comme si lle passava ‘a morte pe’ ccopp’â noce d’’o cuollo – ma ‘na morte ca jéva e veneva, e ca nun puteva truvà’ arricietto –, anfin’ a qquanno se sentette d’astregnere ‘ncanna, senza puté’ cchiù risciatà’.

‘A riggina subbeto mannaje a chiammà’ ‘nu miédeco, ca ‘o guardaje, ‘o sentette cu ‘a recchia adderet’ê rine, ‘o tuccaje ‘o puzo, ‘o facette caccià’ ‘a lengua ‘a fora; ‘nzomma, ‘o smerzaje ‘e dinto fòre, e po’, scutulianno ‘a capa, cacciaje ‘a settenzia: «Chist’è ‘o curonavirùss».

«E che sarrìa mo’ chistu curonavirùss? – spiaje ‘a riggina – e comme se cura?».

«E che v’aggi’’a dicere, riggina mia – lle rispunnette scunzulato ‘o miédeco –: chesta è ‘na malatia nova, ca è arrivata ‘a luntano assaje».

«Ah – rispunnette ‘a femmena –, e chi l’ha purtata?»

«’A globalizzazione», dicette ‘o duttore.

‘A riggina nun se puteva fa’ capace e cuntinuaje: «E chi sarrìa chesta grobbalizzazzione?»

«Uh, Maronna mia – rispunnette ‘o miédeco –, riggì’, ma vuje addó’ campate: comme, vuje cummannate a ‘nu paese sano sano e nun sapite ched’è ‘a globalizzazione?»

«Duttó’, vuje che vulite ‘a me? vuje me vulìsseve fa’ venì’ ‘nu sintòmo? lloco chi cummanna ô paese è marìtemo; i’ songo femmena e penzo sulamente â casa: che s’hadda cucenà’, quanno s’hadda lavà’ ‘nterra, quanno s’hadda fà’ ‘a culata…»

Allora ‘o duttore lle spiecaje ca chella malatìa l’aveva purtata d’’a Cina ‘n’ommo ca s’era magnato ‘e spurtigliune ca tenevano chillu virùss ‘ncuorpo, e ca ‘e meglie scenziate s’’a stevano sturianno, ma ancora nun sapevano dicere comme s’avev’’a curà’.

‘A povera riggina, cchiù scunzulata d’’o miédeco, se turceva ‘e mmane, se sceppava ‘e capille, se lazzariava ‘a faccia. Po’, quanno chillo se ne jètte, ‘o primmo penziero ca facette fuje chillo ‘e mannà’ a chiammà’ a ‘na vecchia janara – ‘na vicchiazzola ‘e dint’ô Bùvero, secca secca e corta corta, ca puteva scupà’ allerta pe’ ssott’ô lietto, cu tre diente ‘mmocca, cu quatto capille ‘ncapa, cu ‘e ccosce a tarallo e cu ll’uocchie scazzate –: pe’ ve fa’ capì’, a ppiétt’a essa, ‘a Si’ Secca sarrìa stata Miss Italia. ‘Nzomma, era cchiù brutta d’’a morte, ma era cos’’e niente, pecché sapeva fà’ tutte specie ‘e ‘nciarme.

‘A crestiana venette sùbbeto, cu ‘o sciallo arravugliato attuorn’â faccia pe’ se pruteggere, ca ‘nce parevano sulamente ll’uocchie; sentette chello ca aveva ditto ‘o miédeco, dette ‘na guardata ô rré e dicette: «Si ‘sta malatia ll’hanno purtata ‘e spurtigliune, lloro se l’hann’’a piglià’. Riggì’, facit’acchiappà’ cinche o seje spurtigliune, facitel’accidere, facit’ê lluvà’ ‘o féteco, ‘o facite tirà’ a rraù e nc’’o date a magnà’ ô marito vuosto».

‘A riggina ringraziaje â vecchia, ‘a facette cunzignà’ ‘nu sacchetiello ‘e munete d’oro e cummannaje ê serviture ‘ca facevano tutto chello ca chella scangianesa ‘e vecchia aveva ditto. Erano ‘e ddiece â matina, e a miezjuórno ‘o rraù ‘e féteco ‘e spurtiglione era bell’e cucenato. Anze, sulamente cucenato, pecché bello – s’hadda dìcere ‘a verità – pròpeto nun era.

‘O rré, ca teneva ll’uocchie ‘nzerrate p’’a freva e justo justo risciatava, fuje fatto assettà’ ‘mmiez’ô lietto e ‘na serva ll’ammuccava chella bobba, a ‘nu cucchiariello â vota, mantenènnol’’o naso appilato, pe’ nun ‘o fa’ avutà’ ‘o stommaco. Ma tu che ne vuó’: ‘mmece ‘e stà’ meglio, ‘o povero Maronna faceva sempe cchiù fatica a risciatà’ e nun arrevava manc’âglióttere.

‘A riggina se vedette perza: se facette unu pass’’e chianto, comm’a ‘nu trìvulo vattuto; po’mannaje a chiammà’ a quatto cumpagne soje e, tutte ‘nzieme, jètteno scàveze a cercà’ ‘a grazia â Maronna. Arrivate dint’â chiesia, se vuttajeno tutt’e cinche cu ‘a faccia ‘nterra, e chiagnenno pregavano â Maronna ca faceva stà’ buono ô rré.

A ‘nu cierto mumento, ‘a riggina – ticche-tacche – sentette ‘nu rummore ‘e zuóccole: aizaje appen’appena ll’uocchie ‘a terra e vedette ‘na vesta longa, janca e nera. Aizaje ‘n’atu ppoco ancora ll’uocchie e se truvaje annante ‘nu piezz’’e munacone, àveto e gruosso quant’a ‘nu stipo, cu ‘a chiéreca ‘ncapa e cu ‘na bella varva janca longa anfin’a ‘mpietto, ca, apprimma ca essa puteva parlà’, aveva capito sùbbeto tutte cose e lle dicette: «Riggina mia, figlia mia, ‘a Maronna t’’a faciarrà, ‘a grazia. Però ‘a curona d’’o curonavirùss sta facenno rammaggio a marìteto e ‘n’ata curona ll’hadda libberà’ ‘a chistu castigo. Pirciò tu torna mo’ mo’ a Palazzo, piglia ‘a curona toja e chella ‘e marìteto, fa’ ‘e vénnere e chello ca ne piglie dallo ê povere. A lloro, però, ll’hê ‘a dicere ca pigliasseno ‘nu mantece, ‘o cchiù gruosso ca pònno truvà’, e curresseno sùbbeto a Palazzo. A chillu mantece, po’, attaccàtence ‘nu tubbo, ca ‘nc’’o ‘mpezzate ‘mmocc’ô rré, e lloro hann’’a pumpà’ forte, anfin’a quanno isso nun repiglia sciato».

‘A povera riggina nun sapeva cchiù comm’aveva ringrazià’ a chillu sant’ommo: facette dà’ pur’a isso ‘na sacchetta ‘e munete d’oro da una d’’e ccumpagne soje e, tutt’’e ccinche ‘nzieme, se ne turnajeno ‘nu poco cchiù sullevate.

Cunfromme fujeno arrevate a Palazzo, facetteno tutto chello ca ‘o moneco aveva ditto: ‘e ccurone fujeno vennute; ‘e pezziente arrivajeno, cu cierti mmaschere ‘nfaccia, ca pareva Carnuvale, e cu ‘nu mantece, ca cchiù gruosse ‘e chillo nu’ ‘nce ne putevano stà’; ‘o tubbo fuje puosto ‘mmocc’ô rré e tutte quante accummenzajeno a pumpà’. ‘A riggina vulette dà’ ‘na mana pur’essa e accussì pure ‘e ccumpagne soje.

Già doppo ‘e pprimme quatto o cinche botte, ‘o rré accumminciaje a se repiglià’: arapette ‘na senga ‘e ll’uocchie e guardaje stranizzato tutto chello ca lle steva succedenno attuorno; po’ cu ‘nu segno d’’a mana cercaje ‘nu surzo d’acqua. ‘Nu servitore ‘nc’’o purtaje e isso s’’o vevette. Mo’ pe’ bévere, ll’avètten’’a luvà’ ‘o tubbo d’’a vocca e accussì s’addunajeno ca puteva risciatà’ cu ‘e purmune suoje. E tanno fuje ‘na festa: ‘a riggina, abballanno pe’ tutt’’a stanza, lle jètte vicino, se l’astrignette ‘mpietto e lle facette cientumilia squase; pe’ ttramente, ‘e ccumpagne soje e tutt’’a servitù cantavano a coro, alleramente. Po’ ‘e serviture fujeno mannate a chiammà’ ô moneco, ca oramaje pe’ tutte quante era comme si fosse stato ‘nu santo, e ‘o rré ‘o vulette comme cappellano ‘e Palazzo e, pe’ primma cosa, ‘o facette cantà’ ‘nu bellu puntefecale.

E – comme fuje e comme nun fuje –, pure chistu sarmo ccà, comm’a tutte ll’ati sarme, fernette a Groliapàto. E accussì, lloro stanno llà, e nuje stammo ccà.

(Marzo 2020)

Genny Esposito

Genny Esposito l’americano

 

di Alfredo Imperatore

 

Nel 1920, Genny Esposito, era venuto dall’America in Italia con un grosso conto in banca, portava a un dito un vistoso anello con diamante e al gilè era legata una massiccia catenina d’oro, alla quale era assicurato un grosso orologio da tasca, come si usava tanti anni fa.

La nostalgia della terra dei suoi avi, l’aveva riportato in Patria, a godersi in pace e tranquillità, i frutti della sua lunga vita di lavoro e di tanti sacrifici. Aveva deciso di acquistare un vasto fondo dal marchese Trappia per due milioni e seicentomila lire, per assicurarsi una rendita durevole.

Genny Esposito posò sul tavolo del notaio, un voluminoso pacco di banconote; questi lesse l’istrumento e fece firmare l’atto al marchese. Poi disse: <Ora a voi signor Esposito, firmate qui>.

L’italoamericano prese la penna e lentamente segnò sulla carta bollata, un robusto segno di croce.

Al buon notaio scappò detto: <Così, e avete guadagnato tanti milioni? Chissà quanto sareste più ricco se aveste saputo scrivere>. Farei il sagrestano, rispose un po’ beffardo Genny e, mentre il marchese contava lentamente i soldi, incominciò a raccontare in uno stentato italiano, che certamente aveva appreso insieme ad altre lingue, durante il suo girovagare per il mondo, sinteticamente la sua vita.

Sua madre era morta donandogli la vita. Suo padre, poco dopo. era finito col male dei poveri, la tubercolosi; erano entrambi di origine italiana. Perlomeno così gli avevano detto nell’ospizio, prima di affidarlo, a meno di sei anni, a una coppia in cerca di un bambino, senza troppi preliminari, com’era consuetudine dell’epoca.

Fu subito messo in strada dai suoi affidatari a chiedere l’elemosina, poi, appena grandicello, incominciò a fare i lavori più umili, portando sempre a “casa” i miseri guadagni.

Appena poté, abbandonò quelli che erano stati i suoi sfruttatori, di nascosto prese i documenti e fuggì lontano, girovagando in lungo e in largo, facendo qualunque lavoro gli veniva proposto.

A diciotto anni ebbe anche un amore, che fu di breve durata, perché capirono entrambi che il loro futuro sarebbe stato a dir poco misero.

In un Natale rigido e piovoso, essendo stato sfrattato dalla casupola dove soggiornava, perché era rimasto senza soldi, si fermò a riposare sulla soglia di una chiesa, triste, affranto e con i morsi della fame nello stomaco.

Disperato e in lacrime entrò poi in chiesa e si avviò alla sacrestia. Così lo vide un vecchio curato e ne ebbe pietà. <Buon giovane che fai qui e perché piangi?>.

<Sono senza letto, senza lavoro e ho fame>. Il pastore replicò: <Vuoi rimanere con me?>. Il ramingo gli baciò una mano in una manifestazione di calda riconoscenza.

Il sacerdote, dopo averlo rifocillato con un bicchiere di latte e del pane raffermo, gli porse il libriccino per imparare a servire la messa. Vedendo la sua perplessità gli disse: <Giovanotto, non sei forse contento?>. Genny obiettò: <Io purtroppo non so leggere>.

Il prete, sorpreso e imbarazzato, rispose: <Povero figlio, avrei voluto aiutarti, ma così, proprio non posso far niente>. Gli mise in mano degli spiccioli e lo accomiatò.

Genny si allontanò dalla casa di Dio, senza voltarsi, senza neanche ringraziare e s’immerse nel buio della strada. Era quasi spiovuto e girovagò nel freddo come un incosciente, finché si trovò improvvisamente al porto; l’acqua era torbida dai riflessi verdastri.

Farla finita con la vita! Questo il pensiero che gli martellava nel capo, quando un improvviso e assordante fischio di sirena lo scosse; fu questo richiamo alle cose vive la sua salvezza.

Non molto distante un grosso “tre alberi” toglieva le ancore, mentre sulla tolda i marinai addetti alla manovra parevano fantasmi agitati. Improvvisamente, uno sprazzo di luce violenta, illuminò il suo cervello. Vivere lontano, lottare e vincere: queste parole splendettero in lui, più chiare della luce solare.

Corse lungo la banchina, si accostò alla murata della nave, lungo la quale pendeva una gòmena, stesa come un lungo braccio di salvezza e vi si afferrò. Lottò contro lo sballottamento e i sobbalzi del naviglio, contro la paura e la stanchezza dei muscoli; s’inerpicò finalmente a bordo.

Strisciando carponi, lentamente e silenziosamente, riuscì a guadagnare la stiva. Il più era fatto, certamente non l’avrebbero buttato ai pesci.

Il resto lo fece il destino!

(Aprile 2020)

WEEKEND SULLA NEVE

WEEKEND SULLA NEVE

 

di Luigi Rezzuti

 

Tutto ebbe inizio con il weekend che Franco e Vanessa avevano deciso di fare in montagna.

Partirono nel primo pomeriggio ed arrivarono prima di cena in albergo.

Dopo essersi sistemati in camera ed aver fatto una doccia per riprendersi un po’, si apprestarono a scendere nella sala ristorante per la cena.

Mentre Vanessa si preparava, Franco la guardò attentamente: era davvero bella.

Arrivati giù, si accomodarono al tavolo ed iniziarono a cenare quando da un altro tavolo si sentirono chiamare. “Vanè … Vanessa!” era Enza, la madre della sua amica del cuore, Marianna, che era lì con il marito Sandro.

Dpo i classici convenevoli “Anche voi qui?”, “Fino a quando vi fermate?”, decisero di sedere tutti allo stesso tavolo.

Durante la cena Franco notò come Enza e Sandro erano una coppia davvero in forma, nonostante non fossero più giovani.

Lui, 55 anni, con un po’ di pancetta, molto elegante, battuta sempre pronta.

Lei, qualche anno in meno e fisico ben curato.

Intorno alla mezzanotte si salutarono e si diedero appuntamento per il giorno seguente, con l’intesa di trascorrerlo insieme.

E infatti la trascorsero sulle piste, fra discese, foto, qualche caduta e molte risate.

Per la sera, in albergo, era stata organizzata una festa dopo cena.

Vanessa per l’occasione si presentò con un vestitino nero, molto elegante, con una scollatura non troppo evidente, tacchi normali e, sulle labbra, un tocco di rossetto color carne.

Arrivati nel salone, Franco notò che anche Enza non ci scherzava: aveva un vestito blu con le bretelline, un po’ più lungo di quello di Vanessa, tacchi normali e anche lei sfoggiava una scollatura, ma non eccessiva.

La cena era appena iniziata e, dopo qualche brindisi di troppo, Sandro li spiazzò tutti dicendo: “Vanè … ti ricordi quando da piccola ti eri innamorata di me?”.

Vanessa arrossì ma non tardò a rispondere “Certo che mi ricordo, mi piaceva il modo come ti vestivi e come parlavi ...”

“Vabbè, eri una bambina” rispose Sandro ed aggiunse, con uno stupido risolino, “Anche se adesso un pensierino lo farei …” mentre in cuor suo Franco pensava “Vedi che bel cretino, questo qui!”

“Sandro”, intervenne allora Enza, fingendo di picchiarlo “Finiscila dai … La metti in imbarazzo!”, aggiunse sorridendo.

La serata continuò sempre con molte battute e tanto vino.

Dopo cena, cominciò la musica e iniziarono a ballare.

Vanessa era abbastanza brilla. Anche i nostri amici non erano da meno ma riuscirono a tenersi in piedi per ballare.

Ad un certo punto, durante un ballo, ci fu uno scambio di dame e Franco si ritrovò Enza fra le braccia

Tra un giro e l’altro notarono che Vanessa e Sandro, oltre che ballare, si scambiavano paroline all’orecchio e dopo poco ridevano.

“Chissà cosa avranno da ridere quei due?” disse Enza … sorridendo.

Franco strinse le spalle come per far capire che non poteva saperlo e sorrise anche lui di un sorriso stentato.

Verso le due di notte la sala era quasi vuota e decisero di ritornare ognuno nella propria camera.

La camera di Sandro ed Enza, all’ultimo piano, era davvero una suite quasi reale, bellissima, grande e sfarzosa.

Il giorno dopo, di buon mattino, i quattro presero la seggiovia che portava su alle piste, per poi ridiscendere sciando.

Ad un certo punto la seggiovia si bloccò a metà percorso. Vanessa iniziò ad avere paura, ma Franco la rassicurava dicendo: “Non aver paura si tratterà di una breve interruzione.” Infatti, non aveva nemmeno finita la frase che la seggiovia riprese il percorso.

Alle 13,30 ritornarono abbastanza stanchi in albergo, raggiunsero le loro camere e, dopo essersi cambiati, scesero nel salone ristorante.

Nel pomeriggio decisero, poi, di andare a fare shopping per le strade del paesino e, verso sera, dopo aver cenato in una taverna tipica, nei dintorni, ritornarono in paese.

La mattina seguente Franco e Vanessa salutarono Enza e Sandro, ringraziandoli per aver trascorso, in loro compagnia, un weekend indimenticabile.

Era stata un’esperienza bellissima. Peccato, però, mai più ripetuta.

(Gennaio 2020) 

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