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STORIE DI CERAMICA     (Giugno 2018)
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TEATRO BOLIVAR - stagione 2016/2017 direzione artistica David Jentgens ed Ettore Nigro   TERRAMIA | musica e teatro di tradizione NUOVEVELE | teatro...
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Articoli

Vezzi di artisti

Vezzi di artisti

 

di Antonio La Gala

 

 

Qui non intendiamo demitizzare figure di artisti; vogliamo soltanto presentare piccole curiosità che ci mostrano il lato umano, quotidiano, di alcuni fra i pittori che hanno operato a Napoli prevalentemente fra il secondo Ottocento e l’inizio del Novecento.

    Giacinto Gigante, sebbene insofferente dell'accademismo, fin dagli inizi della sua attività, poco dopo i vent'anni s’iscrisse all’Istituto di Belle Arti, pare perché gli alunni interni di quell’Istituto beneficiassero dell'esonero dalla coscrizione militare.

    Saverio Altamuraera un bell'uomo, con barba e capelli alla nazareno. Collezionava amanti e, per ogni amante “conosciuta”, conservava un ricordino (come ninnoli, fazzoletti, spille). Sposò una sua allieva greca che lui credeva maschio (perché così gli si era presentata), fino a quando volle ritrarre un nudo del "giovinetto". Quando questa moglie lo lasciò perché lo ritenne responsabile della morte di una loro figlia per tisi, il pittore, con disinvoltura passò ad un'amica della moglie, anch’essa pittrice. La vecchiaia gli regalò un inizio di demenza: d'inverno camminava per Toledo vestito d'estate: morì per un’ infreddatura.

    Edoardo  Dalbonoper cogliere effetti di luce particolari convocava i modelli sull'altura di San Potito, all'alba, provocando curiosità, ma anche allarme, come quando fra i modelli c'era un incappucciato, cosa che dette l’idea di una celebrazione di stregonerie.

Superstiziosissimo, credeva anche nella reincarnazione delle anime. Un giorno mentre camminava con Salvatore Di Giacomo, si avvicinò loro un cane randagio, magro e spelacchiato. Dalbono andò subito a comprargli un pezzo di carne, perché convinto che in quel cane stesse l’anima di suo fratello.

Nella chiesa di Piedigrotta si trova una sua grande tela, che dipinse come voto, per la guarigione della moglie, la cui malattia lo aveva turbato moltissimo. Trasandato nel vestire, usava una vecchia palandrana ed una mezza tuba abbassata fino alle orecchie. Ad un importante funerale si presentò con un ombrello appeso al braccio con un nastro. Nei ricordi di suoi colleghi ricorre il disagio olfattivo nello stare nella sua casa allietata da falangi di gatti.

    L'Istituto di Belle Arti, pur essendo frequentato da artisti di eletta sensibilità, non sempre era una comunità di anime generose, di silenziose estasi artistiche, di pensieri e comportamenti nobilmente distanti dal comune sentire, ma, come in ogni altra qualsiasi aggregazione umana, agli slanci nobili, si alternavano invidie, egoismi, desideri di prevalenza.

     Non pochi artisti trovavano lo spazio per entrarvi solo grazie ad una "presentazione" fatta da un amico di famiglia, un compaesano, già divenuto artista importante. Chi lo spazietto nell'Istituto se lo era ritagliato, raramente accoglieva a braccia aperte nuovi aspiranti e nuovi venuti.

     Di alcuni artisti arrivati “istituzionalmente” in alto, si tramandano episodi discutibili. Il giovane abruzzese Francesco Paolo Michetti per entrare in Accademia fu raccomandato al direttore Smargiassi da un incisore corregionale. Racconta Ugo Ojetti: "Lo Smargiassi, elegante, solenne, vestito all'inglese, li ricevé con sussiego. Allo sponsor che disse "questo è un giovanetto che viene da Chieti per diventare pittore', rispose: 'Comme, tu vo' fà ’o pittore? Fa piuttosto ’o solachianiello". Michetti così rievocherà l'episodio: "Quella fu la prima parola che udii dall'arte ufficiale”

     Né mancavano episodi squallidi. Poco dopo il suo arrivo a Napoli, Attilio Pratella si vide sparire in un'aula della scuola la cartella che aveva portato con sé da Bologna, in cui custodiva numerosi studi pittorici.

     Fra i ricordi meno artistici dell'Istituto in quel periodo alcuni conservavano quello del traffico di pezzi di cadaveri umani fra le sale di disegno di anatomia e le sale di anatomia del vicino ospedale di S. Aniello.

     Anche presso i nostri eroi l'Arte non si alimentava solo di estasi ma anche di vermicelli alle vongole. Come le cronache ci fanno sapere, il rapporto fra artisti e buona tavola era ben solido. Ristoranti famosi e agresti trattorie offrivano, al riguardo, buone opportunità. In occasione di inaugurazioni di mostre era consuetudine vedere, in qualche vicino ristorante o trattoria, lunghe tavolate di decine di personaggi, fra pittori, scultori, poeti, critici d'arte, vecchi e giovani. 

     Gli incontri dei gruppi artistici in questo o quel caffè, su cui si sono spesi i migliori scrittori e giornalisti per mitizzarli, forse andrebbero soggetti a revisionismo. Talvolta questi mitici convegni artistici lasciavano qualche impressione meno epica nei comuni occasionali spettatori, inconsapevoli di vivere momenti magici di storiche adunanze.

Infatti qualche artista era noto per il suo parlare, diciamo così, "colorito"; altri per l'attento interesse (si presume artistico) alle curve femminili di passaggio; altri ancora si concedevano al pubblico in toilettes particolarmente trasandate (taluni addirittura per la poca pulizia), al di là delle "licenze" di abbigliamento più o meno stravaganti che gli artisti amano concedersi. Alcune artistiche folte chiome candide che, nella pubblicistica nostalgico-agiografica, vengono ricordate quasi come aureole messe lì a santificare i personaggi, si accompagnavano in qualche caso ad abbondanti forfore.

     Quando, nell'aprile del 1950, passò sotto le finestre del pittore Gaetano Ricchizzi il corteo funebre dello scultore Filippo Cifariello, morto suicida, il Ricchizzi si affacciò sghignazzando verso le persone che seguivano il feretro, perché - a suo dire - questi avevano tramato fino a poco prima contro lo scultore, ed ora, nel corteo, fingevano dolore.

     Vezzi, e talvolta vizi, di artisti, di questo o quel periodo, li perdoniamo tutti, perché li ringraziamo per quello che ci hanno lasciato come artisti.

(Maggio 2020)

TEMPO SOSPESO

TEMPO SOSPESO - Mostra personale di Guglielmo Longobardo

a cura di Gaspare Natale

 

Una pittura viscerale e rigorosa insieme, alla costante ricerca di sé tra le maglie dell’opera. È Tempo sospeso il titolo della mostra personale del maestro Guglielmo Longobardo, con testo di presentazione a cura di Gaspare Natale con la quale si inaugura una nuova stagione di eventi espositivi alla AM Studio Art Gallery, diretta da Antonio Minervini.
Il vernissage è previsto per giovedì 24 ottobre, ore 18.30, negli spazi di via Massimo Stanzione 10, al Vomero. Il percorso proposto è composto da 10 oli su tela e una installazione in tecnica mista, tutte opere di recente produzione. Filo conduttore è il tempo, inteso come passaggio di stati emotivi, frutto di sedimentazioni antiche, in bilico tra dubbio, ragione, sentimento, natura e complessità del vivere. Guglielmo Longobardo rivisita la tradizione del linguaggio informale con una cifra personalissima che non trascura mai i canoni classici e l’aspetto estetico dell’opera d’arte. «Mi interrogo dinanzi alle forme, ai segni, alle atmosfere intimiste create dai superbi blu del maestro – spiega Gaspare Natale - che sembrano inghiottirti, catturarti per trasportarti in un tempo circolare che contiene la notte e le lame di luce, la terra e l’acqua di radici remote, i dilemmi e le risposte abortite.

Le radici, la sua terra splendida e mutevole dei Campi Flegrei, diventano in Longobardo radicalità del suo mestiere di pittore, arte senza intermediazioni, allergica alle etichette, passione civile, curiosità morbosa per il nostro posto nel mondo».
L’attività artistica di Guglielmo Longobardo ha dunque un legame indissolubile con il territorio, che nelle sue visioni astratte e di raffinata bellezza diventa materia, colore e respiro di luce. Accanto alle grandi tele, ai blu, ai rossi, lavorati con superba maestria, troviamo in mostra opere più piccole con i tubetti di colore riutilizzati, a fare unico corpo con le superfici.
Il tempo è lo sguardo, è il vissuto di Guglielmo Longobardo, ma è anche il nostro vissuto, che ci viene donato nella sua forma più nobile.

Note biografiche

Guglielmo Longobardo nasce a Bacoli nel 1948 e si diploma all’Accademia di Belle Arti di Napoli, dove nel 1996 diventa docente del corso di Decorazione. La sua ricerca artistica, pura e imprevedibile, negli anni ’80 ha una virata verso una dimensione più intima ed emozionale. Ma è con gli anni ’90 che avviene una svolta significativa: il segno lascia il passo a un linguaggio fortemente astratto e dinamico. Numerose le sue presenze in eventi espositivi di rilievo nazionale e internazionale.

AM Studio Art Gallery - Via Massimo Stanzione 10 - Napoli

Dal 24 ottobre al 18 dicembre 2019 - Orari e giorni: dal lunedì al venerdì, ore 16-20; il sabato ore 10-13

Info e contatti: Antonio Minervini Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. - 392 0860931 - Alessandro Minervini: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.  – 393 4714198
Ufficio stampa: Francesca Panico Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. – 348 3452978

(Ottobre 2019)

Annella

Annella, un’anomalia del Seicento.

 

di Antonio La Gala

 

Un tratto dell’antica “via per colles”, che in epoca romana congiungeva l’area flegrea con il centro di Neapolis passando per il Vomero, e precisamente il tratto fra via Belvedere e Antignano, fino a poco fa, era interamente intitolata ”via Annella di Massimo”, toponimo, ora limitato alla parte più vicina ad Antignano.

Molti si pongono la domanda, alla don Abbondio: “chi era costei? Chi era questa signora di cognome Di Massimo ?” E in effetti lo sanno in pochi, per lo più fra chi se ne intende di pittura napoletana.

Questa signora era Diana De Rosa, una pittrice napoletana, nata agli inizi del Seicento, che è conosciuta come Annella di Massimo per la trasformazione del diminutivo Dianella in Annella. L’estensione “di Massimo” le deriva, poi, dalla collaborazione con Massimo Stanzione (1585-1658), nel cui studio entrò, dopo aver studiato in famiglia, in particolare con il fratello Francesco De Rosa, detto Pacecco (1607-1656).

Francesco e Dianella De Rosa erano figli del pittore Tommaso De Rosa, che morì nel 1612. La madre, per restare fedele almeno alla pittura e all’attività di famiglia, sposò un altro pittore, Filippo Vitale.

Tanto per cambiare qualcosa, Dianella sposò un altro pittore, Agostino Beltrano, detto Agostiniello, morto nel 1665. Il resto della biografia di questa pittrice sfugge e poco si sa di sicuro sulla sua produzione, anche se alcuni la ritengono un’artista di un certo rilievo.

Sappiamo che andò a bottega da Massimo Stanzione. Secondo il biografo settecentesco De Dominici, era "cara al maestro come collaboratrice in pittura, e, per la sua bellezza, come modella".

Come oggi (e sempre) càpita nell’ambito delle varie categorie professionali, così nel Seicento, nell’ambito della pittura, il mestiere se lo tramandavano in una stessa famiglia, per lo più da padre in figlio. Nel caso della pittrice che stiamo per conoscere, ci sono due varianti. Anzitutto perché stavolta il “figlio” avviato alla pittura era femmina: a quell’epoca “un pittore femmina” era cosa quasi inaudita, Annella costituiva una vera e propria anomalia; e poi perché i padri che le tramandarono il mestiere furono due, quello naturale e il patrigno acquisito.

Ad Annella di Massimo non si attribuiscono opere certe, forse perché le sue tele andarono distrutte in un incendio del 1638, oppure perché collaborava alle opere di Beltrano e  di Stanzione, ma senza completarle, o forse anche perché all'epoca non era usuale che le donne firmassero quadri, costituendo una pittrice un’anomalia sociale oltre che artistica.

In assenza di attribuzioni certe, le vengono accreditati dipinti che si trovano nel Museo Diocesiano di Napoli e nella chiesa napoletana della Pietà dei Turchini.

Stilisticamente viene ricordata come una pedissequa imitatrice del maestro.

De Dominici ipotizza che Annella fu uccisa dal marito, poi riparato in Francia, che sospettava, non si sa se a torto o a ragione, che Annella lo tradisse con il maestro Stanzione, ma alcuni documenti dicono che Annella morì di morte naturale nel 1643.

La figura che accompagna questo articolo è un autoritratto della pittrice.

(Gennaio 2019)

BARCHE E ARTE

BARCHE E ARTE

 

di Sergio Zazzera

 

Una premessa, un tantino articolata, ritengo necessaria: non sono un “tifoso” della Lega e non sono neppure un critico d’arte; mi sforzo soltanto di assicurare il collegamento fra gli occhi e il cervello, qualsiasi cosa mi accada di guardare.

Ciò detto, vengo alla notizia, diffusa dai media, dell’esposizione all’Arsenale di Venezia, a cura dell’artista Christoph Buechel, dello scafo naufragato nel 2015, con oltre settecento migranti a bordo.


Ebbene, non condivido l’idea di esporre alla Biennale l’imbarcazione in questione, non già perché – come vorrebbe la Lega – sarebbe stato preferibile che quei migranti fossero rimasti “a casa loro” e che colà noi li avessimo “aiutati”, bensì perché credo che l’opera d’arte sia cosa assolutamente diversa. E mi ritengo in ottima compagnia: suggerisco, anzi, la lettura della Breve storia dell’arte moderna di Jean Clair.

Alcuni anni fa, scrissi, a proposito dell’installazione di Yannis Kounellis al Ponte di Tappia, che bisognava collegarvi una lampadina, giacché quella sarebbe stata un’opera d’arte, soltanto se essa non si fosse illuminata; altrimenti, saremmo stati in presenza, semplicemente, di un generatore di elettricità. L’arte, infatti, è imitazione della realtà, non già la realtà stessa.

Sempre alcuni anni fa, poi, a proposito della celebre Piroga di Hidetoshi Nagasawa, scrissi che, per verificare se si trattasse di un’opera d’arte, sarebbe stato necessario immergerla nell’acqua: l’ipotesi, infatti, sarebbe rimasta verificata soltanto nel caso del suo affondamento; diversamente, quella sarebbe stata soltanto una piroga.

Concludo: nel nostro caso, l’affondamento si è già verificato, quattro anni fa. Giudichi, dunque, il lettore se siamo di fronte a un’opera d’arte.

(Maggio 2019)

ANTONIO BERTE’

ANTONIO BERTE’ UN ARTISTA CONTEMPORANEO NAPOLETANO

 

di Luigi Rezzuti

 

Torre Caselli è un edificio abbandonato, che versa in pessime condizioni in Cupa Imparato, ai Colli Aminei.

Un tempo era la villa di campagna, una abitazione estiva, dei Marchesi Caselli, una famiglia nobile di origine cosentina, insediatasi a Napoli già dalla metà del Quattrocento.

Ai Colli Aminei, un tempo, c’erano vigneti e coltivazioni di ogni tipo. Antonio Bertè, negli anni Cinquanta vi mise gli occhi sopra, e non solo. Bertè era un artista che fece della pittura la sua fonte di vita.

Tra le sue amicizie vanno ricordati Giorgio De Chirico, Emilio Notte, Renato Guttuso e i poeti Carlo Bo e Giuseppe Ungaretti.

Laureatosi in lettere classiche, cominciò la sua carriera come giornalista per poi dedicarsi, come autodidatta, completamente all’arte e alla pittura.

Egli trasferì il suo studio a Torre Caselli e pian piano convinse la moglie a traslocare proprio nella villa, tanto spaziosa.


Gli anni Sessanta e Settanta rappresentarono il periodo d’oro dell’artista napoletano, il quale era solito invitare numerosi artisti per cene e serate a tema.

Domenico Rea, Mischele Prisco, Roberto Murolo, erano abituali frequentatori della residenza dei Colli Aminei.

Al tempo, Villa Bertè era di un rosso vermiglio acceso e il suo giardino in stile inglese faceva gola ai tanti visitatori.

Dopo il terribile terremoto degli anni Ottanta, Bertè decise di andare a vivere al Vomero, in via Gian Lorenzo Bernini, insieme alla moglie, continuando ad utilizzare Torre Caselli come studio privato, fino agli anni Novanta.

Fu in questo periodo che lasciò la sua firma su una parete esterna della Villa, oggi coperta da tantissimi murales, ma anche da tantissima erbaccia.

L’artista dipinse con un pennello la semplice scritta A. BERTE’.

Oggi Torre Caselli è l’immagine di un rudere abbandonato, spesso frequentato da senzatetto, in cerca di un luogo in cui trovare riparo.

(Dicembre 2018)

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