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PRIMA DELL'OBLIO         (Marzo 2019)
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Parlanno 'e poesia   di Romano Rizzo   Antonino Alonge (Palermo, 20 settembre 1871 - Milano, 13 agosto 1958). Poeta e giornalista, visse a Napoli...
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NATALE A NAPOLI   di Luigi Rezzuti   Natale è alle porte e,  come ogni anno, si pone il dilemma: albero di Natale, con i suoi lampioncini, i nastri,...
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Il Papa prega per i giornalisti   di Luciana Alboreto   6 maggio 2020: dalla Cappella di Santa Marta giunge la preghiera del Pontefice ai...
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ICEBERG (Ottobre 2016)
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Articoli

IL TEATRO A NAPOLI

IL TEATRO A NAPOLI

 

a cura di Luigi Rezzuti

 

Napoli è una città che trova svariati modi di esprimersi, dalla poesia alla musica, dal teatro al cinema.

Fin dall’antichità, l’arte ha rivelato al mondo il cuore di Napoli, partendo proprio dalle sue strade.

Le prime tracce del teatro napoletano risalgono a Jacopo Sannazaro e a Pier Antonio Caracciolo. Jacopo Sannazaro, con l’opera dal titolo “Arcadia” e qualche anno dopo, il Caracciolo con due opere, dal titolo “La farsa de lo cito” e “Magico”.

Entrambi ebbero il merito di diffondere la cultura teatrale tra i ceti minori della popolazione.

Il teatro napoletano è stato sostanzialmente legato alla maschera di Pulcinella.

Pulcinella è un personaggio che rappresenta da sempre il modo tutto napoletano di vedere il mondo, grazie alla sua furbizia e alla sua arte di destreggiarsi in qualsiasi situazione

Altri autori di teatro, molto più vicini a noi, sono stati Raffaele Viviani ed Eduardo De Filippo. L’opera di  Viviani si differenzia notevolmente da quella di Eduardo De Filippo. Mentre Eduardo ci presenta la borghesia napoletana, con i suoi problemi e la sua crisi di valori, Viviani mette in scena la plebe, i mendicanti, i venditori ambulanti.

Il suo fu un teatro diverso, anomalo, sconvolgente,  con l’uso del dialetto, caratterizzato anche dall’ostilità e dal silenzio della critica e della stampa.


I fratelli De Filippo, Eduardo, Peppino e Titina, i tre più celebri fratelli del teatro italiano, figli illegittimi di Scarpetta (per essere nati da una relazione di Scarpetta con Luisa De Filippo, nipote della moglie di Scarpetta, Rosa De Filippo) iniziarono giovanissimi a calcare le scene, dopo aver formato una loro autonoma compagnia teatrale ed esordirono insieme con l’atto unico “Natale in casa Cupiello”.


L’ultimo e forse il più grande interprete di Pulcinella, fu Antonio Petito che lo trasformò da servo furbo e burlesco, in maschera napoletana, modernizzandolo e permettendone così la trasformazione ad opera di Eduardo Scarpetta.

Scritturato da Petito, all’età di quindici anni, Eduardo Scarpetta ebbe il compito di impersonare nella compagnia di Petito il personaggio di Felice Sciosciammocca, sostenitore comico e “spalla” di Pulcinella.

Alla morte di Petito, e alla scomparsa del personaggio di Pulcinella, Scarpetta si fece interprete del cambiamento di gusti nel pubblico napoletano.

Eliminò, quindi, definitivamente quella maschera, ormai obsoleta, introducendo personaggi della borghesia cittadina, che mantenessero, però, immutati i caratteri farseschi della tradizione.

Le sue commedie su Felice Sciosciammocca, come “Il medico dei pazzi” o  “Miseria e nobiltà” ottennero un enorme successo a Napoli e aprirono la strada del successo ai fratelli De Filippo.

Sarà solo nel dopoguerra che il successo di De Filippo giungerà agli storici livelli di commedie quali “Napoli Milionaria” e “Filumena Marturano” ambientate in una Napoli disillusa, in pieno dopoguerra.

I De Filippo s’imposero per la loro verve interpretativa, le intense espressioni, la spontaneità e la vitalità dei personaggi, rappresentati sempre a metà tra la commedia e il dramma.

Peppino, abbandonando, per vari screzi, il fratello Eduardo, si lanciò nel cinema, spesso in compagnia di Totò, in memorabili commedie, giungendo persino sul punto di fondare una propria compagnia di prosa “La compagnia teatrale italiana”.

Negli anni Sessanta, poi, nella trasmissione televisiva “Scala reale”, interpretò il personaggio “Pappagone”, che divenne quasi una maschera del teatro napoletano.

Titina, invece, rimasta col fratello Eduardo, si affermò nel ruolo di Filumena Marturano nell’, opera omonima, di  Eduardo, rimasta ormai nella storia del teatro.


La personalità di Antonio de Curtis, in arte Totò, s’impose, invece, nel cinema ma egli raccolse i suoi primi successi sulle scene dei teatri periferici e dei quartieri più poveri.

Quella di Totò era anch’essa una maschera buffa, un’autentica  maschera, che apparve sempre più malinconicamente grottesca.

Era la maschera di un piccolo “gigante”: il più comico e il più napoletano.

Per suscitare le risate, non aveva bisogno di ricorrere alle battute scherzose: in teatro ad esempio, bastava che apparisse in scena, senza pronunciare ancora nessuna frase,  e giù gli spettatori a ridere.

Gli era sufficiente una smorfia, un gesto, un semplice ammiccamento e poteva fare a meno del copione. Bastava un canovaccio di poche parole. Al resto  pensava lui, improvvisando mimica e dialogo, prolungando un breve sketch anche di quindici o venti minuti, specie se avvertiva, immediato, il calore del pubblico.

Memorabile fu il suo ritorno sulla scena, quasi sessantenne e quasi cieco, quando apparve in una rivista “A prescindere”, l’ultima sua passerella da gran finale Elettrizzò gli spettatori in un’esplosione pirotecnica. Sembrava che davvero i fuochi d’artificio, che riproduceva, attraverso una mimica inimitabile, si moltiplicassero attorno a lui.

Il varietà, poi, così come l’avanspettacolo, nasce a Napoli verso fine Ottocento, più semplicemente chiamato Cafè – chantant. Era il periodo della “Belle Epoque”,  in cui Napoli e Parigi erano le capitali culturali d’Europa.

Lo spettacolo era suddiviso in due tempi e vari quadri, a seconda delle esibizioni. Nel primo si esibivano ballerine e cantanti, nel secondo le vedette più attese le sciantose e soprattutto “le macchiette”, ovvero attori che cantavano in modo caricaturale.


L’epoca d’oro del Cafè Chantant a Napoli coincise con i grandi successi delle più spigliate canzonettiste, tra cui Elvira Donnarumma e Gilda  Mignonette.

Nello stesso periodo, nella compagnia dei de Filippo, venne alla ribalta un’attrice, Tina Pica, figlia d’arte, suo padre Giuseppe fu interprete del personaggio di “Don Anselmo Tartaglia”.

La naturalezza interpretativa della Pica non la costringeva a recitare un copione, in quanto lei stessa si considerava ed era semplicemente “Il personaggio”.

A cavallo tra gli anni Trenta e Quaranta, iniziò a diffondersi l’usanza, per intere famiglie, di dedicarsi al teatro di avanspettacolo, con il ruolo, per ciascuno dei componenti, di capo-comico, di soubrette, di macchiettista e così via.

Spesso erano costretti tutti, loro malgrado, ad accettare miserevoli scritture, dallo scarso compenso economico.

Tra queste vi era la famiglia Maggio: Enzo, Beniamino, Dante, Icadio, Pupella, Rosalia e Margherita.

Beniamino era il più popolare dei fratelli Maggio, tanto che la critica lo considerò una delle più grandi macchiette del teatro napoletano.

Però la stessa critica considerava Dante il più bravo dei fratelli. Egli possedeva le doti del ritmo, delle pause, dei tempi giusti, della mimica e di una voce ben modulata.


Tra le sorelle la più zelante fu certamente Pupella, che si affermò soprattutto come attrice di prosa, Rosalia, invece, era la più attraente.


Successivamente giunsero alla ribalta caratteristi come: Pietro De Vico, Ugo D’Alessio, Carlo e Aldo Giuffrè, ma su tutti questi spicca il nome del più grande in questo genere: Nino Taranto, interprete di macchiette, con la tipica paglietta a tre punte.

Taranto, nel , divenne capo-comico dedicandosi soprattutto alla rivista per quasi vent’anni, prima di passare al teatro di prosa.

Il suo cavallo di battaglia fu la celebre canzone “Ciccio formaggio”.

Al suo fianco vi era sempre l’inseparabile fratello minore Carlo, entrambi spesso affiancati da grandi caratteriste, quali Tecla Scarano e Dolores Palumbo.

La sua ultima compagna di “lavoro” fu Luisa Conte, nelle sue celebri interpretazioni al teatro Sannazaro, negli anni Ottanta.

A cavallo delle due guerre nacque, poi,  nel 1919, e si concluse nel 1940, salvo un ritorno negli anni Settanta, la sceneggiata. tratta da una canzone e, talvolta, anche da una poesia.

Vi si cimentarono artisti, quali Pasquariello, Gill. la Mignonette ed altri .

In un primo periodo la sceneggiata, come si è appena detto, era tratta da una canzone e, talvolta, anche da una poesia, molte volte caratterizzata da risvolti drammatici, ambientata nei bassi, nei vicoli, nei quartieri più poveri e malfamati.

In un secondo momento, invece, negli anni Settanta-e Ottanta è stata anch’essa improntata a versi e canzoni, ma, mentre nell’antica sceneggiata si raccontavano le miserie della povera gente, con toni sia drammatici che comici, in questa, più moderna, si ritrovava spesso la figura del “mammasantissima”, il cosiddetto “guappo buono”come Mario Merola interprete della canzone “Zappatore”, in “Lacreme napulitane.”

Con la riapertura del Teatro Trianon, Nino D’Angelo ha riproposto nuove edizioni dell’antica sceneggiata, rivalutando gli aspetti artistici ed anche culturali di questo genere, attraverso una nuova cultura della strada, intesa non come malavita, quanto piuttosto come binomio, ovvero, contrasto tra due realtà, irriducibili l’una all’altra: miseria e sopraffazione.

Un posto a parte occupa l’autore e regista Roberto De Simone, grande innovatore e ricercatore del patrimonio culturale, teatrale e musicale, della tradizione popolare partenopea, andando alla scoperta di tracce di “Villanelle, laudi e strambotti” laddove la tradizione sarebbe andata, malauguratamente, perduta.

Nel 1967 Roberto De Simone fondò la Nuova Compagnia di Canto Popolare, di cui fu animatore, ricercatore e rielaboratore.

Dopo l’attività musicale accentuò progressivamente la ricerca teatrale e, grazie a lui, si possono ammirare opere come “La cantata dei pastori”.

Nel 1976 arrivò un altro grande successo, la favola in musica, “La gatta cenerentola”.

Purtroppo questi “grandi” del teatro napoletano ci hanno lasciato e oggi ci dobbiamo accontentare di rivivere quelle emozioni solo attraverso il piccolo schermo quando la TV, di tanto in tanto, ci delizia con opere indimenticabili del passato.

(Gennaio 2020)

COMUNICATO STAMPA

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

COMUNICATO STAMPA

 

Presentata al Foyer del Teatro comunale Diana di Nocera Inferiore la VI edizione di L’ESSERE & L’UMANO - rassegna teatrale a cura di Artenauta Teatro, con la direzione artistica di Simona Tortora, in collaborazione con il Teatro Pubblico Campano, e organizzata a cura di Giuseppe Citarella, con il patrocinio del Comune di Nocera Inferiore. Sette gli spettacoli in cartellone, che avranno tutti luogo il venerdì alle ore 21,00, tra cui uno omaggio per ringraziare proprio l'Amministrazione comunale, nella persona del Sindaco Manlio Torquato, che ha creduto nel progetto della rassegna sostenendola ogni anno.  Si inizia il 31 gennaio con “Ad esempio questo Cielo”, spettacolo costruito dalla Compagnia Dimitri/Canessa sulle parole poetiche di Raymond Carver; il 21 febbraio andrà in scena “Settanta Volte Sette” della Compagnia Controcanto Collettivo, spettacolo vincitore del festival biennale "I Teatri del Sacro" edizione 2019, che affronta il tema del perdono e della sua possibilità nelle relazioni umane e narra la vita di due famiglie i cui destini s’incrociano in una sera; il 13 marzo è la volta di “Dedalo e Icaro”, Compagnia Eco di Fondo: un figlio rinchiuso in un labirinto fatto di troppo amore; il 3 aprile si passa dal teatro alla musica con l'effervescente concerto “SerenVivity” delle Ebbanesis, regine del web grazie al quale sono state lanciate a livello internazionale; il 17 aprile lo spettacolo “Tre cumpari musicanti. Storie minime nella grande storia: briganti, borbonici, francesi”, una mirabile performance di e con l’antropologo narratore Paolo Apolito, accompagnato dal musicista Antonio Giordano (voce, zampogne e chitarra battente), che Artenauta Teatro offre in omaggio alla cittadinanza per i dieci anni dalla nascita dell'associazione teatrale; partner dell’importante evento è la casa editrice Oèdipus di Francesco G. Forte. L'8 maggio salirà sul palco del Diana la Compagnia Artenauta Teatro con “VincitorieVinti” da Euripide, per la regia di Antonello Ronga; il 29 maggio la rassegna chiude con lo spettacolo della Compagnia Artenauta Teatro, “TU 2.0”, uno spettacolo sul ‘naturale’ specchio dell’IO; regia di Simona Tortora.

Info e prenotazioni: Teatro Comunale Diana, piazza Guerritore 1, Nocera Inferiore. Orario botteghino lun/sab ore 18,00/21,00. Info: 320 5591797.

Claudia Bonasi

(Dicembre 2019)

QUANDO A NAPOLI CADEVANO LE BOMBE

Riceviamo e volentieri pubblichiamo
Quando a Napoli cadevano le bombe

 

Lo spettacolo “Quando a Napoli cadevano le bombe”, ideato, scritto e diretto dal Maestro Aldo De Gioia, è andato in scena martedì 11 giugno 2019 nella prestigiosa Aula Magna dell’Associazione Nazionale Mutilati ed Invalidi di Guerra, in collaborazione con la Fondazione, Sezione Provinciale di Napoli, in via Armando Diaz 58 – Napoli.


Uno spettacolo forte, segnato da un notevole successo di critica e di pubblico, fa rivivere le tragiche ore vissute dai napoletani durante l’ultima guerra. L’opera, evento culturale di rilievo, porta in scena la realtà di un triste periodo, che vide la meravigliosa Città di Napoli martoriata dagli eventi bellici. Non mancarono, in quegli anni dolorosi, sofferenze, privazioni, paure, sacrifici, morti innocenti e distruzioni, anche di patrimoni d’arte. Il lavoro, che riporta i più anziani a tristi ricordi, è utile testimonianza per i più giovani, che hanno avuto la fortuna di non vivere quel periodo, e ricorda a tuttti noi che le guerre sono sempre una rovina, sia per i vincitori che per i vinti.

Direzione e supporto di scena: Enzo Aita, Ciro Ammendola, Davide Guida.

(Giugno 2019)

Stabia Teatro Festival 2019

Stabia Teatro Festival 2019 - Premio "Annibale Ruccello”

 

È Peppe Barra l’artista insignito del Premio Annibale Ruccello” 2019.

Una serata all’insegna del teatro e della poesia per celebrare, anche quest’anno, il ricordo del drammaturgo stabiese nella sua Castellammare. La consegna dei Premi, intitolati al giovane drammaturgo di Castellammare, si è svolta nella Sala Conferenze della Banca Stabiese, nell’ambito dello Stabia Teatro Festival 2019, la kermesse teatrale e letteraria, ideata da Luca Nasuto.

Nomi prestigiosi, anche quest’anno, arricchiscono il parterre dei vincitori del Premio «Annibale Ruccello», coordinato da Monica Citarella, per la sezione Teatro, e da Maria Carmen Matarazzo, per la sezione Poesia.

Vincitore del Premio alla Drammaturgia, come si è detto in apertura, è Peppe Barra, artista poliedrico e protagonista indiscusso della cultura del Novecento, artefice di un imprescindibile lavoro di recupero della tradizione orale e musicale partenopea e in particolare della fiaba, confluito nei testi di spettacoli indimenticabili, dalla Gatta Cenerentola al celebre Lengua Serpentina.

Il riconoscimento è stato assegnato da una giuria dell’Università Federico II, presieduta dall’italianista ed esperto del teatro ruccelliano, Matteo Palumbo. Ad affiancarlo il Presidente Onorario Carlo de Nonno, stretto collaboratore di Ruccello, nonché custode del suo patrimonio artistico; Giuseppina Scognamiglio, docente di Letteratura Teatrale Italiana; Francesco de Cristofaro, studioso di Letteratura comparata; Pasquale Sabbatino, direttore del Master in Drammaturgia e Cinematografia e coordinatore, insieme a Palumbo, del progetto dell’ Università Federico II, che ha come finalità la raccolta, lo studio e la pubblicazione dei testi ruccelliani.

Massimo Andrei, attore, autore, regista teatrale e cinematografico è, invece, il vincitore del Premio alla Carriera, conferito dal Coordinamento dello Stabia Teatro Festival, quale riconoscimento di una personalità artistica che si esprime in una pluralità di percorsi creativi, di linguaggi e mezzi espressivi, ispirati anche all’impegno etico-culturale.

Il premio della Critica, istituito quest’anno, è stato assegnato allo spettacolo Il Servo, tratto dal romanzo di Robin Maugham, nella traduzione di Lorenzo Pavolini, e diretto da Pierpaolo Sepe e Andrea Renzi. Pièce avvincente, prodotta da Casa del Contemporaneo, Teatri Uniti, Napoli Teatro Festival e Teatro Stabile di Napoli, e interpretata dallo stesso Renzi con Tony Laudadio, Lino Musella, Federica Sandrini e Maria Laila Fernandez, Il Servo è una lucida ricostruzione di un rapporto di dominio di un uomo su un altro uomo, tessuto nello spazio chiuso di una casa borghese nella Londra degli anni ’50, con un progressivo ribaltamento di ruoli, che adombra una «storia tetra di lotta sociale feroce». 

Lo spettacolo è stato selezionato da una giuria presieduta da Armida Parisi, caporedattrice culturale del Roma e composta da Stefano de Stefano, critico teatrale del Corriere del Mezzogiorno; Bianca de Fazio, redattrice di Repubblica e Fabrizio Coscia, critico teatrale de Il Mattino.

La poetessa Maram Al Masri è, invece, la vincitrice del Premio «Annibale Ruccello» per la Poesia, assegnato dalla giuria presieduta da Sergio Iagulli, responsabile della Casa Internazionale della Poesia di Baronissi, e composta da Raffaella Marzano, Giancarlo Cavallo, Maria Carmen Matarazzo e Luca Nasuto.

Maram al-Masri, nativa di Lattakia in Siria, ma trapiantata a Parigi dal 1982, è autrice di fama internazionale, che spazia da temi squisitamente lirici e intrisi di raffinato erotismo a temi di carattere sociale, riguardanti la condizione delle donne e dei bambini e la difesa della libertà e dei diritti civili. Dopo un primo libro, pubblicato nel 1984, a Damasco, dal titolo Ti minaccio con una colomba bianca, è ritornata alla poesia nel 1997 con Ciliegia rossa su piastrelle bianche, insignito nel 1998 del Premio del Forum culturale libanese in Francia e tradotto in spagnolo, francese, corso e inglese. Ad esso si aggiungono Ti guardo, Anime scalze, Arriva nuda la libertà” e, nel 2018, con la traduzione di Raffaella Marzano, La donna con la valigia rossa, racconto illustrato dall'artista salernitana Ida Mainenti (Multimedia Edizioni).

(La foto di Peppe Barra è di Fiorella Passante) 

(Dicembre 2019)

Cantare alle ossa

Andiamo a Teatro

a cura di Marisa Pumpo Pica

 

Cantare alle ossa” è l’ultimo appuntamento che, venerdì 24 maggio, alle ore 21, al Teatro Diana di Nocera Inferiore, chiude la rassegna di Artenauta Teatro “L’Essere & l’Umano”, giunta alla V Edizione.

 

La rappresentazione, ideata da Simona Tortora, che ne cura la direzione artistica, firmandone sia la regia che la drammaturgia, viene messa in scena in collaborazione con il Teatro Pubblico Campano. Organizzazione a cura di Giuseppe Citarella. Disegno e luci di Giuseppe Petti.

Colpisce sicuramente il titolo della piece per l’audace accostamento di due termini, molto diversi fra loro, “Cantare alle ossa”, dove il verbo cantare evoca musica, suono, poesia, dunque sogno. La parola ossa, invece, conferisce al contesto un tono lugubre, di inesorabile realtà, in netta opposizione con il sogno. Sta a ricordarci la fragilità della vita e l’irrevocabile  destino dell’uomo, la sua parabola finale, che si conclude con la morte e, di qui, con essa, la distruzione del corpo e il suo inevitabile ridursi in un mucchio di ossa.

Un invito a riflettere sull’umanità perduta dei tempi attuali, certamente, ma anche il prospettarsi di una possibilità, quella di individuare una via di uscita per non perdere la speranza. E in tale ottica, la parola “ossa” perde ogni tonalità lugubre e cruda per diventare metafora della speranza e della salvezza, ai fini della realizzazione di una palingenesi umana, saremmo tentati di dire, sempre che il termine non appaia troppo audace.

Così Simona Tortora nelle note di regia:

“Sono tempi in cui, come persone, stiamo dando il peggio di noi stessi: nei confronti dei nostri simili, degli animali e della natura. Seminiamo odio, arroganza, ignoranza, violenza, razzismo. Giorno per giorno vediamo sbiadire la poesia, l’amore, la speranza; l’umanità stessa sta spegnendosi a vantaggio di un surrogato incurante dei disastri che va combinando, con un’opera di inquinamento del nostro presente che oramai ha rinunciato a costruirsi il futuro. Abbiamo bisogno di ritrovare l’antica forza luminosa che è dentro di noi. Quello che di noi resisterà, oltre la vita, sono le ossa. Allora è da quella forza indistruttibile che bisogna partire. In un racconto della Pinkola Estés, la Loba, che si occupa di chi si è perduto, vive in un luogo nascosto dell’anima. Tutti la conoscono ma pochi l’hanno vista. Suo compito è raccogliere le ossa. La sua specialità sono i lupi. Quando ne ha riunito lo scheletro si leva sulla creatura e inizia a cantare. Allora le ossa si ricoprono di carne e di peli. La Loba canta ed il lupo torna in vita. Dunque, sta ad ognuno di noi ritrovare il proprio mucchietto di ossa abbandonate, per rinnovare la loro forza, vitale e indistruttibile. Cantare alle ossa è un lavoro sul corpo e sulla voce, è tornare alla memoria antica, ritrovare poeti e sognatori, uomini simili a santi e santi, folli e artisti. Un canto poetico, un amore più ampio, non solo verso noi stessi, ma che si proietta sull’altro, sulla natura, sulla necessità di salvarsi dalle parole inutili”.

 

Biglietto intero 10 euro – ridotto 8 euro.

Riduzioni rivolte a under 18 e over 65

Orario botteghino: Lun / Sab dalle 18 alle 21

(Maggio 2019)

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