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UN NATALE DEL DOPOGUERRA

 

di Luigi Rezzuti

 

Alla fine del 1945 Napoli era ancora un cumulo di macerie. La città rinasceva lentamente dall’occupazione.

L’illuminazione stradale era insufficiente, salvo che per le strade principali.

I più prudenti andavano ancora in giro con le torce, quando si aggiravano per i vicoli, passando per i quali notavi cumuli di macerie e, se accendevi la torcia,  scoprivi migliaia di topi che, usciti dalle fogne, la facevano da padroni.

In quel periodo il popolino si era organizzato per sopravvivere con il contrabbando e con la prostituzione.

Erano giorni di fame nera. Gli stessi risparmi di una vita erano diventati carta straccia.

Sia pure nell’orrore del mondo, descritto con una cruda ferocia, c’era chi sopravviveva.

Chi non si adattava,  per educazione o stile di vita, era in gravi difficoltà.

La vita era difficilissima per i “poveri vergognosi”, cioè per coloro che non riuscivano  a calpestare la propria dignità, anche a costo della fame più nera.

Mancavano i vetri alle finestre e bisognava scegliere come tapparle, se con cartoni e restare al buio oppure prendere un po’ di luce, soffrendo per il freddo.

La famiglia di Gennaro abitava in una casa di una sola stanza  e con servizi in comune.

Niente infissi, l’intimità era garantita da coperte militari, inchiodate agli stipiti.

Nella stanza della famiglia di Gennaro erano in otto: in un letto dormivano Gennaro e la moglie Assuntina, insieme al figlio più piccolo, mentre gli altri figli dormivano a coppie in brande militari, col fondo in juta.

Gennaro faceva il parrucchiere, lavorava tantissimo per garantire la sopravvivenza e, oltre all’orario di bottega, andava a casa di alcune clienti.

Accadde che gli venne una brutta influenza, con tosse e febbre, ma, nonostante ciò, andò alla Pignasecca per una acconciatura extra.

In quelle occasioni lo precedeva il figlio più grande, Vincenzino, portando i ferri e preparando la clientela, lavando e asciugando i capelli, per dar modo a Gennaro di iniziare subito.

Vincenzino aveva sempre nelle narici  l’odore dei  capelli che asciugava, un odore strano e particolare, un ricordo indimenticabile …

Quella sera finirono di lavorare verso l’una, faceva freddo e pioveva in maniera pesante.

Dalla Pignasecca a Forcella si poteva andare solo a piedi. Si avviò col padre febbricitante, avvolto in un  impermeabile militare di tre taglie più grande. Cercavano di ripararsi  ma non ci fu verso. La pioggia li colpì in pieno.

Arrivato a casa, Gennaro si mise a letto con 40° di febbre e durante la notte delirò.

All’epoca non c’era il servizio sanitario nazionale e il medico, specie se aveva a che fare con un malato povero, voleva essere pagato prima della visita.

A Gennaro, che era delicato di salute,  fu diagnosticata una polmonite molto seria.

Allora non esisteva nessuna forma di sussidi di disoccupazione nè indennità di malattia. Quindi, niente lavoro, niente soldi.

Il piccolo gruzzolo di risparmi sparì in pochi giorni e l’unica cosa era rivolgersi all’assistenza pubblica.

Vincenzino andò in Municipio: come primo figlio gli toccavano tutte le incombenze burocratiche perché la madre non poteva allontanarsi dal letto del marito per chiedere la “tessera di povertà”, un documento in cui era registrata tutta la famiglia e che ne attestava l’indigenza.                        

Con quella tessera la sorella Elena e Vincenzino andavano in una traversa dei Tribunali presso un Convento, dove c’erano delle suore, che erano incaricate dal Comune di preparare e distribuire pasti caldi ai poveri: una pagnotta di pane e una minestra a testa.

La minestra consisteva in una pasta scotta nella polvere di piselli che, nonostante la fame, era immangiabile.

A casa, intanto, la madre aveva preparato una pentola di acqua calda. Quando Elena e Vincenzino arrivavano a casa, la madre riscaldava il contenitore sull’acqua  bollente.

Per la cena Elena e Vincenzino andavano, poi, presso una caserma, che ospitava un reparto dell’esercito americano.

I cuochi, dopo il pasto, raccoglievano tutti gli avanzi di cucina e quelli della tavola in grandi pentoloni fumanti in cui, in una brodaglia rossa, galleggiava di tutto: pezzi di carne, pollo, wurstel, patate e pasta scotta.

Bisognava fare lunghe file per avere quella brodaglia. I cuochi, armati di grandi mestoli, riempivano a casaccio i contenitori, che quella povera gente affamata tendeva loro.

C’erano sempre liti e urla, mentre i soldati si divertivano da matti a quello squallido spettacolo.

Infilato il grosso contenitore in un borsone, che l’uso aveva ridotto unto e bisunto, tornavano a casa, a passo lento, per evitare che il brodo fuoriuscisse scottandosi e macchiandosi i miseri vestiti.

A casa la madre separava i pezzi di carne e le patate, salvava la parte grassa del brodo per usarla per i più piccoli.

Anche la  carne e le patate salvate venivano “aggarbate” con un po’ di cipolla.

A volte era festa perché i militari davano qualche scatola di carne o uno spezzatino di carne e verdure, abbastanza gustoso.

In quella miseria Vincenzino scoprì un tesoro, sul “soppigno” trovò una cassetta di bellissimi pastori di terracotta ed una cassa di libri.

Libri per ragazzi e un libro, una edizione tedesca illustrata, in cui si narravano le avventure di un ragazzo di strada. 

Quella cassa, Vincenzino, la scese giù e la usò come sedile.

Prendeva un libro e leggeva, vicino alla finestra, per avere più luce.

Era il 25 dicembre del 1945. Per le strade c’erano segni di festa, ma a casa di Vincenzino non c’era niente.

La stanza era semibuia, la madre sedeva al capezzale di Gennaro, che respirava pesantemente.

Con occhi di pianto senza lacrime, Vincenzino non resistette più,  prese un libro e, a passo svelto, discese le buie scale, evitò cumuli di macerie e si avviò per il Rettifilo, che era abbastanza illuminato.

Giunse all’Università e si sedette sulle scale, accanto ad una sfinge.

Cominciò a leggere alla luce dei lampioni. Non faceva troppo freddo, si poteva stare.

Si immerse nella lettura che agì come una sorta di anestetico psicologico sulla tristezza del suo animo.

Passò una pattuglia di polizia, una jeep con un graduato e due agenti. Gli diedero un’occhiata distratta e proseguirono. Dopo un po’ ripassarono e il graduato, un omone con la pancia che si protendeva sui pantaloni della divisa, si accostò a lui e gli  chiese: “Cosa fai qui?”

“Non lo vedete? Leggo”

“Dimmi la verità: hai litigato con tuo padre?”

“Ma quando mai! Mi andava di stare solo”

“Insomma basta! Vieni con noi. Dove abiti?”

Vincenzino dette loro  l’indirizzo e lo accompagnarono a casa.

I poliziotti salirono insieme a lui ed entrarono in quella casa. La stanza era buia e silenziosa, i suoi fratellini dormivano tutti, abbracciati l’un l’altro per il freddo, la madre era al capezzale del marito dal respiro pesante ed affannoso, rotto da rantoli, mentre Elena, con una corona del rosario in mano, pregava.

Il poliziotto graduato, lo guardò in silenzio, lo accarezzò lievemente sulla guancia e, con le lacrime agli occhi, andò via.

Mentre, scendeva per quelle scale buie, insieme ai suoi agenti, le campane di una chiesa vicina cominciarono a suonare per la Messa della mezzanotte santa.

(Dicembre 2018)

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