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UN VIAGGIO DI ALTRI TEMPI

 

di Luigi Rezzuti

 

Un mendicante, tutte le sere se ne andava a dormire nella stazione centrale di piazza Garibaldi a Napoli, tra l’indifferenza generale dei viaggiatori del treno delle 4,10 per Roccaraso.

Non lo degnavano di un’occhiata nemmeno i facchini che, malgrado  i viaggiatori fossero carichi di valige di cartone legate con lo spago, non avevano per quel treno mai nulla da trasportare.

Una sera, mai visti prima, come sbarcati da un ignoto paese, apparvero  portandosi sulle spalle due paia di sci e un sacco alpino.

Erano tutti vestiti con pantaloni alla zuava, scarponi di montagna, occhialini scurti appesi al collo o sistemati sul cappello di lana.

Viaggiavano in terza classe e, piuttosto che mettersi a dormire, intonavano cori alpini in quelle otto ore, otto ore interminabili, ore notturne di un viaggio con quel treno che partiva silenzioso e si fermava in tutte le stazioni.

Un treno che, dopo molte piccole soste, si concedeva uno scalo  di due ore, nel pieno della notte, a Chiaianiello-Scalo, dove era possibile accomodarsi nella cucina del gestore del bar della stazione.

C’era un camino e su quel fuoco si arrostivano metri di salsiccia paesane e si svuotavano fiaschi di vino a volontà.

L’accelerato, con le vetture ormai refrigerate dalla sosta all’addiaccio, si metteva in marcia alle 6,15.

Sesto Campanò, Venafro, la vaporiera annusava la notte con boccate di fumo.

Ripartiva, per fermarsi ad ogni stazione, sempre le stesse, Nubi basse di vapore, nelle quali andava a perdersi la lanterna agitata dall’uomo nero: capotreno, capostazione, controllore, guarda freni, l’uomo tutto, l’uomo con corno di ottone che, ad ogni partenza, soffiava la carica come il trombettiere di uno squadrone di cavalleria.

Roccarainola, Isernia e così sempre avanti, nella notte sempre più fredda e più nera.

Un favoloso itinerario, una litania di stazioni: Sessano – Civitanova, Pescolanciano, Roccasicura, San Pietro Avellana.

La vaporiera, intanto, alla stazione di Castel di Sangro, si preparava all’ultimo balzo.

Prendeva fiato come un atleta ormai molto avanti negli anni, ma che sa, per esperienza, il fatto suo.

Si faceva controllare da un esperto spazzaneve, poi ripartiva: Montenero, Valcocchiara, Alfedena, Scontrone, il treno era    quasi arrivato a destinazione.

Era già l’ora nella quale il giorno ancora non è nato e la notte si attarda a morire.

Un luce irreale, un manto che tuttavia esisteva e, più che vedersi, si intuiva.

A Castel di Sangro, il miracolo del primo raggio di sole, il primo raggio di sole che, insieme al treno del mattino, saliva a dare il buongiorno alla Rocca di Rasine, un pugno di case, raggruppate come gregge freddoloso intorno al campanile della chiesa madre. La cappella di San Bernardino, a mezza strada tra la rocca e il santuario di Portella, che era chiusa dalla neve.

A Portella, in solitudine, viveva un eremita e, nella più nuda semplicità, cantava eterne lodi, ascoltate soltanto dal Signore.

Qui, alla Rocca sul Rasine, l’accelerato delle 4,10 da Napoli, depositava alle 8 del mattino gli sciatori che, quando erano numerosi, non superavano mai la ventina e che si avviavano subito al Vallone di San Rocco per poi avventurarsi alla Selletta, all’Aremogna, al rifugio sul monte Greco.

Sciavano tutto il giorno col sacco sulle spalle, contenente viveri e indumenti.

Tornavano alla base verso le cinque della sera. L’accelerato del mattino era ad attenderli per riportarli a casa.

Nel viaggio di ritorno dormivano tutti. Un sonno solo, da Roccaraso a Napoli, piazza Garibaldi, stazione centrale.

Adesso a Roccaraso si arriva in due ore circa di automobile e quel gruppo di case addossate l’una a l’altra è un’esplosione  di condomini e grattacieli.

Al calore dei grandi alberghi fa eco la luce delle insegne fluorescenti che gridano agli sciatori: boutique, night, coiffeur, bar, winter – sport.

Parole familiari al linguaggio dell’Italia del benessere in piedi su quella del malessere, l’Italia dei drinks, degli ski – lift, degli ski – pass.

All’Aremogna si arriva in automobile e la strada è sempre sgombra, il rifugio è in compagnia di alberghi, pensioni, ville, sotto le funi di tre impianti che permettono di fare in un giorno più discese di quante una volta non si potessero fare in tutta la stagione.

Al Pratello ci si dà appuntamento, come in città ad un caffè del centro.

Alla Portella, l’eremita viaggia in utilitaria, fuma Marlboro, si nutre di tivù.

Per quanti si recano in chiesa l’incenso è chimico e le campane hanno la voce dell’Enel! Suonano elettricamente come le chitarre – beat e il curato indossa jeans e pullover a giro collo.

Alle 5, 30 della sera la stazione ferroviaria di Roccaraso è deserta. Non parte e non arriva nessuno. Sui binari silenziosi scende, con la sera, un’ombra che assume le sembianze di un treno: è quello degli sciatori di un tempo e chiede di essere ricordato, ora che l’orgia del vivere si pasce di altri miti.

(Gennaio 2019)

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