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(Novembre 2017)
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Cara  Matera,  ti  scrivo…..

             

di  Mariacarla Rubinacci

 


Sono arrivata una mattina di sole, ho bussato alla tua porta, ricordi?, e tu mi hai accolta inondandomi di luce, di ombra, di storia. La tua Storia, scritta su pagine di pietra, ora bianca di calcare, ora giallastra di origine vulcanica, ora scura di umidità e corrosione, un libro di parole che altro non sono che graffi lasciati da tempo.

Cara Matera, sei lo scenario immaginato dal pittore che ha tentato di  fissare la tua fissità, il tuo sonno, mentre dormivi sulla collina. Ogni anfratto è una pennellata, preparata per farti diventare scenario, dove attori hanno voluto testardamente recitare la loro umiltà, la loro sofferenza, la loro povertà. Le tue scale, tante scale, tutte scale, rallentano il passo di chi oggi ti viola per ascoltarti, mentre prima, un tanto prima che non è poi così troppo lontano, hanno ascoltato la fatica di chi ti ha voluto così, di chi ti ha chiesto rifugio alla miseria. Sei maestosa, pregna di sudore per riuscire a viverti, dormiente fino ad oggi in attesa di risveglio.

I tuoi “Sassi” occhieggiano lungo il dirupo che si getta con veemenza giù, nel vallone, guardano il tempo che scorre e non si chiudono mai. Quando il sole ti accarezza, sembri una fata vestita di luce che ti fa bella agli occhi di chi oggi vuole amarti. Quando la notte ti abbraccia cupa, sembri un orco nascosto nel fondo della montagna, che brontola per incutere paura perché sei sua. Ho ascoltato quella voce mentre, affacciata alla balaustra della piazza, immaginavo ombre furtive che rientravano nei loro poveri giacigli dopo la fatica di vivere. Nel buio l’orco romba, poi guaisce, muove le fronde, è il vento che scivola lungo i tuoi fianchi per suonare il suo concerto. Anch’io ho dormito in un tuo antro, oggi però ammodernato da mani imprenditoriali, che tuttavia  non hanno cancellato le tue parole, i muri ancora parlano, odorano e proteggono come hanno fatto sempre con i tuoi figli. Figli fieri, malgrado la fatica ch tu sapevi solo offrire, era il tuo umile dono di “Mater-Terra”, dono di vita per resistere al freddo, alla neve ammassata nella “Neviera”, dono di tepore del rifiatare del mulo che dormiva accanto al grande letto, alto, imbottito di paglia, dove la vita procreava.

Dopo silenzi e abbandoni, ti avrebbero voluto trasformare in un grande museo a cielo aperto. No. Tu sei viva, le tue parole ancora risuonano e chi le ha ascoltate, oggi ti chiama Patrimonio dell’Umanità. Oggi sei vestita a festa, il mondo si è accorto di te, ti vuole conoscere, ti guarda, ti inonda di suoni moderni, ti illumina come un grande presepio, tocca i tuoi muri sempre madidi di fatica, ma di amore di coloro che sono stati i tuoi figli, ti celebra come riscossa dalla povertà.

Ciao Matera, ti ho conosciuta prima del fasto mondiale, ti ho ammirata nella tua veste umile, ma adorna di dignità, mi hai tu ascoltata mentre mi ponevo domande, mi hai accolta offrendomi angoli di riposo per riprendere fiato mentre mi arrampicavo lungo i tuoi innumerevoli gradini, dove mi sembrava di udire ancora il calpestio di un passo affaticato o il ritmico avanzare del mulo con la soma pesante di legna. Quelli erano i tuoi figli che ti hanno amata, così, difficile e scontrosa, ma buona perché donavi ricovero a chi inciampava fra i tuoi ….sassi.

Grazie Matera, oggi sei la maestosa signora che arringa con parole scritte per la Storia.

(Febbraio 2019)

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