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Festival di Sanremo 2019

Quattro passi fra le nuvole

 

di Marisa Pumpo Pica

 


E di nuvole se ne sono addensate parecchie sul cielo di Sanremo. Molte, come sempre, le dispute, le critiche, le polemiche e le contestazioni che hanno accompagnato e continuano ad infiammare questa 69ª edizione del Festival di Sanremo, nel “Primafestival”, nel “Dopofestival” e nel dopo “Dopofestival”. Ormai Sanremo, da anni, non è più il “Festival della canzone italiana” dei tempi del «sono solo canzonette». È un mix di canzoni, musica, cabaret, sketch comici, musical, momenti di teatro e di politica. La parola d’ordine era che non si dovesse far politica e, invece, la politica vi è entrata. Come sempre e come non mai. Su questo carrozzone sanremese sono saliti conduttore e co-conduttori con cantanti e musicisti, comici ed attori. Su di essi si è detto di tutto e di più, negli show televisivi, nei programmi di approfondimento, come sulla stampa. Del conduttore e dei co-conduttori, tra l’altro, un giornalista, con grande acume e con audace riferimento al nostro Consiglio dei Ministri, ha scritto che la squadra del Baglioni 2 ricordava molto da vicino la squadra del Conte 1, dove «nessuno sa cosa vuole fare ed ognuno fa quel che non sa fare, ammesso che sappia fare qualcosa». Riferimento arguto. Giudizio, questo, suscettibile di condivisione o di contestazione, a seconda del punto di vista dal quale ci si pone. Resta il fatto che la kermesse sanremese, è sempre lo specchio dei tempi che attraversa. Lo scrivono anche Mauro Gliori e Dario Salvatori nel recente libro “Sanremo - Una storia tutta italiana” e mai come questa volta il Festival, dalle prime battute fino alla sua conclusione, è apparso divisivo, riflettendo una società profondamente disgregata, aggressiva e litigiosa. Una società di tutti contro tutti. Tutti pro e contro Baglioni, pro e contro i co-conduttori, pro e contro i cantanti in gara e, infine, pro e contro la stessa proclamazione ufficiale del vincitore, avvenuta tra clamorosi fischi che, forse, nel santuario sanremese non si erano mai sentiti così acuti e fragorosi. Nello stesso momento Loredana Bertè, risultata quarta nella classifica finale, veniva accolta da altrettanto fragorosi applausi dal pubblico presente in sala che, a suo modo, in maniera del tutto singolare e in piena ed anarchica autonomia, con la sua acclamazione, ne sanciva la vittoria. Nella confusione generale, Claudio Baglioni, direttore artistico del Festival, tirato x la giacca da tutte le parti, come ha dichiarato, e definitosi, per questo, dirottatore, non ce l’ha fatta, nella serata finale, a dirottare il pubblico verso la calma e, sul palco dell’accorsato teatro Ariston, si è determinato nei co-conduttori, più che imbarazzo, una vera e propria perdita di controllo, con la caduta del timone dalle mani dell’ex capitano del vascello. E non ce l’ha fatta nemmeno - e come avrebbe potuto da solo? - a riportare la pace nel Paese, dilaniato dall’odio, con il povero vincitore, Mahmood, quasi inebetito dalla sorpresa del primo posto sul podio, con il secondo classificato, Ultimo, che, nella conferenza stampa conclusiva, attacca i giornalisti per l’ingiusto verdetto e, invelenito, afferma che tanto loro hanno avuto solo questa settimana del Festival per sentirsi importanti, lui, invece, avrà anni di soddisfazioni e di successi. Caduta di stile, di certo, anche questa, da parte di un giovane al quale può andare senza dubbio la comprensione per l’amarezza di una sconfitta subita, a pochi passi da una quasi vittoria, conclamata dai voti della giuria popolare. E tuttavia qualcuno dovrebbe prepararlo ad imparare che nella vita, se si conquista una vittoria (e l’anno scorso, sullo stesso palco, l’aveva felicemente raggiunta) allo stesso modo bisogna saper accettare una sconfitta, che nasce dalla “democrazia” del confronto di opinioni e gusti diversi, fra le persone come fra le giurie. Ma chi sa accettare oggi la democrazia del confronto? Un giovane forse non ancora, se nessuno glielo insegna. E un adulto?

La domanda sorge spontanea quando si legge su twitter il messaggio di uno dei due vicepremier, Matteo Salvini, il quale scrive che «hanno fatto vincere Mahmood per fare un dispetto a me». E chi glielo avrebbe fatto, poi, questo dispetto? I radical scic, per odio verso di lui, avrebbero sostenuto la canzone della tematica del migrante. 

Ionesco, col suo teatro dell’assurdo, non avrebbe pensato a tanto.

E sempre nella stessa atmosfera dell’incongruo, dopo aver attaccato i radical scic, il vice premier, dichiara che telefonerà a Mahmood, per congratularsi con lui perché egli non è un migrante, è milanese, è italiano, è un bravo cantante. E scrive ancora, su un altro twitter, che avrebbe preferito Ultimo, dissentendo in questo dalla sua ex compagna, Elisa Isoardi, che dichiara, invece, di gradire Mahmood.

Dichiarazioni a parte, dinanzi alla kermesse sanremese, sembra davvero che i problemi dell’Italia si facciano piccoli ed insignificanti se impegnano così tanto un Premier in analisi sociologiche e di costume.

Ma Sanremo è Sanremo, come ci ha insegnato l’intramontabile Baudo.

E dunque, per dirla con i nostri giovani: “ci sta”…

(Febbraio 2019)

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