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ICEBERG (Ottobre 2016)
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L’altra faccia della medaglia

 

di Romano Rizzo

 

In questa rubrica cercheremo di presentarvi, di alcuni poeti, un lato poco conosciuto.

 

Gennaro Esposito

 

Ho sempre ritenuto che le classificazioni che molti critici son soliti fare, definendo un poeta in base alle peculiari caratteristiche, tipiche delle loro migliori composizioni, ha un duplice effetto, non sempre positivo. Infatti, se definire un poeta, poeta della malinconia o dell’amore, vale forse a fare avvicinare anche il più sprovveduto dei lettori alle sue migliori composizioni, ingenera, però,  anche l’errato convincimento che si apprezzino solo le opere che rispondano a tali caratteristiche e si tracurino altre che, fatalmente, sono ignorate dai più. In altri termini, se classificando un poeta, si riesce ad indirizzare alla lettura delle sue opere un gruppo di appassionati, stranamente si ottiene un imprevisto effetto limitativo alla comprensione e diffusione di tutta la sua opera.

Ho avuto la fortuna di poter sperimentare dal vivo la validità di questa mia convinzione al tempo della mia frequentazione assidua di un grande della nostra poesia, Gennaro Esposito, che da tutti è stato sempre definito poeta del popolo, poeta del sociale. Don Gennaro, gli amici lo chiamavano così, riusciva a condire con finissima arguzia anche la descrizione di situazioni di grande disagio e sofferenza e ne traeva spunto per lanciare acuminati strali, ma velati dalla sua grande bonomia, ai potenti. Di lui è stato sempre molto apprezzato il linguaggio schietto, forte, talvolta anche crudo; è stata magnificata l’abilità, davvero eccezionale, nell’arricchire le sue composizioni con una battuta conclusiva, fulminante, capace di imprimersi indelebilmente nella mente del lettore.

Chi lo apprezzava ed ha tanto amato le sue poesie forse non riesce neppure ad immaginare che il buon don Gennaro era capace di esprimere anche liriche di straordinaria dolcezza ovvero componimenti con una grande ricchezza di temi e profondità di pensiero.

Quanta sofferta verità c’è, ad esempio, nei versi di “Nguranza:  Martellato d’’a freva d’’o sapè/ l’essere mio se libbera p’’o cielo / ma nchiuse trova ’e pporte d’’o pecchè // E po’ dint’’o casino ’e ll’Universo / nun saccio cchiù manco io chello ca so’/ e dint’’a casa mia..me sento sperso //

Poi soffermatevi a leggere con attenzione la poesia  “Niente se crea” in cui, rifacendosi alle tante celebri scoperte dell’ingegno umano, si professa sicuro che un giorno riusciranno a debellare anche il male del secolo.

E ancora, notate con quanta profonda bonomia in “ ‘A vita”, narra che si sente sempre peggio e che gli anni “ contro a me se songo mise a cricca / e ogge ’a vita mia sta appesa a na pasticca!”. Molto dense di significato sono anche le liriche “Io” e “ ‘A vita eterna”.

Che dire, poi delle liriche dedicate agli affetti familiari, ai figli, alle nipoti, tutte colme di delicatezza e di una dolcezza estrema? Un suo capolavoro, a mio parere, è la poesia “ ‘E ppazzielle” in cui, guardando le nuvole, si sente tornare bambino e sogna di vedere, la sera, che torna la mamma e gli porta ’e ppazzielle! Un’altra poesia molto toccante (così diversa da quelle tanto celebrate) è “‘Na nuvola ’e passaggio”, in cui immagina di essere uno dei tanti bambini non nati perché non voluti e dall’alto di una nuvola mostra agli angioletti la sua mamma, che ha rinunciato alle gioie della maternità,ma che lui chiama sempre “mamma mia!” Col tempo lo stesso poeta finisce per restare prigioniero del suo personaggio e rinuncia a mettere nel giusto risalto le opere che si distaccano dai temi apprezzati e celebrati dalla critica. Infatti don Gennaro, non ritenne di inserire, nei più di venti libri pubblicati, la poesia che segue, forse perché troppo lontana dai suoi temi consueti. (Ed è,     invece, una purissima lirica)

 

Ritratto ’e na tempesta

 

Cavero e friddo se so’ mmise a tuzzo,

sparano lampe e truone. ‘O mare fragne.

Na tromba d’aria ruciuleja nu vuzzo

Nu cavallone, ca scavarca ’o puorto,

s’agliotte na capanna ’e piscatore

ca siente ’e jastemmà pe st’atu tuorto

 

scennenno comme fosse n’arioplano

pe se magnà na treglia a filo ’e mare,

se perde dint’a ll’onne nu gabbiano.

Assummato ’a chi sa quale funno

fernesce ncopp’ ’a rena nu vreccillo

porta, allisciata, ’a nascita d’ ’o munno.

 

È miezejuorno e pare  mezanotte..

Ncopp’ ’a scugliera sparpetèa na varca

senza cchiù rimme e cu ’e ccustate rotte

L’urdemo truono arriva da luntano

sulo chi appizza ’e rrecchie ’o sente buono..

“ Mo jesce ‘o sole!” allucca nu luciano !!

(Aprile 2019)

 

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