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UN GIORNO AL MARE

 

di Luigi Rezzuti

 

L’intenzione era di trascorrere una giornata al mare, ma dopo tre ore,  bloccati in mezzo al traffico e tamponati da un grosso camion pieno di cipolle, per la fretta di arrivare a Roma, inizia la giornata.

Quel fine settimana era stato organizzato con cura certosina, atteso con desiderio dall’intera famiglia: mamma Viola, impiegata in un laboratorio di analisi cliniche, papà Peppino, operatore professionale in una casa di cura per anziani, due figli e la nonnina.

Il giorno prima, i componenti della famiglia erano andati a dormire a notte fonda, per preparare tutto quanto occorreva portare al mare il mattino seguente: panini con mortadella e formaggio, petti di pollo dorati, bibite frizzanti, dolci e frutta a volontà.

Doveva essere una giornata spensierata: un giorno di riposo in riva al mare, allietato dal  sole e da magnifiche nuotate. Un rilassante lasciarsi andare alla bellezza dell’estate.

Ma quelle tre ore, passate in macchina, solo per arrivare a metà percorso, verso una località balneare, li avevano demoralizzati.

A loro, per giunta, si era unita anche la vecchia nonnina di ottant’anni che non andava al mare da più di tre anni, cioè da quando gli era morto il marito, di professione imbianchino.

“Siamo enormemente in ritardo” disse Peppino alla moglie.

“Non innervosirti, caro. Vedrai, tra poco il traffico incomincerà a scemare. Siamo in un punto nevralgico su questa statale, dove confluisce ogni strada provinciale, diretta al mare. Un po’ di pazienza e ce la faremo.

“Si, cara, ma sono tre ore che siamo bloccati, inchiodati sotto questo sole, afflitti dal caldo e dai venditori ambulanti, che ci tormentano con fazzolettini e accendini. Hanno pulito venti volte i vetri della macchina ed ho dovuto, sborsare ben dieci euro di mancia per non passare per un razzista. Credimi,  non ce la faccio più. Vorrei  tanto tornare indietro. Mi sento distrutto”.

A quelle lamentele, la nonnina, seduta in un angolo della macchina, interviene dicendo: “Ragazzi, non mollate. Ce la dobbiamo fare. Ricordati  le parole di tuo padre: “Peppino, non arrenderti, non indietreggiare.” Lo faresti rivoltare nella  tomba. Abbi pazienza, ascolta le parole di tua moglie. Se torni indietro, ti arrendi. Cedere al primo tentativo non devi, non puoi. Tuo padre ti ha insegnato che non bisogna mai arrendersi, bisogna andare sempre avanti”.

I due figli replicarono “Forza, papà, noi siamo con te, non ci arrendiamo. Il mare può attendere. Prima o poi, arriveremo”.

“Ragazzi sono orgoglioso di voi. Se fosse vivo mio padre vi mangerebbe di baci. Solo una cosa non riesco a digerire: questo cafone di camionista, col suo camion pieno di cipolle, che mi tormenta col clacson da due ore. Vorrei farlo passare avanti, lui e il suo dannato camion puzzolente, ma mi è impossibile. Non riesco ad andare nè avanti nè indietro”.

Il blocco delle auto, infatti, formava quasi un corpo solo, un ammasso di ferro incandescente sotto il sole cocente.

Un po’ più avanti, infatti, vari tamponamenti a catena avevano fatto scoppiare delle furibonde liti, a suon di sonori ceffoni, calci e quant’altro.

Una famiglia, proveniente da Caserta, all’altezza di un incrocio, s’era presa a pistolettate con un’altra, proveniente da Casagiove.

La sparatoria era andata a finire proprio male, causando tre feriti e un moribondo.

Il traffico, con l’arrivo dell’autoambulanza della croce rossa, era diventato ancora più caotico.

A bordo del 118 c’era un pediatra al suo primo incarico e un infermiere ad un passo dalla pensione.

Ulteriori problemi ne derivarono. Una catastrofe resa ancor più difficile da gestire con l’arrivo della polizia.

Intanto il mare, con le sue spiagge dorate, lunghe ed infinite, baciate dalla dolce brezza, era ancora così lontano!

In tutto questo caos l’auto di Peppino veniva tamponata dal guidatore del camion pieno di cipolle, che pretendeva di aver anche ragione del danno causato, avendo “ammaccato” l’auto, posteriormente.

Comunque, dopo mezza giornata passata all’inferno, con l’auto ammaccata ed un occhio di Peppino, divenuto nero, dopo una scazzottata con il camionista, che voleva avere per forza ragione, la famiglia finalmente giunse al mare quasi al tramonto.

Fermarono l’auto in doppia fila e tutti scesero di corsa a vedere quel sospirato mare. Si spogliarono in fretta, dimenticando la nonnina in cabina, attorcigliata alle sue brache.

Peppino, che indossava un vecchio costume, i due figli, tutti sudati, la moglie Viola, nera di rabbia, ebbero il tempo di fare un breve bagno in un rosso tramonto.

Il mare era una tavola e brillava sotto i raggi del sole. Nuotarono felici come mai nella loro vita.

Peppino fece il morto, galleggiando a pelo d’acqua, la moglie Viola si lanciò, con quattro bracciate, così al largo che per vederla ci voleva un cannocchiale, i figli si sbizzarrirono con capriole e tuffi acrobatici e, quando ebbero finito di fare il bagno, risaòirono in spiaggia.

Non prima di essere ritornati indietro, per ben due volte, prima al bar  del lido, dove avevano lasciato la nonnina, e poi nella cabina che avevano fittato, in cui la nonnina aveva dimenticato la dentiera.

Quasi  a notte inoltrata fecero ritorno a casa.

Quel giorno, trascorso, si fa per dire, al mare, servì da vera lezione di vita: il mare può anche aspettare, prima o poi erano arrivati a bagnarsi nelle fresche acque.

Non bisogna arrendersi mai, proprio come diceva la nonnina…   

(Maggio 2019)

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