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L’ORA  DI  AGATHE di Anne Cathrine Bomann

 

di Luigi Alviggi

 


Siamo in un piccolo centro francese, negli anni 40 delsecolo scorso, al termine dell’attività di un anziano psicanalista. che conta ossessivamente i giorni che lo dividono dall’atteso traguardo. Non tanti ma, si sa, la coda è sempre la più ostica a digerirsi. È un uomo solo, senza amici, che ha iniziato la carriera traboccante di entusiasmo e che, influenzato dalle miserie dei pazienti sdraiati sul lettino, ha ceduto, dimenticando di fare la cosa più importante: una seria analisi di se stesso. Nel suo caso una mancanza disastrosa. Il diversivo serale è ascoltare il suono del pianoforte del vicino, solo anche lui, che giunge attraverso la parete. Ascolta ancora i monologhi dei soggetti che vogliono aprirsi ma non sanno in cerca di che. Sono vite segnate dalla solitudine, che si illudono che chi li assiste riesca a trovare il bandolo della matassa e glielo porga, perché possano ritessere l’impianto della propria vita. In realtà ascolta a tratti. Sul libretto degli appunti - ove una volta annotava, diligente, i punti della confessione in corso - oggi si limita a disegnare uccelli, mentre la mente vaga alla ricerca dell’indefinito.

Il male di vivere lo ha contagiato e attende il cambiamento messianico, che lo trasporti verso lidi diversi, senza accorgersi che il futuro si presenta ancor più nebuloso del passato. Ma una sorpresa arriva: una giovane tedesca insiste con la segretaria, Madame Surrugue, perché la prenda in carico come paziente. Lui, ovvio, è lontano dal concederlo. Anche l’incontro, con lei venuta allo studio, non risolve. Poi se la ritrova negli appuntamenti per grazia della Surrugue: lei è Agathe. Deve rassegnarsi.

Non è una paziente straordinaria, ha solo perso la voglia di vivere. Piange spesso e ha attacchi di rabbia ma, nella brevità del tempo, apre velocemente l’interno dando un’impetuosa sferzata alla fiacca attenzione del vecchio. Ha avuto un padre cieco che, ciò nonostante, sapeva aggiustare di tutto, persino gli orologi. Un’assurdità. Del marito, Julian, non parla, non hanno figli. Ma è la paura che lei ha verso tutto, il terrore di fallire, che funzionerà da grimaldello per la cassaforte dell’uomo. Il rifiuto iniziale si trasforma in piccola simpatia, poi in tenerezza... e un’ansia immotivata inizia a gonfiargli l’interno.

Il libro si inanella intorno alle sedute di Agathe. Lo stile è pacato, il contenuto corposo scolpisce la situazione, e noi siamo presenze silenziose nello studio del dottore. La Bomann è una giovane scrittrice e poetessa danese, più volte campionessa nazionale di ping-pong ma, ciò che interessa qui, anche psicologa, e la mano dell’arte si sente in questo lavoro.

Il marito della Surrugue è malato e lei, dopo 35 anni, è costretta ad assentarsi non per poco. Nell’esiguo spazio di vita dell’anziano la donna costituisce una figura essenziale.

Una ragione in più per concentrarsi su Agathe? Nei ricoveri ospedalieri è passata indenne. Ora alla simpatia si affianca l’ammirazione, è più forte di lui! Le parole in lei non cadono nel nulla, come accade per tanti altri pazienti, ma è disperata. Un giorno per caso la vede in un caffè con amiche. Ride e la propria vita gli mostra un volto inaspettato. Quando esce, la segue fino a casa, le parti si invertono: chi è il sofferente, Agathe o lui? Il mutamento prospettico lo spinge verso il vicino, scopre che è sordomuto e suona a memoria. Ritrova la commozione e gli preparerà una torta in dono, fermandosi però alla porta di casa dell’altro.

La Surrugue ritorna per dirgli che il marito sta morendo e lei è distrutta. Tra i coniugi c’è un lacerante silenzio e chiede una visita a casa. Lui non sa negare e, incerto, promette. L’autoanalisi diventa onerosa. L’uomo si sente rovesciato come un guanto e di fronte a pensieri diversi non può che smarrirsi. Un coltello rigira dolorosamente dentro e riflette che deve farsi forza e impugnarne il manico. La visita a Thomas spande un effetto benefico ancor prima di cominciare. Vede in lui il terrore di lasciare la moglie, il terrore della morte, e pensa alla sua. Non crede di poterlo aiutare, lui che non ha mai amato nessuno. Ma l’uomo è profondo e le domande che pone aiutano: le risposte che gli dà serviranno più a sé che al malato terminale. Il colloquio si rivela tanto importante che ritornerà, dopo pochi giorni, pur senza riuscire a parlarci, ma sarà contento già delle parole con la Surrugue. 

Il libro, denso, costituisce un potente affondo nell’animo umano. Dello psicanalista, che poco si era indagato nello specchio delle migliaia di pazienti del mezzo secolo precedente e solo ora, alle soglie dell’abbandono, prima in Agathe e poi con Thomas, si comprende più di quanto abbia fatto fino ad’allora. Agathe e Thomas si complementano. Due spazi ignoti vanno a integrarsi nell’esigua dimensione di vita del medico per muoverlo ad abbandonare l’involucro, un esoscheletro da mutare. Una rinascita impensabile e perciò tanto più devastante ma anche salutare perché lo schiude a differenti orizzonti, a nuova vita. La metamorfosi si compie e cos’è che prova? Amore verso Agathe? Non lo sa, forse. È difficile comprendere un sentimento quando è la prima volta che lo si incontra nel corso dei giorni... 

 

Anne Cathrine Bomann: L’ora di Agathe

traduzione di Maria Valeria D’Avino

Iperborea, 2019 – pp. 160 - € 15,00

(Maggio 2019)

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