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Un libro a Teatro   a cura di Marisa Pumpo Pica   Sabato, 5 marzo, alle ore 11.30, nella sala del Teatro Diana, nell’ambito della rassegna...
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Ma a me, lei ci pensa ancora?   di Luigi Rezzuti   Francesco aveva quindici anni. Erano gli anni dei primi innamoramenti, amori teneri di un ragazzo...
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Martedì 4 luglio al via "Vietri in Scena" Oltre 20 appuntamenti gratuiti a Villa Guariglia, Villa Comunale e Palazzo della Guardia   Al via domani...
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DIANA FRANCO PER IL QUIRINALE   Il dipinto su cristallo, intitolato Terrae Motus, donato dall’artista napoletana Diana Franco al Quirinale, è esposto...
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Per grazia non ricevuta

 

di Antonio La Gala

 

Non desta meraviglia (non perché non la dovrebbe destare, ma solo perché vi ci siamo abituati) la presenza, nei nascondigli dei peggiori malavitosi, di immagini e letture sacre, circostanza che evidenzia che, a livelli bassi di cultura, il confine fra i sani sentimenti religiosi e forme di superstizione anche aberranti, è piuttosto indefinito. Indagando su questo aspetto, nella Napoli del passato, ci siamo imbattuti in precedenti storici, episodi e personaggi curiosi, o almeno originali.

Appena un malavitoso commetteva un “guaio” (assassinio), il “suo ambiente” si  mobilitava. Anche in campo devozionale.

Le donne, da lui sfruttate come prostitute, non per affetto ma per paura, si recavano in questa o quella chiesa per pregare questo o quel santo, affinché la sua intercessione impedisse che il malvivente cadesse nelle mani della giustizia, promettendo di “non peccare” in qualche giorno della settimana. Il popolino era convinto che questo “sacrificio” delle pecorelle smarrite fosse gradito dai santi invocati e perciò accolto positivamente.

Per dare al loro sfruttatore la prova che erano andate in chiesa e adempiuto alla richiesta dell’intercessione, le pecorelle smarrite gli facevano recapitare da “persona sicura” un’immaginetta, un mozzicone di candela, qualche altra cosa presa dalla chiesa, la cosiddetta “divozione”.

Se l’assassino veniva arrestato, le predette pecorelle insistevano in nuove forme di devozione affinché, in linea subordinata, gli intercessori invocati almeno influenzassero  positivamente l’animo dei giudicanti.

L’eventuale moglie del malavitoso, a sua volta, superando in questa occasione il comprensibile astio verso le pecorelle pappa e ciccia con lo sposo, operava in sinergia con esse, mettendosi a raccogliere oboli nell’ambiente del birbone, per far celebrare una Messa a suo favore (la cosiddetta “Messa pezzentella), oboli che per solidarietà di categoria nel suo ambiente nessuno le negava.


Cosa faceva quello che “aveva fatto il guaio?

Sia che fosse a piede libero che in carcere, faceva voto di far dipingere, su carta, tela o vetro, con soldi suoi o degli “amici”, la scena del “guaio, che sarebbe andato a portare al rettore della chiesa dove si venerava il santo  benefattore, dopo che l’avesse fatta franca.

Se il malavitoso veniva graziato, si svolgeva il rito del ringraziamento con scioglimento del voto del quadro, benedizione del dipinto e Comunione del graziato. 

Se il malavitoso, invece, veniva condannato, in qualche caso arrivava addirittura a calpestare “divozioni e immagini sacre che “non erano servite a niente”, oppure a cancellare dai quadri votivi le immagini dei santi inadempienti, e cancellare dalla scritta acronima V.F.G.A. (Voto Fatto Grazia Avuta), le due lettere G.A.

(Giugno 2019)

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