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DELITTO A NEW YORK

 

di Luigi Rezzuti

 

Dopo aver letto qualche libro poliziesco, alcuni libri gialli di vari autori e dopo aver visto in TV qualche fiction e aver riflettuto su che cosa serve per scrivere un racconto giallo, mi sono messo alla prova.

Sono partito utilizzando, in ordine sparso, ispettori, investigatori, indizi, colpi di scena, per concludere con la soluzione finale del giallo.

Non è facile costruire la scena del delitto e nemmeno architettare il movente del crimine, però non mi sono perso d’animo ed ho iniziato a scrivere il mio primo  racconto giallo che ho intitolato “Delitto a New York”, perché ho pensato che un racconto poliziesco, un giallo, fa più effetto se ambientato in Inghilterra o in America.

Il racconto poliziesco in Italia si chiama “giallo” perché ci fu la prima collana pubblicata da Mondadori nel 1929.

Il termine “giallo” derivò dal colore della copertina di questa prima collana di libri di genere “poliziesco”.

In realtà il genere poliziesco risale alla seconda metà dell’Ottocento, quando negli Stati Uniti, Edgar Allan Poe diede vita alla figura dell’investigatore e in Inghilterra Arthur Conan Doyle tratteggiò il profilo del celebre detective Sherlock Holmes.

E qui inizia il mio racconto…

Era una afosa giornata di giugno, a New York.

Un gruppo di ginnaste si stava allenando nella palestra della città, poiché di li a pochi giorni avrebbero dovuto disputare una gara.

Erano presenti tutte, tranne la famosa Lorajanne, una grande campionessa di quello sport ed era una cosa strana ed insolita non vederla presente agli allenamenti più importanti.

All’improvviso si udì un grido proveniente dal bagno della palestra.

Lì sul pavimento in legno, era disteso il corpo della ragazza e, accanto, c’era la sua amica, Betty.

Lorayanne sembrava esser pronta per allenarsi, poiché indossava la divisa a strisce rosse e bianche con una leggera giacca blu, al di sopra.

 

“Presto! Chiamate un’autoambulanza” ordinò, preoccupata, l’allenatrice, ma non era la sola ad essere andata nel panico. Accsnto a lei c’erano ragazze che piangevano, altre che sembrava sapessero, altre ancora, in piedi a fissare, sgomente, il cadavere.

Betty e Lorayanne erano inseparabili. Amiche dall’asilo, tali erano rimaste, fino a poco tempo prima della morte della ragazza.

“Ho avvertito anche l’investigatrice – disse l’allenatrice – ci aiuterà sul caso, nell’eventualità di un omicidio”.

Dopo qualche minuto, infatti, arrivò la dottoressa: “Buongiorno, voglio esaminare lo stato dei luoghi, uscite fuori e siete invitate a non allontanarvi”.

Tutti uscirono nel cortile della palestra tremando ancora per lo spavento.

L’investigatrice esaminò il corpo, l’unico segno di aggressione era una spessa linea sul collo, provocata sicuramente da una corda.

Da ciò si potevano dedurre due cose: suicidio o omicidio.

Bastava solo trovare quella grossa corda e l’investigatrice cominciò a cercare a destra e a sinistra, nella mensa, e nuovamente nel bagno.

Poi le venne in mente di perquisire la vittima e fu proprio nel taschino della giacca che trovò l’arma del delitto.

Si trattava di una corda di uno strano materiale, che fu subito consegnata ai poliziotti, giunti sul posto qualche minuto dopo ed essi, poi,  la consegnarono, a loro volta, alla scientifica.

Restava solo una cosa da fare: ascoltare le testimonianze.

L’investigatrice uscì dalla palestra e chiese all’allenatrice, a Betty e ad un’altra ragazza, molto legata a Lorayanne di seguirle

Prima di tutto, interrogò l’allenatrice “C’era qualcuno che odiava Lorayanne?” chiese.

L’allenatrice rispose: “Beh, lei e Betty erano molto amiche, ma ultimamente erano entrambe strane”.

L’investigatrice fece la stessa domanda a Betty, che rispose con un semplice: “Andava tutto bene”.

Per finire, volle sentire la ragazza che aveva trovato il cadavere e si fece spiegare ogni particolare, poi chiese se poteva chiamare Betty e pronunciò queste testuali parole dinanzi ad entrambe: “Betty, poco prima degli allenamenti tu non eri ancora arrivata. Perché? Di solito, mi dicono,  siete le prime ad arrivare, e sempre insieme.” A quelle parole Betty sembrò essere turbata, ma riuscì a rispondere che le era semplicemente venuto un po’ di sonno.

“Ma tu e Lorayanne non siete arrivate insieme?” incalzò la dottoressa.

“Credete davvero che possa essere stata io?” rispose Betty.

L’investigatrice perse la pazienza e gridò: “Sei stata tu o no? Tanto i risultati dell’autopsia ci diranno la verità”.

A quel punto, Betty confessò: era stata lei.

Anche i risultati approfonditi degli esami confermarono che era stata Betty.

L’investigatrice concluse, dicendo: “Ciò dimostra che quelle che si dichiarano vere amiche, possono rivelarsi esattamente l’opposto.”

A volte si fanno queste cose per gelosia, invidia, e Betty era proprio invidiosa delle grandi capacità di Lorayanne.

(Ottobre 2019) 

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