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La Vesuviana di Domenico Rea

 

di Antonio La Gala

 

Domenico Rea era un frequentatore della Circumvesuviana e nelle sue opere ci ha lasciato alcune osservazioni su quella ferrovia. Le riconosceva un ruolo positivo nel far conoscere fra loro le popolazioni campane. A fine Ottocento, quando nacque la ferrovia, a Napoli gli abitanti di una zona non conoscevano quelli di un'altra zona. A maggior ragione, osserva Rea, non si conoscono fra loro i Campani. La Vesuviana, osserva,mescola gente di ogni estrazione ed ogni provenienza. (...) Napoli è un mito da visitare, da esplorare, da impossessarsi (...) è ancora la capitale della civiltà, del commercio, dell'istruzione. (...) Prima della Vesuviana soltanto i figli dei ricchi e i possessori di mezzi di trasporto relativamente veloci potevano andare a Napoli ad ascoltare le lezioni dei maestri che allora insegnavano all'Università. Per molti la Vesuviana è la conquista di uno spazio, di una maggiore libertà di agire. Un esempio: un uomo o una donna possono avere un amante e andarlo a vedere, senza sorveglianza, nel coacervo napoletano, senza doverlo dividere con la curiosa gente del villaggio o del paese nativo. (...) La Vesuviana non ha l'osticità del treno delle Ferrovie dello Stato, non viene da lontano, dal mistero, dall'imprevedibile, non è un enorme minaccioso convoglio di ferro. La Vesuviana rispetto alle carrozze delle FS è più semplice. Le vetture rosse e gialle somigliano ai trenini dei bambini. Su di esse si entra, si sale e si scende come in un tram.  (...) E' difficile trovare altro tratto sul globo che nella sua breve lunghezza presenti la riunione di tante svariate bellezze".

Nelle pagine in cui Rea rievoca il mondo della Vesuviana del periodo fra le due guerre leggiamo: "E' il periodo più glorioso e felice della Vesuviana. A Pompei Valle dove c'era una stazioncina simile all'illustrazione di un libro delle fiabe. L'arrivo dalla curva di Poggiomarino era come l'apparizione di una bandiera volante. Stazioncine come quella di villa dei Misteri o di bellavista somigliavano a villette costruite su poggi ridenti. Ricordavano le case pompeiane"

Le carrozze non erano massicce e ferrose (come quelle dei treni normali), ma sembravano dei salottini. La gente, che ad ogni fermata saliva ad ondate, si riconosceva, si salutava, parlava. Andare in Vesuviana era come andare in gita e in vacanza. Nelle vetture, fornite di loggette come piattaforme di un treno del far West, era facile incontrare il giovane Enrico De Nicola, l’onorevole Silvio Gava e il giovanissimo Michele Prisco. All’alba si vedeva la gente più vivace: operai, contadini, commercianti, sensali, pescivendoli vocianti; più tardi studenti e professori con nascite e rotture di amori, e poi, ecco l’ora dei professionisti, dei principi del Foro, medici, commercialisti. Si vedevano i più bei turisti, americani e inglesi, con denti e occhiali d’oro”.

Rea frequentò la Vesuviana anche negli anni della guerra. Così egli ricorda quei viaggi.

"Si raggiungevano le stazioni di Scafati o di Pompei con il tram, quando c'era, o a bordo di carrette come nei tempi antichi e poi ci si aggrappava, proprio a grappoli, ai treni diretti a Napoli. Viaggi avventurosi con improvvise fermate e ritardi. Arrivati a Napoli sotto la stazione si veniva spruzzati da DDT dai soldati delle truppe alleate per debellare tifo, colite amebica, vaiuolo, malattie diffuse a Napoli e provincia. La bella, luminosa stazione che aveva segnato un momento di moda nella Napoli del primo Novecento, era diventata promiscua, un poco devastata come una bella donna invecchiata di colpo. Fuori c'era l'abisso, il precipizio, Napoli, che non fu mai sé stessa come in quegli anni".

Chi sa cosa scriverebbe oggi Rea di una Vesuviana stabilmente assaltata da branchi di teppisti, che seminano terrore fra il personale, fra i pacifici lavoratori pendolari e i “bei turisti”, esterrefatti, non abituati a costumanze simili.

(Novembre 2019)

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