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IL TEATRO A NAPOLI

 

a cura di Luigi Rezzuti

 

Napoli è una città che trova svariati modi di esprimersi, dalla poesia alla musica, dal teatro al cinema.

Fin dall’antichità, l’arte ha rivelato al mondo il cuore di Napoli, partendo proprio dalle sue strade.

Le prime tracce del teatro napoletano risalgono a Jacopo Sannazaro e a Pier Antonio Caracciolo. Jacopo Sannazaro, con l’opera dal titolo “Arcadia” e qualche anno dopo, il Caracciolo con due opere, dal titolo “La farsa de lo cito” e “Magico”.

Entrambi ebbero il merito di diffondere la cultura teatrale tra i ceti minori della popolazione.

Il teatro napoletano è stato sostanzialmente legato alla maschera di Pulcinella.

Pulcinella è un personaggio che rappresenta da sempre il modo tutto napoletano di vedere il mondo, grazie alla sua furbizia e alla sua arte di destreggiarsi in qualsiasi situazione

Altri autori di teatro, molto più vicini a noi, sono stati Raffaele Viviani ed Eduardo De Filippo. L’opera di  Viviani si differenzia notevolmente da quella di Eduardo De Filippo. Mentre Eduardo ci presenta la borghesia napoletana, con i suoi problemi e la sua crisi di valori, Viviani mette in scena la plebe, i mendicanti, i venditori ambulanti.

Il suo fu un teatro diverso, anomalo, sconvolgente,  con l’uso del dialetto, caratterizzato anche dall’ostilità e dal silenzio della critica e della stampa.


I fratelli De Filippo, Eduardo, Peppino e Titina, i tre più celebri fratelli del teatro italiano, figli illegittimi di Scarpetta (per essere nati da una relazione di Scarpetta con Luisa De Filippo, nipote della moglie di Scarpetta, Rosa De Filippo) iniziarono giovanissimi a calcare le scene, dopo aver formato una loro autonoma compagnia teatrale ed esordirono insieme con l’atto unico “Natale in casa Cupiello”.


L’ultimo e forse il più grande interprete di Pulcinella, fu Antonio Petito che lo trasformò da servo furbo e burlesco, in maschera napoletana, modernizzandolo e permettendone così la trasformazione ad opera di Eduardo Scarpetta.

Scritturato da Petito, all’età di quindici anni, Eduardo Scarpetta ebbe il compito di impersonare nella compagnia di Petito il personaggio di Felice Sciosciammocca, sostenitore comico e “spalla” di Pulcinella.

Alla morte di Petito, e alla scomparsa del personaggio di Pulcinella, Scarpetta si fece interprete del cambiamento di gusti nel pubblico napoletano.

Eliminò, quindi, definitivamente quella maschera, ormai obsoleta, introducendo personaggi della borghesia cittadina, che mantenessero, però, immutati i caratteri farseschi della tradizione.

Le sue commedie su Felice Sciosciammocca, come “Il medico dei pazzi” o  “Miseria e nobiltà” ottennero un enorme successo a Napoli e aprirono la strada del successo ai fratelli De Filippo.

Sarà solo nel dopoguerra che il successo di De Filippo giungerà agli storici livelli di commedie quali “Napoli Milionaria” e “Filumena Marturano” ambientate in una Napoli disillusa, in pieno dopoguerra.

I De Filippo s’imposero per la loro verve interpretativa, le intense espressioni, la spontaneità e la vitalità dei personaggi, rappresentati sempre a metà tra la commedia e il dramma.

Peppino, abbandonando, per vari screzi, il fratello Eduardo, si lanciò nel cinema, spesso in compagnia di Totò, in memorabili commedie, giungendo persino sul punto di fondare una propria compagnia di prosa “La compagnia teatrale italiana”.

Negli anni Sessanta, poi, nella trasmissione televisiva “Scala reale”, interpretò il personaggio “Pappagone”, che divenne quasi una maschera del teatro napoletano.

Titina, invece, rimasta col fratello Eduardo, si affermò nel ruolo di Filumena Marturano nell’, opera omonima, di  Eduardo, rimasta ormai nella storia del teatro.


La personalità di Antonio de Curtis, in arte Totò, s’impose, invece, nel cinema ma egli raccolse i suoi primi successi sulle scene dei teatri periferici e dei quartieri più poveri.

Quella di Totò era anch’essa una maschera buffa, un’autentica  maschera, che apparve sempre più malinconicamente grottesca.

Era la maschera di un piccolo “gigante”: il più comico e il più napoletano.

Per suscitare le risate, non aveva bisogno di ricorrere alle battute scherzose: in teatro ad esempio, bastava che apparisse in scena, senza pronunciare ancora nessuna frase,  e giù gli spettatori a ridere.

Gli era sufficiente una smorfia, un gesto, un semplice ammiccamento e poteva fare a meno del copione. Bastava un canovaccio di poche parole. Al resto  pensava lui, improvvisando mimica e dialogo, prolungando un breve sketch anche di quindici o venti minuti, specie se avvertiva, immediato, il calore del pubblico.

Memorabile fu il suo ritorno sulla scena, quasi sessantenne e quasi cieco, quando apparve in una rivista “A prescindere”, l’ultima sua passerella da gran finale Elettrizzò gli spettatori in un’esplosione pirotecnica. Sembrava che davvero i fuochi d’artificio, che riproduceva, attraverso una mimica inimitabile, si moltiplicassero attorno a lui.

Il varietà, poi, così come l’avanspettacolo, nasce a Napoli verso fine Ottocento, più semplicemente chiamato Cafè – chantant. Era il periodo della “Belle Epoque”,  in cui Napoli e Parigi erano le capitali culturali d’Europa.

Lo spettacolo era suddiviso in due tempi e vari quadri, a seconda delle esibizioni. Nel primo si esibivano ballerine e cantanti, nel secondo le vedette più attese le sciantose e soprattutto “le macchiette”, ovvero attori che cantavano in modo caricaturale.


L’epoca d’oro del Cafè Chantant a Napoli coincise con i grandi successi delle più spigliate canzonettiste, tra cui Elvira Donnarumma e Gilda  Mignonette.

Nello stesso periodo, nella compagnia dei de Filippo, venne alla ribalta un’attrice, Tina Pica, figlia d’arte, suo padre Giuseppe fu interprete del personaggio di “Don Anselmo Tartaglia”.

La naturalezza interpretativa della Pica non la costringeva a recitare un copione, in quanto lei stessa si considerava ed era semplicemente “Il personaggio”.

A cavallo tra gli anni Trenta e Quaranta, iniziò a diffondersi l’usanza, per intere famiglie, di dedicarsi al teatro di avanspettacolo, con il ruolo, per ciascuno dei componenti, di capo-comico, di soubrette, di macchiettista e così via.

Spesso erano costretti tutti, loro malgrado, ad accettare miserevoli scritture, dallo scarso compenso economico.

Tra queste vi era la famiglia Maggio: Enzo, Beniamino, Dante, Icadio, Pupella, Rosalia e Margherita.

Beniamino era il più popolare dei fratelli Maggio, tanto che la critica lo considerò una delle più grandi macchiette del teatro napoletano.

Però la stessa critica considerava Dante il più bravo dei fratelli. Egli possedeva le doti del ritmo, delle pause, dei tempi giusti, della mimica e di una voce ben modulata.


Tra le sorelle la più zelante fu certamente Pupella, che si affermò soprattutto come attrice di prosa, Rosalia, invece, era la più attraente.


Successivamente giunsero alla ribalta caratteristi come: Pietro De Vico, Ugo D’Alessio, Carlo e Aldo Giuffrè, ma su tutti questi spicca il nome del più grande in questo genere: Nino Taranto, interprete di macchiette, con la tipica paglietta a tre punte.

Taranto, nel , divenne capo-comico dedicandosi soprattutto alla rivista per quasi vent’anni, prima di passare al teatro di prosa.

Il suo cavallo di battaglia fu la celebre canzone “Ciccio formaggio”.

Al suo fianco vi era sempre l’inseparabile fratello minore Carlo, entrambi spesso affiancati da grandi caratteriste, quali Tecla Scarano e Dolores Palumbo.

La sua ultima compagna di “lavoro” fu Luisa Conte, nelle sue celebri interpretazioni al teatro Sannazaro, negli anni Ottanta.

A cavallo delle due guerre nacque, poi,  nel 1919, e si concluse nel 1940, salvo un ritorno negli anni Settanta, la sceneggiata. tratta da una canzone e, talvolta, anche da una poesia.

Vi si cimentarono artisti, quali Pasquariello, Gill. la Mignonette ed altri .

In un primo periodo la sceneggiata, come si è appena detto, era tratta da una canzone e, talvolta, anche da una poesia, molte volte caratterizzata da risvolti drammatici, ambientata nei bassi, nei vicoli, nei quartieri più poveri e malfamati.

In un secondo momento, invece, negli anni Settanta-e Ottanta è stata anch’essa improntata a versi e canzoni, ma, mentre nell’antica sceneggiata si raccontavano le miserie della povera gente, con toni sia drammatici che comici, in questa, più moderna, si ritrovava spesso la figura del “mammasantissima”, il cosiddetto “guappo buono”come Mario Merola interprete della canzone “Zappatore”, in “Lacreme napulitane.”

Con la riapertura del Teatro Trianon, Nino D’Angelo ha riproposto nuove edizioni dell’antica sceneggiata, rivalutando gli aspetti artistici ed anche culturali di questo genere, attraverso una nuova cultura della strada, intesa non come malavita, quanto piuttosto come binomio, ovvero, contrasto tra due realtà, irriducibili l’una all’altra: miseria e sopraffazione.

Un posto a parte occupa l’autore e regista Roberto De Simone, grande innovatore e ricercatore del patrimonio culturale, teatrale e musicale, della tradizione popolare partenopea, andando alla scoperta di tracce di “Villanelle, laudi e strambotti” laddove la tradizione sarebbe andata, malauguratamente, perduta.

Nel 1967 Roberto De Simone fondò la Nuova Compagnia di Canto Popolare, di cui fu animatore, ricercatore e rielaboratore.

Dopo l’attività musicale accentuò progressivamente la ricerca teatrale e, grazie a lui, si possono ammirare opere come “La cantata dei pastori”.

Nel 1976 arrivò un altro grande successo, la favola in musica, “La gatta cenerentola”.

Purtroppo questi “grandi” del teatro napoletano ci hanno lasciato e oggi ci dobbiamo accontentare di rivivere quelle emozioni solo attraverso il piccolo schermo quando la TV, di tanto in tanto, ci delizia con opere indimenticabili del passato.

(Gennaio 2020)

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