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Accucchià

 

di Alfredo Imperatore

 

Il verbo napoletano accucchià o accucchiare, pur derivando chiaramente dall’italiano accoppiare, composto da a (rafforzativo)+ coppia, ha un significato molto più estensivo del semplice accoppiare. Il nostro accucchià significa adunare, appaiare, riunire, apparigliare, mettere insieme, ecc.

E’ famosa la frase che il nostro grande commediografo Eduardo Scarpetta sbottò all’indirizzo dell’avvocato Enrico Còcchia, mentre patrocinava in tribunale Gabriele D’Annunzio, nel famoso processo, da questi intentatogli, per presunto plagio alla sua tragedia “La figlia di Iorio”. Durante l’arringa del Còcchia, lo Scarpetta si alzò esclamando: <Che cacchio m’accòcchia stu cacchio de Còcchia!>.

La vicenda, data la portata dei personaggi, ebbe una risonanza che potremmo definire mondiale, e può essere così riassunta.

Fin dalla prima lettura del testo dannunziano, lo Scarpetta ne rimase affascinato, tanto che pensò da subito di trarne una parodia.

Per confessione dello stesso Scarpetta, autore di oltre cento commedie e due operette, circa settanta furono riduzioni dal francese di pochades di vari autori. Ma Egli precisò molto chiaramente che tradurre è un conto, mentre la riduzione è trasformazione molto difficile, perché bisogna “tagliare, condensare, trasportare le scene e i personaggi da un ambiente all’altro”.

L’Artista ci racconta che nell’agosto del 1904 si recò insieme con un comune amico a Marina di Pisa, ove in quel periodo il Vate soggiornava. Questi, all’inaspettata visita, li ricevette cordialmente e, dopo i soliti convenevoli, quando lo Scarpetta gli lesse alcune scene del 2° atto della sua riduzione teatrale, scoppiò a ridere, e subito concesse l’autorizzazione di parodiare la sua opera “La figlia di Iorio”. Però non volle mettere nulla per iscritto, affermando: <Siate sicuro che male non ve ne farò!>.

Forse non tutti sanno che lo Scarpetta, oltre che un grande commediografo, fu anche un raffinato poeta. Infatti, la sua commedia “Il figlio di Jorio” (notare la J), è in endecasillabi in napoletano.

Ma quando, nel dicembre dello stesso anno, lo Scarpetta diede al teatro Mercadante la prima di questa sua commedia, mentre il primo atto fu salutato da scroscianti applausi, all’inizio del secondo atto, forse per qualche piccolo errore di un’attrice, si scatenò un vero e proprio putiferio da parte dei patuti di D’Annunzio, per cui la rappresentazione dovette essere sospesa.

Non contento, il D’Annunzio citò in giudizio il Nostro per plagio, contraffazione e riproduzione abusiva della sua opera. Nella contesa entrarono i più bei nomi dell’epoca. Infatti, il D’Annunzio, per far avvalorare la sua tesi che si trattava di plagio, indicò come periti Roberto Bracco, G. M. Scalinger e Salvatore Di Giacomo, mentre Scarpetta, per avvalorare la sua tesi che trattavasi di parodia, si rivolse ai senatori Benedetto Croce e Giorgio Arcoleo.

Pronunziata la sentenza favorevole a Scarpetta, questi diede una grande festa al Caffè Calzona in Galleria, che si concluse con la lettura della Sua poesia intitolata “ ‘A causa mia”.

In essa, tra l’altro si legge: <E là sapite tutt’ ‘o risultato / che Còcchia nun sapette che accocchiare, / che Bracco, poco bene ed occupato, / non potette venire a…peritare!>.

Il processo, come anzidetto, suscitò uno scalpore internazionale, tanto che il più grande tenore così gli scrisse dall’America: <Carissimo Scarpetta, Voi non mi direte importuno, se vi chiedo con la presente due vostri libretti del Figlio di Jorio. Vorrei ammirare questo lavoro che tanto chiasso suscitò sui giornali del mondo intero, Vogliate, egregio Amico, concedermi questo favore. Vi ringrazio sentitamente e consideratemi sempre vostro amico. Enrico Caruso>.

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Dal libro di Alfredo Imperatore: “Passeggiata tra 102 parole napoletana: da Accucchià a Zoccola, con divagazioni linguistiche”.  Prefazione di Sergio Zazzera.  Edito da Cultura Nova. Dic. 2019. Euro 12.

In questo terribile momento in cui le librerie sono chiuse, il libro può essere comprato allo stesso prezzo su Amazon.  

(Aprile 2020)

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