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 La grande Illusione

 

di Alfredo Imperatore

 


Marx ed Engels hanno formulato una dottrina che rappresenta l’evangelo dei “protestanti comunisti”.

Questa dottrina prese l’avvio dal pensiero che si venne a formare nella cosiddetta “sinistra hegeliana”, il cui più notevole pensatore fu Federico Feuerbach. Materialista ad oltranza, egli tentò di distruggere ogni forma metafisica di pensiero ed ogni ideologia nella storia della sua evoluzione, proponendosi “di porre l’uomo sui propri piedi, mentre prima era stato posto sulla testa”.

Nel determinare la sua dottrina, attaccò la religione che disse destinata a essere soppiantata dalla filosofia, la quale, a sua volta, doveva cominciare ad avere un unico compito: quello di “mondanizzare l’idea”, di trasformarsi in antropologia. E inasprendo la sua teoria, schiettamente materialistica, giunse a scrivere: “La teoria degli alimenti è di grande importanza etica e politica. I cibi si trasformano in sangue; il sangue in cuore e cervello, in materia di sentimenti e pensieri: l’alimento umano è il fondamento della cultura e del sentimento… L’uomo è ciò che mangia”.

Per questa strada, aperta da Feuerbach, Marx ed Engels proseguirono, andando ben oltre il punto raggiunto dal loro maestro.

Essi sostennero che la religione rappresenta per gli uomini una forma di “autolacerazione, di autoalienazione in un regno fissato nelle nuvole”.

Abolizione della religione, quindi, anche perché “La rivoluzione comunista è la più radicale rottura con i rapporti tradizionali di priorità; nessuna meraviglia che nel corso del suo sviluppo si rompa con le idee tradizionali nella maniera più radicale”. Essi vollero andare oltre anche su di un altro punto fondamentale della teoria del Feuerbach. Questi si era limitato a interpretare il mondo, mentre a loro avviso il problema era quello di mutarlo completamente.

Così, mentre per Feuerbach l’uomo, considerato quale individuo singolo, rientrante nella società umana, è legato da vincoli naturali agli altri individui, per Marx ed Engels gli unici vincoli che ci legano sono quelli del lavoro, in quanto l’uomo è essenzialmente “prassi produttiva”.

Attraverso questa concezione Marx arrivò al cosiddetto materialismo storico. Per lui il fattore determinante della storia di un popolo e di tutti i popoli in genere è dato dall’attività economica, ovvero dalla produzione dei beni materiali, per cui l’unica cosa che distingue gli uomini dagli altri animali è il fatto che essi producono da sé medesimi i loro mezzi di sostentamento.

Quanto a moralità e religione, arte e scienza, diritto e politica, questi sistemi rappresentano solo degli accessori nell’evoluzione dell’umanità e sono il riflesso dell’unica genuina realtà umana: la struttura economica. Pertanto le suddette ideologie non sarebbero altro che sovrastrutture.

Questa concezione marxista, che costituisce una vera e propria mutilazione dell’uomo e di tutta la sua storia, apparve eccessiva allo stesso Engels, il quale cercò di mitigarla. Infatti, in un suo scritto affermò: “La situazione economica è la base, ma i differenti elementi della sovrastruttura sono creati dalle varie classi a battaglia vinta”.

Ora, in breve, cerchiamo di valutare il significato economico e morale della dottrina comunista-marxista. Per Marx la storia umana può essere distinta in quattro epoche: la patriarcale, l’epoca della schiavitù, quella feudale e quella capitalistica.

In queste varie tappe si è assistito ad un aumento progressivo della ricchezza disponibile per l’uomo in conseguenza dei miglioramenti tecnologici e per uno sfruttamento razionale della natura; ma, d’altro canto, è venuto restringendosi sempre più il numero delle persone alle quali questa ricchezza è stata distribuita, col conseguente aumento del numero dei poveri.

Per illustrare in qual modo il capitale sia andato accumulandosi nelle mani di poche persone, Marx espose la teoria del plusvalore.

Per comprensibili motivi non entriamo nello specifico di tale teoria. Semplificando al massimo, ci limitiamo a dire soltanto che il lavoratore ha il diritto di ricevere una retribuzione pari al lavoro necessario per trasformare la materia prima in prodotto finito. Ne consegue che il valore effettivo di un determinato prodotto deve essere commisurato alla quantità del lavoro che esso richiede. Quindi, se un operaio lavora 10 ore al giorno, la paga che l’imprenditore deve corrispondergli dovrà essere l’equivalente di 10 ore, ma, trovandosi dinanzi ad una sovrabbondanza di mano d’opera, egli retribuisce l’operaio ad un prezzo inferiore. A tal proposito si legge nel Manifesto: “Il prezzo medio del lavoro salariato è il minimo del salario del lavoratore. Dunque quello di cui l’operaio si appropria mediante la sua attività è sufficiente soltanto per riprodurre la sua nuda esistenza”.

In altre parole, se un determinato oggetto richiede 10 ore di lavorazione e l’imprenditore, invece, impone all’operaio una paga di 6 ore, egli lo defrauda di 4 ore di lavoro. Queste ore lavorative non pagate costituiscono il profitto dell’imprenditore, cioè la defraudazione che riceve l’operaio. Questo profitto, ovvero questo plusvalore, corrisponde alla quantità di lavoro non retribuito. Un vero furto ai danni dell’operaio. La sovrabbondanza della mano d’opera determina anche una spietata concorrenza che i capitalisti, a loro volta, si fanno reciprocamente, per cui, secondo le previsioni di Marx, le piccole imprese sono destinate a soccombere e ad essere assorbite dalle imprese più potentemente attrezzate.

Inoltre, con il progresso produttivo, occorrono strumenti sempre più complessi e costosi, talché si restringerà vieppiù il numero delle aziende che ne possono disporre. Ciò porterà all’accumulo del capitale nelle mani di una ristretta minoranza e, parallelamente, intensificherà lo sfruttamento della classe lavoratrice, con conseguente impoverimento e disoccupazione dell’operaio, che diviene proletario. La sua unica ricchezza, infatti, è la prole ed il salario gli consente il minimo indispensabile per la sussistenza sua e dei figli.

Al culmine di tutto ciò scaturirà inevitabilmente quella rivoluzione da lui preconizzata. Quando lo sfruttamento del proletariato,  da parte della borghesia. avrà toccato l’acme, sarà ineluttabile l’urto tra le due classi ed esso porterà all’espropriazione degli espropriatori.

Questo, ben s’intende, avverrà in modo cruento e sanguinoso. “I comunisti sdegnano di nascondere le loro opinioni e le loro intenzioni. Dichiarano apertamente che i loro fini possono essere raggiunti solamente col rovesciamento di tutto l’ordinamento sociale finora esistente. Le classi dominanti tremino al pensiero di una rivoluzione comunista. I proletari non hanno che da perdere le loro catene: hanno un mondo da guadagnare”.

Inoltre, l’abolizione della proprietà privata porterà, di conserto, all’abolizione della società in classi.

Ma l’errore sta proprio nel fatto che si è voluto guardare solamente agli effetti negativi della concorrenza e non al lato positivo, anch’esso molto importante, in quanto la concorrenza porta a un miglioramento del prodotto, a una maggiore produzione, al calo del suo costo, alla maggiore vendita e quindi al maggiore impiego di mano d’opera.

È certamente questo il motivo per cui l’URSS, mentre competeva con gli Stati Uniti d’America per la conquista degli spazi interplanetari, non riusciva a costruire delle utilitarie, a un prezzo accessibile ai suoi cittadini!

Il datore di lavoro tenta sempre di migliorare le condizioni dei suoi operai per migliorarne il rendimento e lo stesso operaio non vedrà costantemente nella borghesia uno spietato despota, perché egli stesso spera di divenire, migliorando, un borghese.

Sta di fatto che le classi non potranno mai essere eliminate, perché, se ciò avvenisse, si formerebbero nel loro seno miriadi di altre classi e conseguenti corporazioni, ciascuna per un determinato tipo di lavoro, dall’artigiano all’operaio, dal medico all’avvocato, etc., capaci di provocare, a loro volta, lacerazioni forse ancora più profonde fra i membri della comunità.

E …  si sarebbe potuto riflettere con queste discussioni accademiche ancora per molto, se un uomo geniale, tuttora in vita, Micail Gorbacev, non fosse comparso sulla scena politica. Questi, da studente universitario, si iscrisse al Partito Comunista dell’Unione Sovietica e, attraverso una rapida carriera, nel marzo del 1990 venne nominato Presidente dell’Unione Sovietica.

Con lui il mondo occidentale conobbe due parole russe di grande importanza: perestrojka = riorganizzazione politico-economica e glasnost = libertà di espressione, tanto che, nell’ottobre di quello stesso anno, gli venne attribuito il Premio Nobel per la pace.

Nel dicembre del 1991, attraverso complesse vicende, rassegnò le dimissioni da Capo di Stato. Ma, ormai, già si era avuto l’allentamento della presenza militare sovietica nell’Est europeo, che fece risvegliare i sentimenti di indipendenza nelle repubbliche dell’URSS e nei paesi satelliti.

Il risultato di tutto ciò fu l’aumento della migrazione di centinaia di migliaia di tedeschi dalla cosiddetta “Repubblica Democratica” verso Ovest, la qual cosa portò, nel novembre del 1989, all’abbattimento del “muro di Berlino” e, con esso. all’affermazione di governi non comunisti nell’Est europeo, all’unificazione delle “due Germanie” e quindi alla vera libertà, quella libertà dei popoli, tanto auspicata dal marxismo-leninismo e dalla quale rifuggivano tutti coloro che l’avevano provata e assaporata.

Finì finalmente un’impossibile uguaglianza tra tutte le genti del mondo, ove nessuno può distruggere la propria storia nel sogno di una … grande illusione.

(Maggio 2020)

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