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BARCHE E ARTE   di Sergio Zazzera   Una premessa, un tantino articolata, ritengo necessaria: non sono un “tifoso” della Lega e non sono neppure un...
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Credenze napoletane (1)

Riti e superstizioni

 

di Alfredo Imperatore

 

Se c’è una credenza che accomuna tutte le persone, nei vari angoli della terra, essa è la superstizione che spesso, in molti popoli, anticamente, ma anche al giorno d’oggi, coesiste con riti pseudo-religiosi. Infatti, nei momenti di maggiore difficoltà della vita, le persone si dimostrano non solo più rispettose e osservanti dei canoni religiosi, ma, nel contempo, diventano più attente ad evitare iettatori (oggi si preferisce dire “persone che portano sfiga”) e influssi malefici vari.

La superstizione, d’altronde, entra con forza nella “commedia umana” che il medico, più d’ogni altra persona, è chiamato ad affrontare nella sua quotidiana attività, in quanto molti pazienti hanno la fissazione di ritenere che i propri malanni dipendano da circostanze esterne.

Invero, la superstizione consiste proprio nell’attribuire a persone, animali, cose ed eventi naturali delle proprietà assolutamente immaginarie, che possano addirittura influire sul corso degli accadimenti. A questo atteggiamento, che potremmo definire psico-patologico, non sfuggono, ovviamente, i napoletani e i i meridionali in genere, che anzi, come si addice al loro carattere, rispondono ancor più alle sollecitazioni psico-fisiche.

Esiste una corposa sapienza su come difendersi dal malocchio e dalle malìe in genere, che va dalle cantilene ai gesti più o meno scomposti, tra cui primeggiano le corna. Fin dai tempi degli antichi Romani, le matrone avevano l’abitudine di portare un anello-amuleto all’indice e al mignolo di una mano, per cui, estendendo queste dita e piegando le altre tre, si riproducevano, fin da allora, le corna, che avrebbero avuto effetto benefico per chi le faceva, e malefico per coloro ai quali erano dirette. Nihil novi sub sole.

Un altro gesto scaramantico, molto diffuso, è rappresentato dallo sfregare (grattare) i testicoli. Il testicolo, dal lat. testiculum, diminutivo di testis, per i nostri antichi avi, significava sia testicolo che testimone e, in campo sessuale, era considerato testimone della virilità. Che i testicoli fungessero da testimoni è attestato anche dall’usanza di antiche popolazioni, come ad es. gli Israeliti, i quali, quando giuravano, ponevano una mano sui genitali, quasi fossero un simbolo del loro onore.

Le streghe in napoletano si chiamano janare, la cui etimologia è controversa: per alcuni il lemma proverrebbe dal nome della divinità pagana Diana; per altri, e forse più verosimilmente, dal latino ianua = porta, perché esse sarebbero una specie di Befane che entrano nelle case passando al di sotto della porta, con l’unica differenza che, invece di portare doni, portano disgrazie.

Esiste in natura un’erba sempreviva, chiamata semprevivum tectorum, che cresce sui tetti delle case e, col tempo, smuove le tegole, procurando danni; in napoletano è detta: ogna de janara (unghia di janara).

Ma chi erano le streghe? Nella credenza popolare erano delle creature di sesso femminile, con aspetto di vecchie, brutte e ripugnanti, dotate di poteri magici e malefici.

Già il diritto romano contemplava il reato di stregoneria, che era punito con la condanna a morte. Poi, anche il cristianesimo, specie con sant’Agostino, che elaborò una fortunata dottrina, secondo la quale la riuscita delle operazioni magiche era dovuta all’aiuto dei dèmoni, perseguitò alcune di quelle presunte streghe, che altro non erano che povere donne, anziane e malandate.

Verso la metà del sec. XII, si fece strada l’idea che le streghe si riunissero in diversi luoghi per compiere i loro magici riti, chiamati “sabba”. Sarebbero stati dei convegni settimanali che, nella credenza medievale, le streghe avrebbero svolto di sabato per mettere a punto le loro stregonerie. In Italia, queste riunioni si sarebbero tenute presso il Passo del Tonale e il Noce di Benevento. È probabile che, da questa credenza, sia scaturito il nome del famoso e prelibato liquore “Strega”, prodotto a Benevento.

Agli inizi del XIII secolo, con l’istituzione del tribunale dell’Inquisizione, la “caccia alle streghe” fu legalizzata e si ebbero i primi processi e le prime condanne al rogo, che era la forma di supplizio cui erano assoggettati gli eretici.

Col tempo, l’attività dei tribunali, sia ecclesiastici che laici, si andò intensificando con l’accrescersi della persuasione che fossero assolutamente reali i poteri malefici delle streghe, ottenuti tramite un patto col diavolo.

Per l’individuazione delle streghe si adoperava una tecnica estremamente facile: bastava identificarne una, sottoporla ad atroci torture affinché rivelasse i nomi delle sue consimili, e lei, pur di farla finita, dichiarava due o tre nomi di conoscenti, parenti, amiche o nemiche che fossero. Queste, a loro volta, venivano arrestate, torturate perchè confessassero e rivelassero altri nomi di pseudo-streghe, e così via, per poi essere mandate, comunque, al rogo. In tal modo, diverse migliaia di persone furono crudelmente immolate sull’altare della crassa imbecillità.

A tal proposito, mi sovviene ciò che lessi nel libro <Kruscev ricorda> circa le “purghe staliniane”, iniziate nel 1934 con il pretesto dell’uccisione di Sergei Mironovic Kirov. Nel libro, Kruscev riferisce che, verso chiunque fosse caduto in sospetto, Beria era solito dire: “Sentite, lasciatemelo per una notte e gli farò confessare di essere il re d’Inghilterra.”

 (Nel prossimo numero: «’A bella ’mbriana e ’o munaciello»)

(Giugno 2020)

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