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Credenze napoletane (2)

 

’A bella ’mbriana e ’o munaciello

 

 

di Alfredo Imperatore

 

Ritornando alla superstizione, come già detto, noi napoletani e meridionali in genere, in questo campo di credenze irrazionali, non ci facciamo mancare nulla e, a fronte della cattiva janara, abbiamo contrapposto la ‘mbriana, anzi, per l’esattezza ’a bella ’mbriana, colei che è apportatrice di buoni auspici nelle nostre case. In sostanza, una fata benefica, in contrapposizione alla janara, che è una strega malefica.

L’etimologia è latina: meridianam, sottinteso horam, cioè l’ora meridiana, che in genere è quella più luminosa. Quindi ‘a bella ‘mbriana è apportatrice nelle nostre case del buon evento, praticamente è il nostro nume tutelare.

È possibile trovare a Napoli, nella via San Gregorio Armeno, famosa strada dove si producono e si vendono pastori per presepi d’ogni tipo, dai personaggi classici e moderni, ove la fantasia degli artisti pastorali spazia tra figure storiche, artistiche e politiche d’ogni genere, anche la bella ‘mbriana. Essa per lo più è raffigurata in una statuetta che, da un lato, mostra l’aspetto di una fata coperta da un velo e assorta a pregare, dall’altro, girandola mostra le sembianze di un fallo, antico simbolo di prosperità, in auge specialmente tra le matrone romane.

In passato, ma anche al giorno d’oggi, tra le persone di una certa età, quando le vicende in una casa non vanno per il verso giusto, la si invoca, per auspici di buona fortuna, gridando: <Hué, bella ‘mbrià scétate! (svegliati) >.

D’altro canto, così come abbiamo ideato due entità femminili, una apportatrice di bene (‘mbriana) ed un’altra di male (janara), abbiamo concepito anche un “essere” maschile che però racchiudesse in sé la buona e la cattiva sorte.

A questo personaggio è stato dato il nome di munaciello, cioè piccolo monaco, attorno al quale sono nate numerose leggende popolari.

Si racconta che nel XV secolo, sotto il regno di Alfonso d’Aragona, un nobile giovane, ma squattrinato, tale Stefano Mariconda, s’innamorò di una fanciulla a nome Caterina Frezza, figlia di un ricco mercante di panni, che lo ricambiò di grandissimo affetto. Quest’amore fu contrastato con ogni forma di tormento da ambedue le  famiglie, tanto che si può dire che i due giovani mangiassero veleno e bevessero lacrime.

Il giovane Stefano, pur di amoreggiare con Caterinella, notte tempo, saliva per una ripida scala sul tetto di una casa e scavalcando terrazzo per terrazzo, arrivava al terrazzino ove l’aspettava la trepidante innamorata. Ma in una notte molto profonda, mentre tra i due giovani “si schiudeva la celestiale beatitudine del paradiso”, mani ignote afferrarono Stefano alle spalle e lo precipitaronogiù, nella via.

Caterinella, allora, pazza di dolore, si ricoverò in un monastero di monacelle e, dopo alcuni mesi dette alla luce un bimbo piccino piccino, pallido e dagli occhi smarriti. Le brave monache acconsentirono che la mamma tenesse il neonato nel monastero.

Purtroppo, il bimbo, negli anni, crebbe pochissimo, praticamente fu un nano. Le suore gli facevano indossare un abito nero e bianco da piccolo monaco, e gli fecero due cappucci, uno nero e uno rosso, per cui la gente incominciò a chiamarlo ‘o munaciello e, come spesso accade, le persone cattive lo deridevano e lo sbeffeggiavano.

A poco a poco si iniziò a spandere la voce che quel piccolo esserino avesse in sé qualcosa di sovrannaturale e la superstizione arrivò a tal punto che, quando il ragazzo portava il cappuccio rosso, era di buon augurio, ma quando metteva quello nero era di cattivo auspicio. Pertanto, se accadeva qualcosa di buono era merito del munaciello e, viceversa, se non si potevano trovare dei soldi che erano scomparsi o qualche persona si ammalava, oppure nei casi di supposta infedeltà del marito o della moglie o anche di semplice tentazione, la colpa era certamente da attribuire a lui, che portava scompiglio nelle menti o turbamenti nei cuori.

Purtroppo, un brutto giorno, Caterinella morì, e le monache, da allora, incominciarono a impegnare il figlio nei lavori più umili e gravosi dell’orto, finché una sera, ‘o munaciello scomparve per sempre e, tra le varie ipotesi sulla sua sparizione, si sospettò anche che il diavolo lo avesse portato via per i capelli.

A tutt’oggi, per molti avvenimenti che non possiamo spiegarci o che ci appaiono sfortunati, diamo la colpa a fugaci e invisibili apparizioni del munaciello. Così, ad esempio, quando giochiamo al lotto e le estrazioni evidenziano numeri vicini a quelli giocati da noi, è stato un “dispetto” del munaciello. D’altronde, le fanciulle innamorate si mettono sotto la sua protezione, affinché non venga scoperto qualche loro vecchio segreto.

In buona sostanza, il nostro munaciello è un folletto che tormenta le persone come un bambino viziato e capriccioso, ma sa anche rincuorarle come un bambino apportatore di gioia e felicità.

La morale della favola è che, tra false credenze e verità reali, possiamo inserire il vecchio adagio: <Non è vero... ma ci credo!>.

(Luglio 2020)

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