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L’ENOTECA

 

di Luigi Rezzuti

 

Erano tempi duri. La gente non riusciva con un solo stipendio a raggiungere la fine del mese e la rescissione aveva prodotto aumenti notevoli delle tasse e quindi di male in peggio.

Ernesto aveva 56 anni ed era stato licenziato dalla sua azienda, dove lavorava come operaio e, consapevole di non riuscire a trovare un altro lavoro per le difficoltà del paese e anche per l’età, pensò di investire la sua liquidazione in una attività commerciale.

 Aveva preso in fitto un ampio locale adibendolo ad enoteca, ma una enoteca particolare dove la clientela poteva fermarsi per mangiare qualcosa di sfizioso accompagnandolo con un buon bicchiere di vino.

All’interno del locale aveva disposto una decina di tavoli e alle pareti delle scaffalature per un’esposizione di bottiglie di vino, quasi tutte  provenienti da vigneti campani. Inoltre aveva un banco per la vendita di vini sfusi da asporto e una vetrinetta dove erano esposti vari assaggini.

Alla cucina era addetta la moglie, molto brava nel preparare vari contorni. Ernesto si era preoccupato di pubblicizzare la nuova attività e, all’inaugurazione, aveva invitato diverse persone, tra cui una dipendente della A.S.L.  che lo aveva seguiro nelle pratiche amministrative, un paio di fornitori locali, il muratore e l’elettricista che si erano occupati dei lavori, la proprietaria del locale una di quelle donne napoletane capaci di risollevarti il morale con una sola parola e il commercialista.

Il commercialista, per impegni di lavoro, non era venuto e, al suo posto, aveva mandato la segretaria con un mazzo di fiori.

Aveva inaugurato l’enoteca già da due giorni quando entrò il primo cliente che, con voce risoluta, ordinò una bottiglia di Falerno.

 Ernesto sapeva che era un vino che si produceva da almeno millecinquecento anni. Il cliente chiarì che voleva una bottiglia di Falernum, il rosso più amato dagli antichi romani, ma purtroppo, tra tutte le bottiglie in esposizione, quel vino Ernesto non lo aveva e disse : “Il vino che mi chiede non è disponibile però le posso dare una bottiglia di Aglianico, la provenienza è più o meno la stessa del Falerno”.

L’uomo  inforcò un paio di occhiali con una montatura di tartaruga, lesse attentamente l’etichetta e, con modi bruschi, rispose : “Lei non ha capito ciò che le ho ordinato, perché mi vuole vendere un vino completamente diverso da quello richiestole?”

Girò le spalle ad Ernesto ed usci dal locale senza nemmeno salutare.

Poco lontano il mare rumoreggiava contro il molo, il legno del pontile era completamente corroso dalle onde, sull’arenile una comitiva di surfisti riponeva le tavole e le mute su un fuoristrada.

 I quattro surfisti entrarono nel locale di Ernesto che li fece accomodare ad un tavolo.

Nell’attesa della scelta di qualche contorno bevvero del vino bianco ben freddo. Finalmente i primi clienti! Intanto fuori dall’enoteca un vecchio, con un cappello di carta di giornale in testa e una tuta bianca, sdrucita e sporca di pittura, cercava di guardare incuriosito all’interno.

Era ora di pranzo e l’imbianchino era pronto per mangiare la sua colazione. Aveva avvolto in un foglio di carta un grosso pezzo di pane cui aveva tolto la mollica per far posto a dei fagioli all’insalata.

Notata l’eleganza dell’enoteca entrò in punta di piedi e, quasi vergognandosi, chiese una bottiglia di vino rosso sfuso.

 Ernesto fu molto contento ed invitò l’imbianchino a ritornare anche nei giorni seguenti fino a quando non avesse finito di pitturare i pali del ponte di legno.

 I quattro surfisti si complimentarono per gli squisiti contorni, accompagnati da bruschette e un buon bicchiere di Aglianico, e promisero di ritornare presto.

Ernesto prese uno strofinaccio e lo passò sul banco perché erano cadute delle gocce di vino e, dopo aver finito di pulire, sparecchiò il tavolo occupato dai quattro surfisti. Chiuse l’enoteca alle 21 e, mentre girava la chiave nella toppa, sorrise al ricordo di quello strano personaggio che chiedeva la bottiglia di Falernum e che andava via dal locale senza nemmeno salutare, dei surfisti e, poi dell’imbianchino imbarazzato per l’eleganza dell’enoteca.

Abbassò la serranda, si guardò attorno con soddisfazione per la fine di una nuova giornata di lavoro.

Dopo tutto l’imbianchino gli aveva portato fortuna perché, appena egli era andato via, erano entrati altri clienti, due coppie di amici che avevano bevuto una bottiglia di Verdicchio e poi due muratori a cui aveva servito un paio di bottiglie di birra, in mancanza di quella alla spina.

 Intanto quella sera pensava a come sarebbe stata più bella la vita se non avesse perso così tanti anni come operaio.

Aveva capito che era uno di quelli cui ad  un tratto la propria vita volta pagina.

 Erano le tre di notte quando fu svegliato da una telefonata del portiere dello stabile dell’enoteca che gli comunicò che era scattato, la sirena dell’allarme.

Si vestì in fretta e corse al negozio, aprì la serranda, accese immediatamente la luce, guardò in giro ma la sala sembrava in ordine.

Entrò con circospezione nel bagno, controllò la cucina lasciando ovunque la luce accesa, non trovò nulla di anomalo e così si abbandonò ad un sospiro di sollievo. Prese una  bibita dal frigo e ne bevve un lungo sorso.

Mentre stava per posarla sul muretto che divideva la cucina dalla sala , si accorse che le bottiglie di vino appoggiate sulla scaffalatura erano fuori posto.

 Ispezionò ancora una volta il locale ma era tutto come l’aveva lasciato la sera prima e nella cassa c’era anche l’incasso della giornata.

Nel frattempo erano trascorse alcune ore, era quasi l’alba e decise di rimanere in enoteca in attesa che venisse la moglie.

Aprì due scatole di fagioli e li mise a cuocere, in strada un cane abbaiò per più di un minuto senza mai interrompersi, poi zittì.

 Mentre controllava la cottura dei fagioli pensò a cosa potesse essere successo quella notte.

Non mancava niente, l’unica cosa strana erano le bottiglie di vino sulla scaffalatura che non erano al loro posto.

 Prese dallo scaffale una bottiglia di vino Barbaresco del millenovecentonovantasei, una bottiglia speciale che aveva tenuto in sebo per festeggiare  l’ inaugurazione. Fino a cinquantasei anni non aveva mai assaggiato un sorso di vino e ora ne bevve più della metà, direttamente dalla bottiglia.

Appena un anno prima sarebbe scoppiato a ridere se qualcuno gli avesse detto che sarebbe stato licenziato e che avrebbe aperto un’enoteca.

Intanto i fagioli si erano quasi bruciati, Ernesto versò la parte ancora buona in un piatto fondo, stava per assaggiarli quando un fulmine in lontananza illuminò il cielo. Fu allora che andò a spegnere le luci nel bagno.

 La pioggia aveva smesso di cadere, il cielo si era liberato dalle nuvole ed aveva fatto capolino anche un tiepido sole.

Quella mattina, verso mezzogiorno, venne l’imbianchino a consumare la sua colazione, era il solito grosso pezzo di pane ma al posto dei fagioli all’insalata c’erano frigiarelli e salsicce.

Mentre consumava la colazione, entrò un vecchio monaco con un saio sporco e mal ridotto, ai piedi nudi calzava dei sandali, chiedeva l’elemosina.

 Ernesto aprì la cassa e, prendendo delle monete da offrire al monaco raccontò tutto quanto era successo quella notte.

Il monaco mise i soldi nella tasca del saio e, sorridendo, disse : “ Non preoccuparti, ti sei sbagliato, non è successo niente, avrai fortuna”.

Chiese al monaco se gradiva un piatto di fagioli e il monaco chinò la testa due volte. Ernesto andò in cucina ma, al ritorno, il monaco non c’era più.

 Chiese all’imbianchino dove fosse andato e l’imbianchino, meravigliandosi, rispose : “Ma quale monaco, non ho visto entrare nè tanto meno uscire monaci”.

Ernesto restò impietrito, il viso sbiancò dalla paura pensando alla scomparsa del monaco e a tutto quanto era successo quella notte ma si riprese subito rammendandosi della frase di quel monaco “Non preoccuparti, ti sei sbagliato, non è successo niente, avrai fortuna”.

Guardò di nuovo le bottiglie di vino sulla scaffalatura, erano perfettamente in ordine.

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