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CURIOSITÀ

 

di Alfredo Imperatore

 

La dea Maia

La dea Maia, nella mitologia greca, era la più bella di tutte le Pleiadi, figlia di Atlante e di Pleione, amata da Zeus, col quale generò il dio Ermete, considerato l’inventore dello strumento di musica, la cetra, detta anche lira, da lui costruita stendendo le corde sul guscio di una grossa tartaruga.

Il nome Maia significa colei che porta crescita, praticamente madre, nutrice e anche nonna.A lei è dedicato il mese di maggio, che, per antonomasia, è il mese caratteristico della primavera, perché cade nel pieno della “dolce stagione”. A Napoli, per antichissima consuetudine, si celebra la festa della primavera, simboleggiata dai fiori di ginestra.

Anche nei “Fasti” di Ovidio si trova una traccia di questa usanza: <in maias festum floreale calendas> (a maggio inizia la festa floreale). In tale mese arriva anche l’abbondanza delle messi.

Il maiale

Che gli antichi Romani fossero dei buongustai e dedicassero ai convivi diverse ore della giornata, è un fatto risaputo e, come tutti gli amanti della buona tavola, davano particolare rilevanza al maiale. Ancora oggi diciamo che del maiale non si butta nulla. Essi, come d’altronde noialtri, avevano diversi sinonimi per identificare il prelibato onnivoro: sus-suis, verres-is, maialis-is (quello castrato) e aper-apri (quello selvatico).

Famoso era il maiale farcito, chiamato porcus troianus, a somiglianza del falso cavallo di legno, con l’interno pieno di guerrieri greci, imbottito, invece, questo, di deliziose ghiottonerie.

Majo o albero della cuccagna

L’abate Galiani, nel suo celebre Vocabolario delle parole del dialetto napoletano…, alla voce “Majo” ci ricorda un antichissimo divertimento popolare che si  faceva ai primi di maggio e che consisteva nell’ungere l’albero di maestra di un veliero col sego, “coronato alla cima di salami, formaggi e cose simili, premio di chi prima lo monta”. In pratica era l’attuale “albero della cuccagna”.

L’agnello pasquale

Ritornando alla dea Maia, era usanza, presso gli antichi Romani, nel mese di febbraio, sacrificarle il suo animale sacro, proprio il sus-suis. Orbene, questo sus maialis, cioè porco di Maia, si mangiava come corpo della divinità, quale sacrificio sostitutivo. Agevole il paragone con l’agnello pasquale. Corsi e ricorsi storici di vecchia memoria, anche nelle tradizioni culinarie popolari.

Majatico

È il nome attribuito a una specie di ciliegie, particolarmente dolci e grandi, ed è anche una pregiata qualità di grosse olive nere da tavola. Queste, raccolte a piena maturazione, si lasciano appassire all’ombra, poi si immettono in acqua, molto calda, per togliere l’amaro e infine si essiccano al forno.

Il  primo calendario romano

Secondo la tradizione, il primo calendario romano è attribuito a Romolo, fondatore di Roma, nel 753 a. C. Sembra fosse un calendario lunare, sulla falsariga di quello dell’antica Grecia.

L’anno era formato da 10 mesi e iniziava a Marzo, cioè Martius mensis, dedicato a Marte, dio della guerra, e padre di Romolo e Remo.

Il secondo mese era Aprile che apriva alle forze generatrici della natura e alla prosperità. Il terzo mese era dedicato alla bellissima dea Maia che, tra l’atro, simboleggiava la Terra, generatrice delle imminenti biade.

Giugno, secondo alcuni, era consacrato alla dea Juno (Giunone), moglie di Giove e regina dell’Olimpo; per altri, a Lucio Giuno Bruto, figlio di Tarquinia, sorella dell’ultimo Re di Roma.

Il secondo dei sette Re di Roma fu Numa Pompilio. Questi, nel 713 a.C. aggiunse all’inizio dell’anno due mesi: Ianuarius, Gennaio, e Februarius, Febbraio, cosicché i mesi divennero 12. Gennaio era dedicato a Giano, simbolo del Sole e della Luna: con esso iniziava non solo l’anno, ma anche ogni grande impresa. Febbraio era il mese della purificazione: februàrius mensis da fèbruus→ februàrius→ febbre, la quale purificava, se si riusciva a superare la malattia che l’aveva provocata!

Dopo Giugno, gli ultimi 5 mesi furono denominati: Quintilis (il quinto mese), Sestilis (il sesto mese), e poi September, October, November e December (mensis); il quinto mese, Quintilis, nel 44 a.C., in onore di Giulio Cesare fu detto Iulius, e il sesto, Sextilis Augustus, in onore di Cesare Ottaviano Augusto, che fu il primo Imperatore di Roma. Essi tuttora si denominano Luglio e Agosto.

Settembre, Ottobre, Novembre e Dicembre, rappresentavano gli ultimi quattro mesi dell’anno.

Però, l’insieme dei 12 mesi, corrispondeva in modo imperfetto al periodo dell’anno solare, e, per ottenere la corrispondenza, si aggiungeva, ma non con regolarità, un mese intercalare, mensis intercalaris, per eguagliare l’anno lunare a quello solare.

La rifotma giuliana

Giulio Cesare, nel 46 a.C., con la riforma, detta appunto riforma giuliana, operò una sostanziale modifica, rendendo i mesi, alternativamente, di 30 e di 31 giorni e introducendo, ogni 4 anni, un anno bisestile. Il termine “bisestile” si spiega in questo modo: a Febbraio, il giorno in più non fu aggiunto dopo il 28 del mese, bensì dopo il 24 (cioè dopo il “sesto” delle calende di Marzo) in tal modo il 25 febbraio, giorno aggiunto, fu detto dies bis sextus ante Kalendas Martius (giorno due volte sesto prima delle calende di Marzo).

A quessto punto ci preme una precisazione: fino al 46 a.C. l’anno lunare dei Romani era di 355 giorni e i mesi risultavano di 29 giorni, tranne Febbraio che era di 28, e Marzo, Maggio, Luglio, Ottobre,  che erano di 31, occorrerà tener conto di questo nell’interpretazione delle date delle lettere di Cicerone che, da quanto appena detto, risulterà chiaro che siano anteriori al 45 a.C. [La lingua dei  Romani. Fabio e Giovanni Cupaiuolo].

Inoltre, con la riforma giuliana, il settimo, l’ottavo, il nono e il decimo mese, aumentarono, nella dicitura, di due unità, per cui, nel loro nome, vi è questa “anomalia” in quanto vengono chiamati rispettivamente Settembre, Ottobre, Novembre e Dicembre, mentre a rigor di logica, bisognava  chiamarli rispettivamente: “Novembre, Dicembre, Undicembre e Dodicembre”.

La riforma gregoriana

Alla riforma giuliana seguì, nel 1582, la riforma gregoriana, voluta dal Papa Gregorio XIII, che instaurò l’anno tropico, dal greco  tròpos, rotazione, più breve di 12 giorni, che in tutto il mondo moderno è ritenuto ancora (e forse lo sarà per sempre) quello ufficiale, per l’economia, la politica, gli scambi internazionali navali, aerei, ferroviari ecc., con la sola accortezza dei fusi orari. Pertanto fu giocoforza saltare dal 4 al 15 ottobre del 1582, per riportare l’inizio della primavera al 21 marzo.

L’anno tropico è l’intervallo di tempo che intercorre tra due consecutivi passaggi del sole, all’equinozio di primavera.

Ad graecas kalendas

Calendario deriva dal tardo latino calendariu(m) da calenda, che rappresentava il primo giorno del mese.  Il libro delle calende era il registro che conteneva le notizie astronomiche, agrarie e religiose di ciascun mese e tante altre nozioni. Per di più segnava la scadenza degli interessi i quali maturavano il primo del mese.

I Greci non avevano le calende, onde la locuzione latina ad graecas kalendas, alle calende greche.

(Dicembre 2020)

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