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Miti napoletani di oggi.87

COVID-19: UN RITO DI PASSAGGIO

 

di Sergio Zazzera

 

Arnold Van Gennep teorizzò i riti di passaggio, definendoli «cerimonie il cui fine è… far passare l’individuo da una situazione determinata a un’altra anch’essa determinata». Le specie più comuni di essi sono quelle legate alla nascita, al matrimonio, alla morte, all’iniziazione, ma ne esistono numerose altre, e la loro struttura consta di tre fasi: separazione (fase pre-liminale), transizione (fase liminale, caratterizzata da un momento di angoscia, di fronte a un’esperienza mai vissuta prima, e da un culmine, costituito dall’evento centrale del rito), reintegrazione (fase post-liminale).

Ora, un rito di passaggio è venuto ad affermarsi in conseguenza della pandemia da Sars-Cov2 – o Covid-19 – in atto, vale a dire, la vaccinazione.

Attesa da tutti, appena arrivata ha visto la fuga di un’elevata percentuale di persone, preoccupate eccessivamente da pericoli, più o meno uguali a quelli di numerose altre attività e vicende umane della quotidianità, dalle quali, pure, nessuno fugge. Un esempio per tutti: la paura dell’aereo è molto diffusa, ma muore più gente negl’incidenti di auto.

Siamo, dunque, di fronte a un vero e proprio rito, del quale vale la pena individuare le fasi:

a) separazione. All’arrivo nel luogo di somministrazione, soprattutto i più anziani (come chi scrive) sono, per lo più, accompagnati da qualcuno, al quale è vietato l’accesso. Potrebbe sembrare questo il segno della separazione, la cui sostanza vera e propria, in realtà, è costituita dal lasciare fuori tutti i non-vaccinandi.  

b) transizione. Mentre si passa ai punti d’identificazione e di registrazione, ci si domanda: chissà quale vaccino m’inoculeranno; chissà dopo come mi sentirò: tutti evidenti sintomi di angoscia. Angoscia che, almeno per qualcuno, si fa più incisiva al momento del culmine, alla vista dell’ago (che, poi, penetra nel braccio, senza che ci se ne accorga), e ancora di più quando, terminata l’inoculazione, si è invitati a trattenersi in una sala per un quarto d’ora (e che cosa potrebbe accadermi? Ma poi non accade nulla).

c) reintegrazione. Dopo il quarto d’ora, si può finalmente uscire, tornare in strada, nel mondo, fra la gente – anche quella dalla quale, poco prima, eravamo stati separati –, però immunizzati (o, almeno, così si spera).

Concludo, rispondendo all’interrogativo che molti si staranno ponendo: ma questo è un mito napoletano o non, piuttosto, un mito universale? Risposta: è l’uno e l’altro, nel senso che tutto ciò avviene in ogni angolo dell’Universo; a Napoli, però, l’angoscia che connota la fase di transizione è accentuata da una serie di comportamenti, e non credo di essere l’unico ad essermici imbattuto. Il foglio dell’informativa è consegnato senza l’accompagnamento di una sola parola, né una sola parola esce dalla bocca del medico o dell’infermiere. Nella sala “del quarto d’ora”, poi, facevo una considerazione: se dovessi sentirmi male, sarò esposto soltanto alla “pubblica fede”, vale a dire, al buon cuore delle altre persone che attendono il trascorrere del tempo e che si spera che lancino l’allarme: avrò, forse, qualche problema di vista, ma non mi sembra di avere notato in quell’ambiente la presenza di personale.

(Aprile 2021)

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