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La Galleria Vittoria

 

di Antonio La Gala

 

Le librerie e le bancarelle di Napoli espongono numerosi libri, di vario livello, che raccontano i fasti dei maggiori teatri antichi della città (il San Carlo, il San Carlino, il Fiorentini, il Bellini, il Mercadante, ecc.), spesso riciclando le stesse informazioni nel copiarsi a vicenda.

Ma nello scenario dello spettacolo napoletano del passato esistevano pure altre sale, rimaste meno note.

Il periodo d’oro delle sale da spettacolo fu quello della bella époque, a cavallo fra Ott e Novecento, in cui, accanto ai veri e propri teatri, grandi e piccoli, sorsero alcune strutture sui generis che, assieme a rappresentazioni teatrali, ospitavano anche altri tipi di spettacoli.

In questo articolo vogliamo ricordare, fra queste “sale” diverse, la Galleria Vittoria, un edificio costruito in forma circolare al Chiatamone, dove poi, negli anni Sessanta del Novecento, dopo i dovuti adattamenti, troveremo il quotidiano “Il Mattino”.

Inizialmente il locale era chiamato “Diorama”. In esso si succedevano, formando un giro, teloni con vedute di paesi lontani.

In un secondo momento il Diorama fu trasformato nel “Circo delle Varietà”, in cui si esibivano soprattutto, come si diceva allora, le chanteuses.

Il Circo divenne famoso, in particolare, per una danzatrice che agitava con grazia ampi veli su cui si proiettavano bellissimi disegni fantasmagorici a colori, una novità assoluta perché i giochi di luce erano creati dall’illuminazione elettrica, cosa che fece scoprire l’importanza della luce elettrica sui palcoscenici come elemento di spettacolo. La ballerina si chiamava Loje Fuller, denominata la “Regina delle luci”.

Il pubblico seguiva lo spettacolo stando seduto ai tavolini dove venivano servite consumazioni varie.

Un numero che ebbe successo era quello in cui nella sala si accendevano lentamente alcuni fuochi d’artificio, assieme al sorgere di melodie.

Successivamente il locale fu acquistato da un tedesco, Sigismondo Stern (quello che aprì nella Galleria Umberto una birreria, facendo conoscere a Napoli la birra “bavarese”).

Stern trasformò il locale nel Teatro Verdi, in cui si alternavano spettacoli di prosa e di musica.

Non staremo ad elencare i nomi degli artisti che si esibirono sul suo palcoscenico, perché oggi, a nostro avviso, direbbero poco alla maggioranza di chi ci legge.

Ricordiamo solo che una delle umili maschere del teatro, cioè gli assistenti accompagnatori in sala, fu Vincenzo Russo, l’autore di grandi canzoni napoletane, fra cui “I’ te vurria vasà”.

Con il trascorrere degli anni il teatro chiuse e l’edificio passò ad un operatore economico, che lo trasformò in un insieme di esercizi commerciali di buon tono, fra cui una elegante e rinomata sala da thè, negozi di abbigliamento, di oggettistica e di fiori. Cioè, si direbbe oggi, in una Galleria Commerciale, che, nelle piante degli anni Trenta del Novecento, troviamo indicata come Galleria Vittoria.

Nella figura che illustra questo articolo vediamo, in un cartellone pubblicitario dell’epoca, la danzatrice Loje Fuller, la “Regina delle luci”.

(Giugno 2021)

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