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Miti napoletani di oggi.3

“Un posto al sole”

 

di Sergio Zazzera

 


A diffondere sceneggiati seriali costituiti da un numero interminabile di puntate cominciò il sistema televisivo degli U.S.A. con Dallas e Dinasty, seguito a ruota da quello brasiliano con Andrea Celeste e La schiava Isaura; qualche esperimento, altresì, fu tentato da reti televisive indiane, i cui prodotti però non trovarono un’accoglienza positiva presso il pubblico italiano. Com’era da attendersi, inoltre, a distanza di tempo gli spettatori perdevano di vista i contenuti delle puntate trasmesse negli anni precedenti, senza che tuttavia ciò incidesse in maniera negativa sulla loro assiduità e sul loro gradimento. Da quando poi la RAI e Mediaset hanno deciso di cimentarsi anch’esse nel genere, sopra tutte le altre serie (perfino su Incantesimo) ha trionfato Un posto al sole, ambientato a Napoli, con la partecipazione di attori in massima parte napoletani.

In questa fortunata serie televisiva Romolo Runcini, sociologo della letteratura, ha ritenuto di poter riconoscere l’erede necessario della “sceneggiata”, affermando che quest’ultima «nasce come un momento di raccolta nei pubblici locali intorno a problemi che riguardavano il mondo popolare. Ora è morta di fronte all’invasione della televisione. Probabilmente ora l’erede più diretta della sceneggiata è Un posto al sole, cioè un modo in cui l’interno popolare napoletano viene tratteggiato e considerato nella sua espressività». In tal senso, dunque, credo si possa ravvisare nella serie televisiva un vero e proprio mito “di proiezione”, secondo la classificazione di Roland Barthes.

A questa autorevole tesi mi sia consentito, poi, di aggiungere un’ulteriore considerazione, che concerne il tramonto di periodici, come Grand Hotel e Bolero Film – i cosiddetti “fotoromanzi” –, travolti da Un posto al sole, che connota di dinamismo quelle stesse situazioni ch’essi si limitavano a narrare attraverso sequenze d’immagini statiche.

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