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Miti napoletani di oggi.5

ROBERTO SAVIANO

 

di Sergio Zazzera

 


Credo che a incarnare l’idea del mito napoletano contemporaneo elevata all’ennesima potenza sia il personaggio Roberto Saviano. Fin dall’apparizione del suo Gomorra, infatti, egli mi è apparso come portatore di un linguaggio falso, che riesce a distogliere l’attenzione critica dai contenuti, rivestito com’è di una forma affabulatoria. Sia ben chiaro che l’abilità affabulatoria può costituire in tanti casi anche un pregio (e qui penso, fra i possibili esempi, a Vittorio Gassman), sempre che valga a dare forma a una sostanza di “verità vera”; ma vengo al “mito-Gomorra” – ovvero al “mito-Saviano”, ch’è la stessa cosa –.

In primo luogo, non è chiaro se Gomorra sia un libro di narrativa, un saggio di storia sociale contemporanea o altro, con quell’io-narrante che s’impone, con la propria presenza fisica, come testimone oculare di quasi tutte le situazioni raccontate. È davvero singolare, dunque, che non gli accada mai alcunché di spiacevole, considerati gli ambienti nei quali le vicende si svolgono.

Inoltre, nel volume si fa notare una tendenza spiccata a “sparare nel mucchio”: penso, fra i tanti, al racconto delle aste bandite dalle case di moda per affidare l’appalto della realizzazione dei loro capi: se, infatti, i meccanismi sono quelli esposti nel libro, sembra proprio che la responsabilità del loro esito debba essere attribuita ai committenti, piuttosto che agli esecutori.

Un rapido accenno meritano, ancora, i profili giuridici che costellano il volume, dalla parità di trattamento riservata a fatti accertati con sentenza definitiva e a fatti tuttora sub iudice, alla qualificazione di «rapina» data al furto con effrazione delle vetrine, fino alla disinvolta – oltre che rischiosa – attribuzione di responsabilità di fatti a persone assolte, sia pure per insufficienza di prove.

Disorientano il lettore attento, infine, la descrizione della fantomatica visita, con tanto di “mozzarelle al seguito”, a Michail Kalashnikov (dal quale ciascuno può immaginare con quanta trepidazione Saviano fosse atteso) o la crudele impietà della descrizione dei comportamenti di parenti e amici di Annalisa Durante, nel corso dello svolgimento dei funerali della giovane.

Il “mito-Saviano”, però, prosegue oltre la sua opera prima: sia Gomorra, infatti, che La bellezza e l’inferno, sono state pubblicate dalla casa editrice di riferimento della figura politica (leggi: Silvio Berlusconi) contro la quale egli indirizza ripetutamente, nel 2009, dalle pagine de la Repubblica, una lettera aperta d’invito a uscire dalla scena politica. Ebbene, egli mostra di non rendersi conto (almeno, finché la buona fede dovrà essere presunta) del fatto che chi si assume l’onere economico di pubblicare un’opera, soprattutto se di prevedibile successo, avrà dalla stessa anche un consistente ritorno, parimenti economico, che finisce per tradursi nel non indifferente contributo dell’autore al finanziamento di chi si adopera perché (e qui riporto testualmente le parole utilizzate da Saviano) «i processi diventino una macchina vuota dove si afferma il potere mentre chi non ha altro che il diritto per difendersi non avrà più speranze di giustizia».

Ingannevole, dunque, il linguaggio di Gomorra e altrettanto ingannevole quello della lettera aperta pubblicata da la Repubblica, se i rispettivi testi, letti con la dovuta attenzione, vengono fatti oggetto di altrettanto attenta riflessione.

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