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La crisi della canzone napoletana

 

di Romano Rizzo

 

Parecchi tra i miei amici che ricordano che sono stato, per anni, conduttore di una piccola radio privata e che sanno il mio sconfinato amore per la canzone napoletana dell’epoca d’oro, mi hanno chiesto come, quando e perché, a mio parere, si è verificato il suo progressivo degrado. Ed è per questo che mi sono deciso ad esternare quello che penso al riguardo e che è rafforzato anche da mie personali esperienze. Premetto che, secondo me, il degrado è stato lento ma continuo ed è pacifico che la canzone classica si era ben sposata con i ritmi di origine “forestiera”, dando vita a molti capolavori, anche attraverso i Festival. Gli stessi Festival, nel tempo, quando forte è diventato il potere delle grandi imprese musicali, hanno attratto inevitabilmente gli appetiti di mestieranti e trafficanti. A questo punto si è cominciato a ricorrere a dei “prestanome”, per superare il vincolo del numero di canzoni di ciascun partecipante ed è venuto fuori che nelle canzoni finaliste sono stati presenti tali Parente e Palligiano, nomi dietro cui si nascondevano Bonagura e Vian ed ancora Lucilio, che era in realtà Concina. Ma come fossero ormai facile preda del sottobosco e del malaffare lo evidenzia un episodio, narrato a me e a pochi intimi, dal buon Antonio Basurto che, rientrato in Italia da poco, era stato avvicinato da un “personaggio”, il quale, parlando della partecipazione al Festival, gli aveva detto che valeva un milione e mezzo. Basurto si dichiarò disponibile pensando che si parlasse del suo compenso e sgranò tanto di occhi quando comprese che, invece, quella cifra era la “tangente” da pagare per assicurarsi la partecipazione alle tre serate. Voglio ricordare anche che, quando, per i noti motivi, si arrivò alla fine dei Festival, un grande come Sergio Bruni stappò una bottiglia di spumante perché solo così, a suo modo di vedere, si poteva ritornare a produrre, liberandosi dalle troppe catene di quanti godevano di un mal riposto prestigio.

Vale la pena di ricordare che all’inarrestabile degrado contribuirono anche le cosiddette Radio Libere, le quali, all’inizio, diedero un notevole apporta alla diffusione delle canzoni celebri di una volta. Successivamente, però, non godendo di alcun contributo per sopravvivere in una realtà, dove la concorrenza non aveva limiti, (Si pensi al tempo delle Antenne Pirate!) iniziarono a basarsi sui contributi degli associati, delle cene spettacolo sociali e quant’altro, per affrontare le spese delle eventuali concessioni, dei consumi, della manutenzione, della riparazione o dei ricambi dei pezzi degli impianti da aggiornare. In questa situazione di continua ricerca di una forma nuova di finanziamento ebbero vita facile le inserzioni pubblicitarie. A queste si aggiunse, col tempo, la cessione a pagamento di alcuni spazi a cosiddetti agenti e impresari i quali acquistavano dei “passaggi” per i loro cantanti, cui imponevano le loro “produzioni”, ossia canzoni di scarsissimo valore che incontravano, però, il favore di una certa fascia di pubblico, in genere del tutto ignara della melodia e della poesia delle canzoni del passato. Col passare del tempo e col moltiplicarsi di produttori e cantanti improvvisati, ma molto popolari nel loro quartiere, quasi tutte le radio libere diventarono soltanto la voce del nuovo, che pagava, e contribuirono, in tal modo, all’avvento dei cosiddetti Neomelodici. A dire il vero, ci sono state alcune eccezioni come la Tele Akery che curò la nostra bella musica e portò ad affermarsi cantanti del valore di Francesca Marini, Piero Cucco e tanti altri. Né si può ignorare, soprattutto, RADIO AMORE, di Antonio Romano e Teresa D’Alessio (credo, tra l’altro, che siano stati miei colleghi nella vecchia Sip, ora Tim) che riescono ancora a regalare momenti di vera felicità a quanti, come me, erano, sono e resteranno sempre innamorati della nostra grande canzone che, mi fa male dirlo, è forse più apprezzata all’estero che in patria e che è, purtroppo, trascurata anche da chi dovrebbe avere il compito di valorizzare la nostra tradizione ed incoraggiare tutte le iniziative che i privati ancora intraprendono per difenderla.

Ho sperato sempre che la musica cambiasse e non mi rassegno ad ammettere che “‘A museca è sempe ‘a stessa...”

(Maggio 2024)

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