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’O guappo ’e cartone   di Luigi Rezzuti     ’O guappo ’e cartone è una commedia in tre atti, scritta da Raffaele Viviani. La prima rappresentazione...
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CHIUSO IL CALCIO MERCATO INVERNALE   di Luigi Rezzuti   Si è concluso il calcio mercato invernale 2017. Quest’anno, a differenza delle passate...
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Spigolature   di Luciano Scateni   La Cenerentola azzurra Non è la prima volta e temo che non sia l’ultima. La redazione sportiva di Repubblica deve...
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    RESIDENZE BORBONICHE, Patrimonio dell’Umanità   APPELLO-PROPOSTA di candidatura per la lista UNESCO   Una grande campagna di...
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ANTICHI SAPORI   di Luigi Rezzuti   Con l’avvicinarsi della stagione invernale mi sono tornati alla mente gli antichi sapori di una volta, tra cui...
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Maturità alle porte - Riflessioni di una studentessa   di Irene Del Gaudio   Sono una studentessa. Liceale, ancora per poco. Si avvicina...
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I Paesaggi Culturali della Basilicata   Martedì 28 novembre 2017 ore 17.00, all’ASSOCIAZIONE LUCANA GIUSTINO FORTUNATO (PRESSO SUG - VIA CAPPELLA...
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UNITRE - Cerimonia di chiusura dell’anno accademico   Si è svolta, nei giorni scorsi,  la cerimonia di chiusura dell’anno accademico 2015/2016...
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SPIGOLATURE   di Luciano Scateni    Stupri? Colpa delle donne, dice Chrissie Un’ipotesi possibile nasce dalla biografia di tale Chrissie Hynde,...
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Miti napoletani di oggi.6

IL CIBO DELLE FESTE

 

di Sergio Zazzera

 


E' universalmente nota l’abbondanza di ricette della cucina tradizionale napoletana, molte delle quali non possono (meglio, non devono) mancare sulla tavola in determinate ricorrenze. Si nun se fa accussì, nun è Natale, titola Renato Ribaud, nel descrivere il pranzo natalizio tradizionale dei napoletani; ma come l’assenza di capitone e struffoli in questa occasione sarebbe deprecabile, così non è concepibile Carnevale senza lasagna, sanguinaccio e migliaccio, o Pasqua senza beneditto (antipasto di salame, uova sode e ricotta salata) né pastiera, o Lunedì in Albis senza casatiello, o San Giuseppe senza zeppole, o Giorno dei morti senza torrone, e così via. Basti dire che vi fu un tempo in cui ci si era inventati addirittura la "vigilia" della festività dell’Assunta, col relativo "obbligo" di cibarsi esclusivamente di pane e melone.

Credo che sarebbe eccessivo in siffatte ipotesi il ricorso al concetto totemico di = "pasto sacro" (= "mangiare la divinità"), noto agli studi di antropologia. Viceversa, la motivazione reale di questi comportamenti è da individuare in un tempo in cui le ristrettezze economiche che caratterizzavano la quota medio-bassa della popolazione napoletana trovavano il loro sfogo in un semel (o quasi) in anno, nel quale ci si poteva abbandonare a "stravizi" alimentari. Sul che, poi, s’innesta il "falso linguaggio" che rende queste consuetudini un "mito di oggi": il popolo, infatti, continua ad asserire di comportarsi così "per devozione", benché sia un po’ difficile ammettere che al Signore possa tornare gradito che quel popolo festeggi la sua nascita o la sua resurrezione, cibandosi rispettivamente di roccocò e paste reali o di tagliolini in brodo e spezzatino d’agnello.

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