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SEGNALIBRO   a cura di Marisa Pumpo Pica   Fiori del mio campo, di Giovanni Baiano, Cosmopolis Edizioni Napoli   Uomo d’altri tempi, Giovanni...
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Un’estate d’altri tempi nell’isola di Arturo

(senza l’ausilio della macchina del tempo…)

 

di Giuseppe Farese

 

L’attesa delle vacanze estive è, dopo un anno di lavoro, foriera di piacevoli sensazioni: entusiasmo, allegria e tanta voglia di recidere, per un breve periodo, il legame con la quotidianità.

Quest’anno, però, nei primi giorni d’agosto, quelli che hanno precedono le mie vacanze, ho iniziato a provare una forte nostalgia, indotta, con ogni probabilità, da un articolo-amarcord di Beppe Severgnini sul Corriere della Sera. Raccontava di estati d’altri tempi, fatte di partenze all’alba, per lasciare città destinate a svuotarsi del tutto con la chiusura simultanea di uffici e negozi. Estati in cui assaporare piaceri semplici e ormai ritenuti superati, come un pezzo di cocco mangiato in spiaggia, subito dopo il bagno, o una partita di biliardino nella rotonda di un lido.  Quest’anno ho avvertito davvero il bisogno di staccare la spina e vivere un’estate all’insegna del riposo totale e della dimenticanza della routine quotidiana. Vivo a Napoli e volevo un luogo vicino da raggiungere, possibilmente, senza auto. Perché non Procida? - mi viene da pensare - perla del golfo di Napoli e ottima via di mezzo tra la caotica Ischia agostana e la Capri modaiola? In realtà, confesso la mia pecca, non ho mai conosciuto bene Procida, se non per una fugace visita, che si perde nel tempo e nella memoria.

Procida, luogo dove il tempo sembra essersi fermato per sempre: nei riposanti colori pastello delle case dei pescatori, alla marina della Corricella, nell’antico borgo di Terra Murata, nei panorami mozzafiato di Solchiaro si avverte davvero un senso di lentezza e quiete che è ben lontano dalla frenesia scomposta della quotidianità cittadina.

Pregustando tutto questo, sono partito per l’isola con il cuore appena mitigato dalla nostalgia per le semplici vacanze di tanti anni fa, ben descritte da Severgnini. E l’ambiente, le sensazioni, il modo di vivere che ho trovato ne “L’isola di Arturo”, sono andate davvero oltre le mie più rosee aspettative. E’ come se fossi stato catapultato, da un’immaginaria macchina del tempo, in un’estate degli anni sessanta o settanta.

In molte zone dell’isola i cellulari non hanno campo e questo, in qualche modo, rimanda alla stagione delle file estive fuori dalle cabine del telefono. Alla Chiaiolella, con meraviglia, intravedo qualche telefono pubblico e, addirittura, qualche ragazzo munito di scheda per telefonare. Mi si stringe il cuore ripensando alle telefonate a cui capitava di assistere, mentre in fila si attendeva il proprio turno; ragazzi che rassicuravano telefonicamente le mamme in ansia, un po’ sbuffando di fronte all’insistenza di certe domande materne. Da appassionato d’auto e moto d’epoca, poi, annoto con piacere che per le strette strade di Procida è possibile rivedere modelli che affondano le radici nell’Italia del boom economico. La mitica 500, la Fiat 850, la Vespa sui cui scorazzano tanti ragazzi, ma soprattutto la mitica Citroen Mehari, simbolo di estati lontane e spensierate. Ma è il generale clima di semplicità e familiarità a darci l'immagine dell’unicità del luogo; quella familiarità che si respira nelle pensioni dell’isola dove gli ospiti, che ormai sono habitue’ delle strutture, vengono trattati con amicizia ed esauditi in ogni piccolo desiderio. Sull’isola, poi, sono ancora le campane delle chiese a segnare il trascorrere delle ore ed è piacevole, dalla spiaggia, tendere l’orecchio per contare il numero dei rintocchi. Insomma, tutto sembra riportare ad un tempo lontano e dimenticato ed è bello lasciarsi avvolgere da sensazioni che, altrimenti, solo la memoria potrebbe riportare in superficie.

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