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Miti napoletani di oggi.9

CAPRI

 

di Sergio Zazzera

 


Fin troppo scontato sarebbe il riferimento al “mito” di Capri nell’antichità, vale a dire, quello omerico che ne ha fatto l’isola delle Sirene. Oggi, viceversa, la sua essenza mitica è l’effetto della perdita dell’identità originaria, in conseguenza dei progressivi mutamenti che le ha impresso una ipervocazione turistica, che credo non sia azzardato definire, almeno per qualche verso, malintesa.

Ernesto Mazzetti ritiene d’individuare il “mito contemporaneo” di Capri (ma anche d’Ischia e di Procida) in «storia, paesaggi naturali, preesistenze archeologiche, architetture tipiche, vicende di personaggi della cultura, dell’arte e della stravaganza». Tutto ciò, però, a ben guardare, piuttosto che il mito, costituisce la realtà dell’isola, la cui storia, d’altronde, in quanto λόγος, lungi dal costituirne un elemento, gli si contrappone.

Ora, per riprendere il filo del discorso, dopo che i vari Kopitsch, Krupp, Fersen, Munthe e via dicendo scoprirono Capri e se ne innamorarono, la popolazione dell’isola non ha saputo fare di meglio che sottoporre la stessa a una successione d’interventi di maquillage ambientale, che ne hanno modificato il volto profondamente, in senso negativo. In realtà, la sua visione dall’esterno, cioè dal mare, ne trasmette un’immagine complessiva, tutto sommato, apparentemente immutata. Viceversa, è la visione ravvicinata, che se ne riceve attraversandone le strade, quella che ne comunica appieno la sensazione di falsità del linguaggio (beninteso, figurato), significata da un’architettura non più spontanea, da vetrine degne di negozi di via Veneto, da strutture ricettive di stile hollywoodiano, destinate a soddisfare, attraverso un autosacrificio finalizzato esclusivamente al tornaconto economico di épater le bourgeois, le pretese di una clientela turistica poco disposta a separarsi, foss’anche per un tempo breve, dagli agi metropolitani cui è abituata.

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