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Ricordi del Napoli vomerese

 

di Antonio la Gala

 

Nel secondo Novecento la sostituzione delle preesistenze vomeresi non risparmiò il Campo Sportivo che agli inizi degli anni Sessanta fu demolito e ricostruito.

Il Campo del Vomero fino a quel momento era stato una realtà centrale nello sport della città e aveva anche notorietà nazionale, circostanze che derivavano dal fatto che esso era “il campo del Napoli”. Infatti dal dopoguerra fino alla sua demolizione, lo stadio, ospitò tutte le partite di campionato di serie A (e ricorrente serie B) della squadra.

La squadra partenopea, voluta da Giorgio Ascarelli, era nata nel 1926, e aveva vissuto il decennio del leggendario Attila Sallustro nello stadio Vesuvio, nel Rione Luzzatti, poi chiamato Ascarelli, inaugurato nella stagione 1929-30, con le tribune in legno, capace di 10.000 posti.

Questo stadio fu distrutto nel corso degli eventi bellici. Così nel dopoguerra l’unico stadio che con qualche intervento fu in grado di ospitare le partite di calcio si trovò ad essere quello vomerese “del Littorio”, divenuto “della Liberazione” dopo i fatti delle Quattro Giornate di cui fu protagonista. A questo punto il Vomero entrò nella storia del Napoli. La squadra nel campionato 1949-50, dopo due anni di serie B, sotto la guida di Eraldo Monzeglio, tornò in serie A.

Tornata la squadra in Serie A, il presidente Musolino vi portò grandi nomi del calcio di allora: Amadei (il “fornaretto” di Frascati), il portiere Casari, Remondini, Masoni.

Nel 1952, morto Musolino, diventò padrone della squadra Achille Lauro, che nel frattempo era diventato padrone anche della città.

In coerenza con il suo personaggio, con un atto di trascinante generosità, e con un pensiero rivolto ai voti dei tifosi, nella stagione 1952/53 Lauro comprò di tasca sua dall’Atalanta il centravanti svedese Hasse Jeppson, battendo il record di allora del costo d’acquisto, 105 milioni di lire, poco più degli attuali 50.000 euro.

Erano gli anni in cui furoreggiavano gli Svedesi: il Milan ne aveva tre, il micidiale trio d’attacco Gren, Nordal, Liedom; nell’Inter sbancava  Skoglund.

Per un Napoli sempre più grande il Comandante proseguì negli acquisti eccellenti: prelevò Vitali dalla Fiorentina e Bruno Pesaola dal Novara. Nel 1955/56, venuti di moda i sudamericani, fece arrivare il brasiliano Luis de Menezes, detto Vinicio, “o’ lione”. Le preferenze elettorali arrivarono a 300.000 voti.

Jeppson e Vinicio formavano una coppia che macinava gol, la bomba “HV”, dalle loro iniziali. E’ rimasto storico l’8 a 1 alla Pro Patria nella 5° giornata del campionato      .

Un paio d’anni dopo, Jeppson, vicino alla trentina, forse anche vedendosi un po’ appannato da Vinicio, passò al Torino. Vinicio restò al Napoli fino alla fine della stagione 1959/60, segnando 70 gol in 155 partite. Pesaola, detto “petisso” perché un po’ bassino, fu ala del Napoli per 8 stagioni. Vinicio e Pesaola, poi, saranno anche allenatori della squadra partenopea.

Questo era il Napoli che il campo del Vomero vedeva in scena la domenica pomeriggio: già da alcune ore prima della partita le strade del quartiere si animavano delle migliaia di tifosi che vi sbarcavano con ogni mezzo. Ancora non era esplosa la motorizzazione di massa e quindi era una folla prevalentemente appiedata: la piazza antistante lo stadio e le vie ad essa affluenti erano più che sufficienti ad ospitare le Fiat Topolino, le Ardea, le Millecento, le Lambrette e le Vespe, e negli ultimi tempi del Napoli vomerese, le Cinquecento e Seicento.

Tuttavia quarantamila persone, per lo più rumorose e festanti, in un quartiere che contava quasi altrettanti abitanti, non passavano inosservate: prima che le strade riacquistassero la loro abituale tranquillità doveva far sera.

Ancora non c’era Biscardi, e il “processo” alla giornata calcistica si celebrava nel Bar Stadio (angolo Via Consalvo Carelli) e nel Bar Daniele, oltre che agli incroci delle strade del quartiere.

Ma non sempre questo rito quindicinale finiva bene: anche allora i dintorni dello stadio, quando le cose sul campo non andavano nel verso auspicato, vedevano tafferugli: la “Celere” stile Scelba non andava per il sottile nel rincorrere con le camionette i più facinorosi e manganellarli. E’ rimasto memorabile il finale della partita con il Bologna del 6 novembre: il Napoli, che conduceva per 3 a 0 fu raggiunto al 90° da un rigore opinabile.

Questa partita fu nefasta per la squadra anche perché dopo di essa Lauro allontanò Monzeglio e affidò la squadra ad Amadei, che si mostrò non all’altezza del compito: ruppe il duo Jeppson-Vinicio, facendo giocare ora l’uno ora l’altro.

In quegli anni, la porta che era stata di Casari, veniva strenuamente difesa da Ottavio Bugatti, una scoperta fatta a Ferrara, nella Spal.

Ma intanto nel 1959, il nuovo grande stadio di Fiorigrotta voluto da Lauro, era pronto. I tifosi, ormai troppi, ma soprattutto le loro auto del boom della motorizzazione, non potevano essere più ospitati nelle Vie Zingarelli, Paisiello, Annella di Massimo e Rossini. Il glorioso stadio del Vomero, teatro di battaglie vere fra Tedeschi e Italiani, e di battaglie calcistiche, conobbe, malinconicamente, il piccone demolitore, che vi si avventerà sopra, nei primi anni Sessanta.

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