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Miti napoletani di oggi.12

LA “TERRA DEI FUOCHI”

 

di Sergio Zazzera

 

Di per sé, il fuoco può essere rappresentato con una valenza positiva, catartica, ovvero con una negativa, distruttrice; soltanto in quest’ultima ipotesi, però, tale valenza avrà una connotazione realistica, laddove nell’altra essa non può ch’essere mitica.

Alla ribalta del mito il fuoco si affaccia nel mondo greco, con la vicenda di Prometeo, l’eroe condannato a essere incatenato e a vedersi divorare il fegato da un’aquila, per avere sottratto la fiamma agli dei e averla consegnata agli uomini, insegnando loro a servirsene.

L’associazione concettuale tra fuoco e terra, poi, si riscontra anch’essa in età classica, con la definizione di “Campi Flegrei”, attribuita alla regione estesa fra Posillipo e Cuma, caratterizzata da consistenti fenomeni di vulcanismo. In tempi più vicini ai nostri, ancora, vale a dire, nel XVI secolo, la denominazione di “Terra del Fuoco” fu data dai marinai europei all’arcipelago dell’America meridionale esteso fra Punta Anegada e Capo Horn, lungo le coste del Cile e dell’Argentina, che dal largo appariva costellato di fuochi accesi dagl’indigeni per proteggersi dal freddo.

Una suggestiva assonanza col nome di tale ultima località si riscontra nella definizione di “Terra dei Fuochi”, assegnata dal Rapporto Ecomafie 2003 all’area estesa fra la provincia di Napoli e quella di Caserta, che comprende sostanzialmente i territori comunali di Qualiano, Giugliano in Campania, Orta di Atella, Caivano, Acerra, Nola, Marcianise, Succivo, Frattaminore, Frattamaggiore, Mondragone, Castelvolturno e Melito di Napoli. Tale denominazione, recepita finanche dalla Camera dei Deputati e alla cui diffusione tra il pubblico ha contribuito largamente Roberto Saviano, nasce dalla prassi, invalsa tra la popolazione di questi comuni, d’incendiare i cumuli di rifiuti, spesso anche tossici, riversati in maniera illegale lungo le strade, da parte di cellule della criminalità organizzata, dando vita così allo “spettacolo” – si licet – di roghi che diffondono fumi nell’atmosfera e diossina e altre sostanze tossiche nei terreni circostanti, con una potenzialità inquinante davvero sterminata.

Dove ravvisare il mito è presto detto: molto probabilmente, in buona fede, queste popolazioni danno alle fiamme quei rifiuti, nel convincimento di compiere un gesto purificatore, senza avvedersi del fatto che la loro azione è meramente distruttrice, oltre che, in maniera diretta, dei materiali incendiati, pure, in maniera indiretta, ma molto più grave, dei prodotti delle loro terre, la cui vocazione agricola è riconducibile a più secoli addietro, così provocando anche un danno alla propria economia e contribuendo alla trasmissione del danno stesso fra tutti i consumatori di quei prodotti. 

 

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