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La caduta del Forte di Vigliena   di Antonio La Gala     Uno degli episodi militari che portarono alla caduta della Repubblica Partenopea del 1799,...
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Salute e benessere TUTTI PAZZI PER LA FRUTTA ESOTICA   di Luigi Rezzuti   Per frutta esotica  o tropicale si intendono i frutti di quelle piante...
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E’ FINITO IL CAMPIONATO DI CALCIO DI SERIE A 2016 – 2017   di Luigi  Rezzuti   Spalletti, allenatore della Roma,  a fine campionato si è ritrovato con...
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QUALI “PRIMARIE”?   di Sergio Zazzera   Le “primarie” del 6 marzo scorso, finalizzate alla designazione del candidato alla carica di sindaco di...
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Paolo Ricci: falce e pennello   di Antonio La Gala     Una figura di rilievo nel panorama culturale della Napoli del Novecento è stato Paolo Ricci...
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FIORI DEL MIO CAMPO  
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Invisibili in una classe separata   di Antonio La Gala   Il Vomero visse il ventennio fascista né più né meno di come lo visse il resto della città,...
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 SPIGOLATURE   di Luciano Scateni   I “no” degli omofobi   Il becero ribellismo della Lega Nord carica Salvini di odio sociale e non ci vuole il...
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Parlanno ’e poesia 11   di Romano Rizzo    E. A. Mario   E. A. Mario (al secolo Giovanni Gaeta) è stato un monumento nella storia della poesia e...
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IL MAIALE

 

di Peppe Iannicelli

 

Vorrei tesser le lodi di un invero molto nobile animale, il più utile di tutti: il maiale. Ritorno così alla mia infanzia semi-contadina quando nel momento più freddo dell’inverno si ammazzava il suino. O meglio ci pensava mio nonno Gennaro, qualche volta anche mio padre Domenico, a fargli la festa. Lo teneva calmo con un pugno di ghiande fino al momento d’issarlo sul tavolaccio. Un colpo preciso alla giugulare ed il sangue fiottava liberando i muscoli. Era necessaria una morte sì dolorosa perché la carne rendesse al meglio. Nonno Gennaro dirigeva la lavorazione con piglio di feldmaresciallo. Guai se una donna con il ciclo avesse toccato la carne, guai se qualche nipote petulante avesse osato disturbare la salagione o le legature. Solo a me era consentito il privilegio di lavorare la carne più pregiata per tirarne fuori salami da usare in caso – non sia mai -  di guai familiari, per un medico, un avvocato, un assessore. Che meraviglia i primi assaggi di frattaglie, la braciola di cotenna, le costolette, il lardo con le patate ed i peperoni sott’aceto. Sono passati almeno cinque lustri, ma sembra ieri. Rivedo i coltellacci, le budella da riempire, la testa di maiale con l’arancia tra le fauci, esposta alla finestra, la vescica riempita di sugna. Sento il tepore del fuoco che ardeva nel cammino, gioco con il vapore che si sprigionava dai calderoni d’acqua bollente, che serviva per ammorbidire il vello del maiale per poterlo ripulire ben bene. Erano giorni di festa quelli dell’uccisione del maiale. Giorni grassi d’unto e di ritrovati rapporti familiari e di vicinato. Era una mobilitazione generale per tener fermo il maiale sul tavolaccio e poi lavorarne la carne. I più piccoli venivano mandati in giro con i “pruvaruli”, le primizie di salsiccia, i piatti con il sanguinaccio. Nonno Gennaro se n’è andato pochi mesi dopo il terremoto del 1980. Il maiale abbiamo cominciato ad acquistarlo già morto, dal macellaio, in quantità sempre più limitate, anno dopo anno. Alla fine le salsicce abbiamo finito col  comprarle al supermercato, il sanguinaccio è stato bandito dopo le innumerevoli epidemie e delle frattaglie di maiale la salute suggerisce di non abusare. Sono cresciuto e del mio piccolo mondo antico resta solo qualche ricordo per nulla sbiadito, ma quei sapori e quell’atmosfera festosa non li ho più ritrovati.

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