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IL TEATRO A NAPOLI   a cura di Luigi Rezzuti   Napoli è una città che trova svariati modi di esprimersi, dalla poesia alla musica, dal teatro al...
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Andiamo a teatro   a cura di Marisa Pumpo Pica   Rassegna Atelier - Domenica 8 gennaio al Nuovo di Salerno - Piaf: black without wings Secondo...
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Natale alla Nicolardi tra bravura e solidarietà   di Annamaria Riccio   Come ormai è consuetudine, anche quest’anno alla scuola media “D’Ovidio...
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Gianfranco PECCHINENDA, Come se niente fosse   di Luigi Alviggi   Undici racconti aprono lo sguardo su una serie di scenari ove le differenze tra...
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L’OSSESSIONE DELLE VACANZE ALL’ESTERO   di Luigi Rezzuti   La vacanza è un diritto inalienabile. Una volta, tanti anni fa, era un lusso solo per...
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Discutibili sentenze arbitrali   di Luigi Rezzuti   Ad appena otto giorni dal termine del campionato, il Napoli subisce una sonora sconfitta da...
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Calciomercato invernale 2016   di Luigi Rezzuti   Si è concluso, da appena un mese, il girone di andata del campionato italiano di calcio ed è subito...
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PREMIO NAZIONALE DI POESIA "SALVATORE CERINO"     (Dicembre 2018)
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Paolo Ricci: falce e pennello   di Antonio La Gala     Una figura di rilievo nel panorama culturale della Napoli del Novecento è stato Paolo Ricci...
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IL MAIALE

 

di Peppe Iannicelli

 

Vorrei tesser le lodi di un invero molto nobile animale, il più utile di tutti: il maiale. Ritorno così alla mia infanzia semi-contadina quando nel momento più freddo dell’inverno si ammazzava il suino. O meglio ci pensava mio nonno Gennaro, qualche volta anche mio padre Domenico, a fargli la festa. Lo teneva calmo con un pugno di ghiande fino al momento d’issarlo sul tavolaccio. Un colpo preciso alla giugulare ed il sangue fiottava liberando i muscoli. Era necessaria una morte sì dolorosa perché la carne rendesse al meglio. Nonno Gennaro dirigeva la lavorazione con piglio di feldmaresciallo. Guai se una donna con il ciclo avesse toccato la carne, guai se qualche nipote petulante avesse osato disturbare la salagione o le legature. Solo a me era consentito il privilegio di lavorare la carne più pregiata per tirarne fuori salami da usare in caso – non sia mai -  di guai familiari, per un medico, un avvocato, un assessore. Che meraviglia i primi assaggi di frattaglie, la braciola di cotenna, le costolette, il lardo con le patate ed i peperoni sott’aceto. Sono passati almeno cinque lustri, ma sembra ieri. Rivedo i coltellacci, le budella da riempire, la testa di maiale con l’arancia tra le fauci, esposta alla finestra, la vescica riempita di sugna. Sento il tepore del fuoco che ardeva nel cammino, gioco con il vapore che si sprigionava dai calderoni d’acqua bollente, che serviva per ammorbidire il vello del maiale per poterlo ripulire ben bene. Erano giorni di festa quelli dell’uccisione del maiale. Giorni grassi d’unto e di ritrovati rapporti familiari e di vicinato. Era una mobilitazione generale per tener fermo il maiale sul tavolaccio e poi lavorarne la carne. I più piccoli venivano mandati in giro con i “pruvaruli”, le primizie di salsiccia, i piatti con il sanguinaccio. Nonno Gennaro se n’è andato pochi mesi dopo il terremoto del 1980. Il maiale abbiamo cominciato ad acquistarlo già morto, dal macellaio, in quantità sempre più limitate, anno dopo anno. Alla fine le salsicce abbiamo finito col  comprarle al supermercato, il sanguinaccio è stato bandito dopo le innumerevoli epidemie e delle frattaglie di maiale la salute suggerisce di non abusare. Sono cresciuto e del mio piccolo mondo antico resta solo qualche ricordo per nulla sbiadito, ma quei sapori e quell’atmosfera festosa non li ho più ritrovati.

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