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Il CAM, il museo anticamorra, dedica una sala a Roberto Saviano a cura di Antonio Manfredi   Nei giorni scorsi, si è svolta, presso il CAM, la...
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“UN PERCHÉ AL GIORNO TOGLIE LA NOIA DI TORNO”   Giovedì 23 Maggio, ore 18,  Nuovo Teatro Sancarluccio, via San Pasquale, Napoli. Roberto D’Ajello e...
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Lutto in casa Cosmopolis per la morte di Peppe Talone   di Marisa Pumpo Pica     Non è facile metabolizzare un lutto e ancor meno lo è quando il...
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Buongiorno mezzanotte, torno a casa   Il tempo del vino e delle rose - Caffè letterario - piazza Dante 44/45, Napoli - Info 081 014 5940 Mercoledì 18...
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IL MAIALE

 

di Peppe Iannicelli

 

Vorrei tesser le lodi di un invero molto nobile animale, il più utile di tutti: il maiale. Ritorno così alla mia infanzia semi-contadina quando nel momento più freddo dell’inverno si ammazzava il suino. O meglio ci pensava mio nonno Gennaro, qualche volta anche mio padre Domenico, a fargli la festa. Lo teneva calmo con un pugno di ghiande fino al momento d’issarlo sul tavolaccio. Un colpo preciso alla giugulare ed il sangue fiottava liberando i muscoli. Era necessaria una morte sì dolorosa perché la carne rendesse al meglio. Nonno Gennaro dirigeva la lavorazione con piglio di feldmaresciallo. Guai se una donna con il ciclo avesse toccato la carne, guai se qualche nipote petulante avesse osato disturbare la salagione o le legature. Solo a me era consentito il privilegio di lavorare la carne più pregiata per tirarne fuori salami da usare in caso – non sia mai -  di guai familiari, per un medico, un avvocato, un assessore. Che meraviglia i primi assaggi di frattaglie, la braciola di cotenna, le costolette, il lardo con le patate ed i peperoni sott’aceto. Sono passati almeno cinque lustri, ma sembra ieri. Rivedo i coltellacci, le budella da riempire, la testa di maiale con l’arancia tra le fauci, esposta alla finestra, la vescica riempita di sugna. Sento il tepore del fuoco che ardeva nel cammino, gioco con il vapore che si sprigionava dai calderoni d’acqua bollente, che serviva per ammorbidire il vello del maiale per poterlo ripulire ben bene. Erano giorni di festa quelli dell’uccisione del maiale. Giorni grassi d’unto e di ritrovati rapporti familiari e di vicinato. Era una mobilitazione generale per tener fermo il maiale sul tavolaccio e poi lavorarne la carne. I più piccoli venivano mandati in giro con i “pruvaruli”, le primizie di salsiccia, i piatti con il sanguinaccio. Nonno Gennaro se n’è andato pochi mesi dopo il terremoto del 1980. Il maiale abbiamo cominciato ad acquistarlo già morto, dal macellaio, in quantità sempre più limitate, anno dopo anno. Alla fine le salsicce abbiamo finito col  comprarle al supermercato, il sanguinaccio è stato bandito dopo le innumerevoli epidemie e delle frattaglie di maiale la salute suggerisce di non abusare. Sono cresciuto e del mio piccolo mondo antico resta solo qualche ricordo per nulla sbiadito, ma quei sapori e quell’atmosfera festosa non li ho più ritrovati.

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