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Artisti vomeresi e realtà: tengo famiglia

 

di Antonio La Gala

 

 

Il quartiere Vomero, a partire dagli ultimi anni dell'Ottocento, acquisì rilevanza in campo artistico, grazie alla nuova disponibilità di residenze e lo sviluppo dei mezzi di trasporto per accedervi, cosa che incentivò molti artisti a trasferirvisi, anche perché in quel periodo l’ambiente collinare (il verde, le masserie, osterie, pagliarelle, pini e squarci panoramici) corrispondeva ai soggetti preferiti dalle tendenze pittoriche napoletane dell’epoca. In breve il Vomero divenne un luogo di aggregazione di artisti, una Montmartre.

All’interno della collettività degli artisti vomeresi si creò un'atmosfera di amicizia, testimoniata, ad esempio, da un episodio natalizio. Si racconta che una sera di Natale, i pittori Casciaro, Chiancone ed altri videro, fuori il bar Daniele di Via Scarlatti, lo scultore Tizzano con una sua piccola scultura in mano. Capirono che l'artista, che versava in grande miseria, andava in giro per venderla. Fecero allora una rapida colletta e comprarono loro la statuetta.

Nei primi decenni del secolo il luogo più frequentato per riunioni di artisti era Villa Casciaro, ma succursali della villa per incontri fra artisti locali erano i bar, ed in particolare quelli di Piazza Vanvitelli, oppure lo scomparso Bar Daniele, o la trattoria Sica di Via Bernini, altro luogo mitizzato d'incontro di artisti e intellettuali non solo vomeresi ma anche di personaggi di grossa caratura locale e nazionale. Le pareti del locale fino alla passata gestione esibivano cimeli-ricordi di queste frequentazioni, oggi scomparsi.  

Giuseppe Casciaro venne a Napoli, sostenuto dal sussidio di uno zio prete che lo voleva medico, ma animato dalla passione per la pittura. Fra medicina e pittura Casciaro scelse la pittura. Lo zio gli tagliò i viveri, cosa che lo costrinse ad arrangiarsi con le 5 lire mensili che gli inviavano zia Carolina e zia Carmela, fino a quando cominciò ad esporre e guadagnare. Come vuole la tradizione degli artisti, fece la  bohéme, dormendo su panchine pubbliche. Una volta fu arrestato per vagabondaggio perché aveva preso a dormire davanti ad una farmacia sui gradini della chiesa di S. Teresa al Museo.

 

Una diffusa consuetudine retorica esige che dei letterati e degli artisti, si debba scrivere con accenti favoleggianti e/o apologetici. Tuttavia, per amore di verità si può dire che, in genere, la loro vita non sempre, e necessariamente, si svolga al livello alto delle loro opere o presenti accadimenti di particolare rilievo. Ora, non per demitizzare il mondo degli artisti, ma non solo della Montmatre vomerese, presentiamo qualche istantanea che ce lo mostra, in realtà, animato da gente “normale”, debolezze comprese.

Cioè, per un Caravaggio "maledetto" e per un Saverio Altamura, le cui vite furono un romanzo di avventure, per uno Chopin o un Salvator Rosa, che fecero della loro vita uno specchio della loro Arte, esistono artisti che, invece di una vita "maledetta" o avventurosa, ne hanno condotto una meno epica;  spesso sono stati dei placidi borghesi, come saggi padri di famiglia, dediti alla loro "professione" di pittori, che "facevano un quadro" come una casalinga farebbe un merletto.

Una preoccupazione molto diffusa degli artisti era quella di trovarsi un "posto sicuro" di insegnante in qualche scuola d'arte, talvolta brigando e sgomitando nei modi d'uso, preoccupazione legittima, specialmente per quegli artisti che sperimentavano maniere espressive nuove e che quindi non “vendevano”, come ad esempio Emilio Notte, che non riuscì a vendere per vent'anni. Era perciò comprensibile la preoccupazione “tengo famiglia”. Infatti qualche pittore ha lasciato ricchi i propri eredi, altri sono morti senza lasciare un soldo. Le loro vedove sono sopravvissute, non sempre, solo grazie alla progressiva vendita postuma, se fortunata,  dei quadri dei mariti.

Comportamento di vita “normale” era poi la gestione della concorrenza di mestiere. Molti ricorrevano a trucchetti per frequentare studi di colleghi per carpirne i segreti, ma di contro facevano di tutto per non farsi ricambiare le visite. Oppure le manovre per essere ospitati in mostre invece di altri.

Anche presso i nostri eroi l'Arte non si alimentava solo di estasi ma anche di vermicelli alle vongole. Il rapporto fra artisti e buona tavola era solido.

Le agresti trattorie del primo Novecento offrivano, al riguardo, buone opportunità. In occasione di inaugurazioni di mostre era consuetudine vedere in qualche vicina trattoria o ristorante lunghe tavolate di decine di personaggi, fra pittori, scultori, poeti, critici d'arte, vecchi e giovani. 

Non andrebbero esenti da revisionismo storico anche gli incontri di gruppi artistici in questo o quel caffè, su cui si sono spese in toni apologetici le migliori penne nostrane, convegni che lasciavano impressioni meno epiche nei comuni spettatori, nei passanti quei bar, inconsapevoli di essere testimoni di storiche adunanze. Anche perché qualche artista era intercettato durante il suo parlare "colorito"; in qualche altro si coglieva l'attento interesse (si presume artistico) alle curve femminili di passaggio; altri ancora si distinguevano per il look particolarmente trasandato. Taluni addirittura per la poca pulizia. Alcune artistiche folte chiome candide che nella pubblicistica agiografica vengono ricordate come aureole messe lì a santificare i personaggi, si accompagnavano in qualche caso ad abbondanti e trascurate forfore.

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