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ADDIO MERCATINI, ADDIO CONCORRENZA

 

di Sergio Zazzera

 

Ho avuto la fortuna di frequentare la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Napoli (allora non ancora intitolata a Federico II) giusto mezzo secolo fa, quando a insegnarvi c’erano Maestri, più che professori; e uno di questi era l'economista Mario De Luca. Profondo conoscitore della sua materia, egli aveva ben chiare le idee su ciò che di essa poteva essere utile a uno studente di Giurisprudenza; e, da vecchio liberale (che – come poi ho scoperto – aveva partecipato attivamente anche alle Quattro Giornate), ci aveva spiegato, fra l’altro, che il modello di mercato connotato dalla concorrenza costituiva una delle caratteristiche dell’economia “di destra”.

La sua lezione era stata talmente chiara, che me n’ero portato appresso il convincimento, fino a domenica scorsa. Sì, voglio dire, fino a quando non ho trovato la mia fornitrice di (ottimo) yogurt artigianale e il mio fornitore di corbezzoli (vulgo, sòrve pelóse), e ho appreso che le autorità comunali avevano revocato l’autorizzazione a tenere mercatini settimanali nelle piazze napoletane, conferita da qualche tempo a Confagricoltura, Coldiretti e altre organizzazioni similari. A spingere in questa direzione, stando a quanto mi si è detto, sarebbero stati gli ambienti politici napoletani di destra, sollecitati dai commercianti cittadini, ai quali il rapporto qualità-prezzo dei prodotti offerti dai banchetti domenicali sottraeva uno spicchio, forse anche alquanto consistente, di clientela.

Un dubbio, però, continua ad assalirmi, da quel momento: il buon professore De Luca c’ingannava o la spasmodica ricerca di una base elettorale il più possibile solida ha indotto la destra ad abdicare ora ai propri principî, passando dall’economia della concorrenza a quella del cartello?

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