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UN VIAGGIO DI ALTRI TEMPI   di Luigi Rezzuti   Un mendicante, tutte le sere se ne andava a dormire nella stazione centrale di piazza Garibaldi a...
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SALERNUM WINE FORUM       Un modello previsionale, elaborato da un gruppo di ricercatori, ha stimato i possibili impatti del cambiamento climatico...
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ANTICHI SAPORI   di Luigi Rezzuti   Con l’avvicinarsi della stagione invernale mi sono tornati alla mente gli antichi sapori di una volta, tra cui...
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La tarantina - L’ultimo femminiello   di Luigi Rezzuti   Fu cacciato di casa all’età di nove anni e la sua unica scuola fu il marciapiede. Per le...
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Miti napoletani di oggi.16

LA “CITTA’ CABLATA”

 

di Sergio Zazzera

 


Primi anni novanta: i media diffondono la notizia del progetto che intende fare di Napoli la prima “Città cablata” d’Italia, elaborato da Corrado Beguinot, docente di tecnica urbanistica nell’Università “Federico II”. In breve tempo, infatti, la città è disseminata di buche e di trincee, scavate per la posa dei cavi in fibra ottica, destinati a fornire a Napoli il nuovo servizio, nell’arco di due anni, con un impegno di spesa di 5.000 miliardi di lire. Oltre che lungo le strade, parte dei lavori viene eseguita anche all’interno di edifici privati, i cui proprietari si aspettano un ritorno in vantaggi dal sacrificio che la realizzazione di quei lavori impone loro. Così già nel 1996, con una prima spesa di 600 miliardi di lire, sostenuta dalla STET, Chiaja e il Vomero sono “quartieri cablati”, al punto che del progetto Ermanno Corsi traccia un entusiastico panegirico, nonostante nel frattempo eserciti di grossi topi (le sorcŭlae dei Romani), espulsi dai loro rifugi sotterranei, abbiano invaso le strade dei due quartieri, per nulla intimoriti dal viavai di pedoni e di veicoli.

E qui emerge il primo “mito di oggi”: la “città cablata”, infatti, dovrebbe eliminare la mobilità, vale a dire, la necessità di quotidiani spostamenti per il soddisfacimento delle esigenze individuali; fatto, questo, che finirebbe per determinare una forma d’isolamento reciproco degl’individui, vera e propria anticamera dell’alienazione.

Emerge, quindi, immediatamente dopo e con maggiore evidenza, il secondo mito: è sotto gli occhi di tutti che, in questo scorcio di terzo millennio, non soltanto nulla è stato fatto, perché i collegamenti con la rete realizzata potessero entrare in funzione, ma addirittura le colonnine e gli armadi ripartitori collocati lungo le strade sono stati quasi tutti vandalizzati e in buona parte perfino demoliti. E devo esprimere qui il mio netto dissenso, rispetto a quanti vorrebbero che queste strutture danneggiate fossero rimosse: come, infatti, di testimonianze dei miti classici è pieno il Museo archeologico nazionale, così mi sembra giusto che Napoli possa essere, a sua volta, un museo all’aperto dei suoi miti contemporanei.

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