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Miti napoletani di oggi.19

L’ARTE CONTEMPORANEA

 

di Sergio Zazzera

 


In termini generali, il mito dell’arte contemporanea si risolve nella negazione della tesi di Ernst Cassirer e di Erich Fromm, i quali pongono alla radice del linguaggio la convenzione intersoggettiva, nel senso che un quid potrà essere designato da un dato nome, alla condizione che gl’individui tra i quali il discorso si svolge abbiano convenuto – magari, in maniera tacita, perché lo avevano concordato già i loro progenitori – che quello fosse il suo appellativo. Dal che discende, poi, il corollario, secondo cui, poiché tra i soggetti del dialogo è intercorso quell’accordo, di nessuna mediazione di terzi dovrà essere avvertita la necessità – al di fuori, beninteso, di quella dell’interprete, allorché essi s’esprimano mediante idiomi diversi –, perché essi stessi possano comprendersi a vicenda. E va da sé che, poiché per «linguaggio» dev’essere intesa qualsiasi forma di espressione/comunicazione interindividuale, il principio così affermato deve trovare necessariamente applicazione, non soltanto a quella verbale, ma a qualsiasi modalità espressiva, ivi compreso il linguaggio artistico.

è chiaro che l’accettazione di questo discorso è più semplice, relativamente al settore dell’arte, che suol essere definito “figurativo” e che sarebbe più corretto denominare “iconico”, mentre lo è di meno, relativamente a tutte quelle forme “aniconiche” (volgarmente dette “astratte”), attraverso le quali si manifesta l’arte contemporanea, dal cubismo e dal futurismo in avanti; quelle cioè di fronte alle quali il Bourgeois gentilhomme molièriano non avrebbe remore ad abbandonare l’idioma francese, ponendo l’interrogativo romanesco: «Ma che vòr dì’?».

Una convincente spiegazione del fenomeno l’ha fornita di recente il pensatore francese Jean Clair, il quale individua nell’azione congiunta del critico, dello storico e del mercante d’arte quel «rendere straordinaria la munnezza con le parole», secondo la più brutale formula proposta da Giuseppe Antonello Leone, soprattutto quando – come non manca di sottolineare, a sua volta, Emilio Pellegrino – «non tutte le opere sono detentrici di messaggi», il che equivale a dire che talvolta sarebbe vano affannarsi per comprenderne il significato. D’altronde, è ancora troppo presto perché un valido giudizio critico sull’arte contemporanea possa essere emesso e, del resto, non v’è dubbio che ogni epoca abbia avuto i suoi capolavori e le sue “croste” (non tutto il Cinquecento s’identifica con Leonardo e non tutto il Seicento con Caravaggio), ma soltanto il tempo potrà esprimere le necessarie valutazioni.

Con riferimento diretto alla città di Napoli, un esempio emblematico della situazione fin qui esposta si riscontra nelle installazioni natalizie ospitate da diversi anni in piazza Plebiscito. Penso, in maniera particolare, ai mobili sospesi alle volte del colonnato, di Jannis Kounellis (1996), che una donna del Pallonetto definì, in maniera quanto mai pittoresca, ‘o sfratt’’e casa sott’ê cculonne ‘e San Francisco. E penso soprattutto alle famigerate “mongolfiere” di Carsten Nicolai (2009), a proposito delle quali nessuno s’era posto il problema che in pieno dicembre su piazza Plebiscito potesse fare la sua apparizione il vento, favorito dall’ampiezza di quella e dall’incanalamento che le strade circostanti gli consentono, da qualsiasi direzione esso spiri.

Il discorso su tutte queste installazioni “di strada” si tira dietro, infine, la menzione di quella sorta di generatore d’elettricità ad azione eolica, realizzato nel 1998 dal sullodato Kounellis e collocato al Ponte di Tappia, per il quale però credo che sia doveroso ribadire quanto scrivevo altrove, a proposito della Piroga lignea scolpita da Hidetoshi Nagasawa: soltanto se esso non produce realmente elettricità, è corretto qualificarlo opera d’arte; altrimenti siamo di fronte semplicemente a una sorta di apparecchio elettrostatico, sia pure realizzato da un artista, dal momento che della realtà l’arte è – non può ch’essere – mera imitazione.

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