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Miti napoletani di oggi.22

NA - USA

 

di Sergio Zazzera

 


Mio padre raccontava che la trepida attesa degli Alleati (non si sa bene di chi,), dopo il loro sbarco a Salerno, fu espressa a Napoli dalla formula: «Ma quando arrivano?», che non tardò a essere sostituita, dopo ch’essi si erano fatti conoscere, dall’altra: «Ma quando se ne vanno?». Tutto ciò avveniva oltre settant’anni fa, nel lontano 1943, e quell’arrivo fu preceduto e accompagnato da un paio di centinaia di raid aerei, con tanto di bombardamenti, che aggiunsero altri danni a quelli provocati dall’attività bellica dei tedeschi, non soltanto a strutture pubbliche, ma anche ad abitazioni private. Da allora, però, il percorso dei rapporti Napoli-U.S.A., con partenza da pane bianco, cioccolata, sigarette e chewing gum e con arrivo a Lehmann Brothers Holdings Inc. dei giorni nostri e relative conseguenze, è stato assai lungo, oltre che assai doloroso.

Qualcuno ha affermato che Napoli sarebbe la città più americana d’Europa; non so se ciò sia vero, ma, se lo fosse, questa condizione sarebbe stata subìta dalla città, suo malgrado, e sarebbe questo il profilo più significativo del mito/falso linguaggio. Una verità, semmai, può essere riconosciuta nella partecipazione di Napoli ai benefici dell’E.R.P. (il cosiddetto Piano Marshall), costituito dagl’interventi economici stanziati dagli U.S.A. per la ricostruzione delle città europee danneggiate dalla guerra; anche qui, però, il mito sembra fare capolino. È anche vero, infatti, che Napoli ha ospitato fino a qualche anno fa il Quartier Generale della N.A.T.O. a Bagnoli, che, per fortuna della città e dei suoi cittadini, è stato aperto al pubblico dopo la sua “liberazione” (è il caso di dirlo, questa volta) il 1° dicembre 2013, con la manifestazione etichettata “Nat’a Bagnoli”. Ed è anche vero che  Napoli ha accolto, fino a pochi decenni fa, nell’ambito del territorio cittadino interi insediamenti di militari statunitensi qui distaccati: si pensi a via Caravaggio o a via Scarfoglio, dove il numero dei cartelli scritti in lingua inglese superava in misura esponenziale quello dei cartelli scritti in italiano. E credo proprio che la presenza lunga e massiccia della N.A.T.O. a Napoli possa essere interpretata come l’ammontare degl’interessi che la città ha dovuto corrispondere sul costo del Piano Marshall.

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