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SEGNALIBRO

a cura di Marisa Pumpo Pica

Chi ha raccolto le conchiglie 

di Mariacarla Rubinacci - LCE edizioni

 

Da quando ho conosciuto Mariacarla Rubinacci che, tra l’altro, è una valida socia del Centro culturale “Cosmopolis”, nonché un’attiva collaboratrice de Il Vomerese, ho avuto modo di apprezzarla come scrittrice e di seguire il suo percorso letterario, presentando e recensendo le sue “storie di donne”, come lei ama definire i suoi romanzi, “La fantasia di Francesca” e “La bambola sulla sedia”.

Le protagoniste dei suoi libri sono donne sensibili, talvolta sfuggenti ed enigmatiche, ma dalla forte personalità, ed il grande merito dell’autrice è quello di mettere a fuoco, con tratti precisi e ben delineati, questa loro personalità, che avvince ed affascina il lettore.

Qui, nel suo nuovo e coinvolgente romanzo, Mariacarla affronta un tema delicato e complesso, quello dell’omosessualità. E lo affronta con coraggio, con piglio deciso. Accanto ad esso, il tema dell’amore, come negli altri suoi precedenti lavori e, soprattutto, il tema della maternità, vissuta con sofferta trepidazione.

Anche questa volta ci troviamo di fronte ad una storia di donne. Una storia d’amore, che coinvolge due amiche,  Sandra   e Mara, vissuta nel silenzio e tenuta nascosta, nel timore  dell’incomprensione di un mondo, considerato incapace di ascoltare e capire, propenso, piuttosto, soltanto a giudicare e condannare. Questo amore viene vissuto, come d’altronde è comprensibile, con tutte le contraddizioni possibili ed immaginabili.

È superfluo sottolineare che, come negli altri suoi lavori, la scrittura è gradevole, senza sbavature, fuori da ogni inutile retorica, nella quale l’autrice avrebbe potuto forse anche scivolare, in taluni casi. Da tale rischio Mariacarla Rubinacci si tiene ben lontana, conservando sempre uno stile spigliato, con tratti di grande scorrevolezza e modernità.

A tal proposito, un particolare importante riguarda proprio la forma narrativa, particolare significativo alla luce della struttura del testo. Il libro, infatti, si apre con una scrittura in prima persona e ad essa seguirà, poi, la narrazione dell’intera storia in terza persona, attraverso un lungo flash back, che partirà dalla primissima infanzia di Sandra, voce narrante e protagonista del romanzo. Il passaggio dalla prima alla terza persona si spiega in quanto le prime pagine sono un lungo dialogo-confessione di Sandra con la figlia Martina. Un dialogo, che è come  lo sfogliare, insieme a lei, un diario, il diario della sua vita, del suo percorso tormentato e tortuoso, di cui le compaiono dinanzi “schegge impazzite” che non le danno tregua. In questa sua dolorosa esistenza, la figlia Martina, come la madre stessa riconosce, rappresenta, “l’ancora” cui aggrapparsi disperatamente “nella barca che andava alla deriva”, mentre lei naufragava “nel mare delle bugie.” “Non le avevo mai detto che lei è la pelle che mi ha fatto sentire nuova, il sacrificio per riscattarmi, il dono che mi sono regalata, la vittoria conseguita dopo un’ affannosa ricerca.”

Nel narrare la sua storia alla figlia, Sandra la definisce “una storia trascinante quanto viscerale, romantica quanto coraggiosa, allegra quanto sofferta, bella e impegnativa come la trama di un film. Ti sembrerà inventata perché ti apparirà assurda. Invece è la storia vera di una vita, la mia…Una storia importante e intensa, che potrebbe essere quella di tante altre donne, mentre invece è quella che mi ha vista sola, prima che entrassi a far parte del nostro quadro.”

E bisogna dire che la protagonista vive questa sua storia come storia di dolore ma anche di libertà, di ricerca e riconquista affannosa di una propria identità. La vive questa storia  con un sentimento di grande solitudine, che affiora in molte pagine, accanto ad altri stati d’animo contrastanti e forse anche contraddittori, come vedremo.

“La ripercorro anche per punirmi”, dirà Sandra  alla figlia. “Tu sei stata il dono, il perdono ed il riscatto. Sei stata e sarai sempre l’amore”. Questo amore, che unisce madre e figlia, lo abbiamo ritrovato spesso nelle pagine degli altri libri di Mariacarla. E restano tra le sue pagine più belle e toccanti.  .

Dunque l’amore e, accanto ad esso, il sentimento della maternità, che assume, come si è visto, un valore liberatorio.

Ma vi è un’ultima considerazione da fare e riguarda il titolo ed il rapporto sessualità e libertà.

Relativamente al titolo, Chi ha raccolto le conchiglie, senza il punto interrogativo, come ci saremmo aspettati, esso ben viene chiarito sul risvolto di copertina dove leggiamo che “le conchiglie cui si allude nel titolo rappresentano il codice occulto di un dialogo interrotto e poi ripreso quando finalmente una mano si allungherà a raccoglierle.”

E non è il caso di aggiungere altro perché vi priveremmo della curiosità e della gioia della lettura, che di un libro sono, senza dubbio, l’aspetto più significativo.

Veniamo, ora, al discorso sessualità-libertà. In quale rapporto sono questi due termini?

Nel libro cogliamo uno scandaglio attento ed accurato, molto approfondito, su una sessualità mal vissuta o avvertita come tale. Diversamente non si spiegherebbero le angosce, le paure, i sentimenti contrastanti, sofferti dalla protagonista. L’indagine corre lungo tutto il romanzo, a partire dalle prime pagine di quel dialogo-confessione e del sofferto flash back, che non avrebbe ragion d’essere se la sessualità di Sandra fosse stata vissuta senza sensi di colpa e senza angosce o crisi. Sandra vive forti contraddizioni. In diverse pagine del libro si fa riferimento alla libertà sessuale, ai pregiudizi di un  mondo che condanna questa libertà e non vuole accettarla, volgendo gli occhi da un’altra parte.

E allora perché, mentre invoca la libertà, la protagonista non la vive veramente questa sessualità e la vive, invece, come male, come peccato?. Questo è il nodo del problema e questo è il tratto significativo di un personaggio molto coinvolgente proprio perchè porta drammaticamente il peso delle sue contraddizioni e in queste sue contraddizioni ed angosce rispecchia le angosce e le contraddizioni della vita e della nostra società. E per questo è vero ed autentico.

Si parla di libertà, di una libertà fuori dai pregiudizi del mondo, fuori dagli schemi della “normalità” e poi si leggono alcune pagine in cui Sandra dice che deve “riscattarsi” dal marcio di cui si era cibata e si parla di impegno per la redenzione dopo  aver “sporcato la vita con atteggiamenti di cui non  era fiera”.

Come si scioglie, dunque, il nodo sessualità e libertà? La sessualità, in questo caso, è libertà o peccato e, soprattutto, è vissuta dalla protagonista come espressione di libertà o come male e malessere?

La risposta ce la può dare solo l’autrice, che deve sciogliere per noi i nodi del suo personaggio. Un personaggio, lo ribadisco con convinzione, molto singolare e vero, proprio per le sue contraddizioni e proprio perché calato in questa sua realtà, che probabilmente è quella che vivono nella nostra società persone che possiamo identificare, appunto, col personaggio di Sandra.   

Un libro, dunque, di estremo interesse perché aperto su una tematica scottante, di grandissima attualità, di forte impatto e di  drammatica rilevanza sociale.

 

Milanese, trapiantata a Napoli, Mariacarla Rubinacci esordisce con “Il covo di villa Arzilla” (2002, Guida Editori), cui fa seguito “Il giorno che mi amerai” (2004, Guida Editori) e, sempre con lo stesso editore, nel 2009, conquista il favore della critica con “La fantasia di Francesca”, classificatosi al terzo posto al Premio Emily Dickinson e vincitore del Premio Letizia Isaia (sezione narrativa) e del Premio Megaris.

Nel 2011 pubblica un’altra storia di donne, “La bambola sulla sedia” (Statale 11 Editrice), in cui esplora lo scottante fenomeno dell’anoressia.

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