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UNITRE - Cerimonia di chiusura dell’anno accademico   Si è svolta, nei giorni scorsi,  la cerimonia di chiusura dell’anno accademico 2015/2016...
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Il tempo del vino e delle rose - Caffè letterario piazza Dante 44/45, Napoli - Info 081 014 5940    17 maggio ore 18:00 L'incontro è dedicato a due...
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L’esilio della bellezza   di Gabriella Pagnotta   Qual è il valore del limite oggi? I limiti sono qualcosa da temere, da mantenere, da costruire o da...
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Napoli e il Cinema, una simbiosi in evoluzione   di Marisa Pumpo Pica   Alcuni eventi, verificatisi di recente, hanno fatto battere più forte, in...
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LA COMUNITA’ EBRAICA DI NAPOLI E IL PREGIUDIZIO ANTISIONISTA   Riceviamo e pubblichiamo La Comunità ebraica di Napoli esprime la propria indignazione...
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SEGNALIBRO   a cura di Marisa Pumpo Pica   Le stagioni di una vita di Emilia Menini e Guido Parmegiani Cosmopolis Edizioni Napoli   Questo...
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La scatola di latta   di Bernardina Moriconi   Guardavo stamattina una scatola di latta che, fino ad ieri, conteneva biscotti e ora è in attesa di...
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UNA SORGENTE DI ACQUA DOLCE IN MEZZO AL MARE   di Luigi Rezzuti   Nella splendida costa orientale della Sardegna, tra le splendide calette del Golfo...
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“L’UOMO NELLA STORIA”   Giovedì 14 dicembre 2017, alle ore 19,00 la ModartGallery di SABINALBANO, salita Vetriera, 15 Napoli, presenta la mostra...
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ANTICHI SAPORI   di Luigi Rezzuti   Con l’avvicinarsi della stagione invernale mi sono tornati alla mente gli antichi sapori di una volta, tra cui...
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Miti napoletani di oggi.25

LA PIZZA

 

di Sergio Zazzera

 


C’era una volta la pizza, che qualcuno riteneva discendente delle “mense”, vale a dire quei dischi di pane che, secondo la narrazione omerica, avevano la funzione degli odierni piatti e che al termine del pranzo erano dati come avanzi ai servi. Altri, viceversa, la consideravano nata a Eleusi, col nome di πλάξ. E in principio era quella più semplice, nota col nome di “napoletana” (aglio, olio, pomodoro, origano, basilico), poi soppiantata nei gusti dei napoletani dalla celeberrima “margherita”, che Rafiluccio Esposito, marito di Giovannina Brandi, titolare della non meno celebre pizzeria di via Chiaja, inventò in onore dell’omonima regina. Altre ancora ne vennero, come l’ormai scomparsa pizza “alla mastu Nicola” (‘nzogna, caso e vasenicòla) o come il tuttora trionfante cazóne (ripieno di salame – non prosciutto –, ricotta e mozzarella, condito con sugna – non olio –), con la sua variante fritta, detta “oggi a otto”, perché acquistata a credito.

La progressiva mitizzazione della pizza cominciò con la proposta di varianti, come la “quattro stagioni” (quattro spicchi di gusti differenti) e la “capricciosa”, spuria, perché di tradizione romana, nella quale i gusti sono ben più di quattro e tutti mescolati in maniera assolutamente casuale.

Il vero e proprio mito – vale a dire, il linguaggio falso – della pizza, però, è venuto formandosi lungo diverse direttrici. La prima è quella di una nouvelle cuisine quanto mai cafona, che guarnisce la pizza con lasagna, pasta e fagioli, parmigiana di melanzane e perfino baccalà. La seconda è quella di “templi” di un tempo – e valga per tutti l’esempio di Michele al Trianon –, che l’elevato tasso di frequentazione ha ridotto press’a poco al rango di fast food, nel senso di un “mordi e fuggi”, al quale ti costringe la fila di avventori che si accalca all’ingresso, in attesa di poter occupare il tuo posto. Il tutto, anche a scapito della qualità dell’offerta, tutto sommato, ancora positiva, ma più che un tantino lontana da quella di una volta. La terza è la conseguenza dell’“espatrio” della pizza: la si può mangiare a Milano cotta in forni al kerosene, a Roma con una consistenza pari a su pani carasau dei sardi, a New York in forma di pizza pie, delle dimensioni di una ròt’’e carro (laddove quella autentica non deve debordare dai margini di un comune piatto da pietanza). Insomma, povera pizza.

(Luglio 2014)

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