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AL MUSEO DUCA DI MARTINA   (Febbraio 2017)
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CHE COSA SIGNIFICA FARE VERA POESIA

 

di Sergio Scisciot

 

E’ bello, soddisfacente, legittimo stendere sulla carta bianca che attende docile i sensi del proprio cuore emozionale. Dirlo!

Spesso, tuttavia, si formula un discorso in prosa che dovrebbe apparire poesia perché la frase è tagliata e resta quel tale tratto bianco a destra della pagina…

Spesso ciò che si è scritto è una semplice pagina di diario, una notazione come tante, c’è un forte sentimento, una breve preghiera rivolta a Dio o alla Vergine: non è poesia.

Il “poeta” si è soffermato su di un caso particolare, su una situazione, su una bella cosa che ha visto e ha voluto dirla così come l’ha sentita,calda calda, sensibilmente precisa (sin troppo!) ed è rimasta una situazione particolare che non dice altro al di fuori di essere descritta.

Perciò mai rimanere al bozzetto (cosa molto difficile a realizzarsi nel modo migliore) mai usare parole tecniche, specifiche, mai dire di fatti di cronaca vicina, mai parlare di cose vicinissime alla vita di tutti i giorni; il lontano, il remoto, l’ombroso, l’incerto, diceva Leopardi, fanno già molta poesia.

Bisogna oltrepassare la situazione da cui si parte e farle dire tante altre cose. E non con parole alate ed eccezionali, ma il più possibile semplici e pur capaci di suggerire al lettore una marea di sensazioni ed emozioni che egli si aspettava. Scatenare nel lettore, oltre il testo, un suo ipertesto. Tanto da fargli esclamare: “Ma come ha fatto a dirlo!”

Pensa alla poesia “Pianefforte ‘e notte” . Semplicità. Eppure il fascino è in certe parole: “notte”, “luntanamente”, o “na musica se sente” – ma quale? è l’indeterminato che affascina – “suspirà”: tocco magico: non è la musica che sospira ma è l’animo solitario dell’autore che vorrebbe sentire cantare una “bella voce” per sollevare il suo cuore. Ma “sulitario e lento more ‘o mutivo antico”: fascino delle cose lontane, oh quanti ricordi! Il poeta non lo dice, ma lo scatena nei cuori dei suoi lettori.

E tutto si fa più scuro nell’ oscurità  di un cuore solitario, di una notte stellata.

Il poeta ha parlato tanto di sé parlando di un motivo che viene da lontano; ha confessato le nostalgie e i segreti oscuri della sua vita e noi siamo con lui.

O meglio viviamo la nostalgia pungente di lontananze sfumate, viviamo l’angoscia che ognuno prova di fronte a cose tropo belle. Ecco l’effetto della poesia che ha superato tutti i motivi descrittivi.

Eliminando quello che è un particolare banale (che a te sembra chissà che) cominci ad essere lirico quando cerchi d’inserire quel dettaglio nel mondo intero di cui fa parte, nell’universo di tutto ciò che gli è vicino, analogo, somigliante, carico di echi.

E perciò devi dare a quella tal cosa che stai scrivendo un privilegio di suggerimenti e di allusioni che la sola notazione sensibile non può dare. Allora potrai cercare parole che parlano di più di quello che dicono, se sono inserite in un contesto libero ed emotivo e ti avvicini al linguaggio lirico che sa dire ciò che la prosa non sa fare perché non è emotiva, è “prosastica”, riferisce soltanto. E tu, poeta, leggi molto dei veri poeti, impara, osserva e lima, correggi, riscrivi, ma sappi che, dietro la vera e forte poesia, c’è e ci deve essere tanta cultura che sostanzia e sostiene, ma che alla fine non compare. Quindi fuggi il particolare che rimane tale, la nota, la curiosità che vorrebbe colpire. Cerca di capire che un dettaglio è il segno di tante cose e si ricollega a tante altre dell’intero universo.

Dì cose semplici, ma dì tutto l’impossibile, quello che proprio alla poesia è permesso di dire e alla prosa no.

Rifuggi dai bozzetti sulle vecchie situazioni napoletane, sociali e familiari, perché mai fanno sorridere. Evita le manierizzazioni trite della mentalità napoletanesca.  Sono cose vecchie e umili: non fanno poesia.      

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