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Miti napoletani di oggi.26

POSILLIPO

 

di Sergio Zazzera

 

Per gli antichi era il luogo di pace, di riposo, di distensione, per eccellenza, come già sta a dimostrare l’etimologia del nome (< παύω + λυπή), e di quella pace, di quel riposo, di quella distensione parlano le canzoni che poeti e musicisti napoletani gli hanno dedicato (Pusìlleco addiruso, di Ernesto Murolo e Salvatore Gambardella, 1904; Ll’addio, di Libero Bovio e Vincenzo Valente, 1923; Piscatore ‘e Pusìlleco, di Ernesto Murolo ed Ernesto Tagliaferri, 1925).

Prediletta dalle personalità più in vista dell’età romana, ne conserva le tracce, fra l’altro, nella “Scuola di Virgilio” e nella “Grotta di Seiano”. Tale predilezione, poi, continuò nel ‘600, quando il viceré Medina de las Torres vi fece costruire da Cosimo Fanzago il “Palazzo Donn’Anna”, residenza della sua consorte Anna Carafa, e nei secoli successivi, quando le migliori famiglie napoletane vi si fecero costruire splendide dimore, come villa Roccaromana, villa Gerace, villa Bechi (poi Beck), villa Martinelli, fino a villa Rosebery, divenuta poi residenza del re e oggi del Capo dello Stato.

Il mito (= linguaggio falso) di Posillipo ha cominciato a nascere alla metà del secolo scorso, quando, accanto a vere e proprie opere d’arte, come villa Oro e villa Savarese, ideate dal genio di Luigi Cosenza, la speculazione edilizia del “laurismo” diede vita a veri e propri scempi, come i parchi Sagliocco o come il comprensorio di “falsa edilizia popolare ed economica” sorto accanto al parco Del Vecchio, in via Nevio, e come le tante ville appartenenti a figure del mondo dello spettacolo, dello sport e perfino della criminalità, organizzata e non. Da quel momento, infatti, Posillipo ha cessato di essere luogo di delizie, per assumere la fisionomia di status symbol, svuotato delle connotazioni positive, che fino a quel momento lo avevano caratterizzato.

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