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SESSO, SANGUE, SOLDI

 

di Peppe Iannicelli

 

Quando c’insegnavano come attirare l’attenzione dell’opinione pubblica su di un evento, i nostri maestri di giornalismo raccomandavano di abbondare con queste tre S. Sesso, Sangue, Soldi: un trinomio-calamita che i mass-media alimentano con dettagli morbosi, idonei ad assecondare gli istinti più beceri dei destinatari.

Ho cominciato ad ascoltare queste lezioni trentacinque anni or sono e non ne sono mai stato del tutto convinto. In un’altra aula m’insegnavano che, se porgi noccioline, non puoi che attirare scimmie; insomma sono i giornalisti che dovrebbero indirizzare il gusto del pubblico e non il contrario. Ma, purtroppo, ho smesso da tempo d’illudermi di questo potere pedagogico. Anzi ho constatato una reciproca coazione negativa tra pubblico e giornalisti, un circolo vizioso soffocante ed inestricabile nel quale più pompi Sesso, Sangue e Soldi più te ne vengono richiesti. 

L’esperienza maturata in sette lustri di attività giornalistica conferma che i cinici maestri del mestiere avevano ragione. Oggi, come allora, il pubblico si appassiona alle storie di Sesso, Sangue, Soldi. Se possibile, questa attenzione diventa sempre più spasmodica quando ad essere vittime degli episodi criminali sono ragazzine o giovani donne. In questi casi la ricerca di dettagli morbosi diventa crudele, svelando particolari che nulla hanno a che vedere con il diritto di cronaca dei giornalisti ed il diritto d’informazione di lettori e spettatori.

Le cronache giudiziarie di queste settimane sono piene di esempi eloquenti che alimentano un mercato editoriale in crescita costante. Mentre molte trasmissioni televisive fanno fatica a mantenere l’audience nei parametri fissati, mentre tanti rotocalchi chiudono i battenti, trasmissioni e riviste dedicate alla cronaca dei delitti più efferati continuano a conseguire profitti mostruosi. La vita delle vittime e dei presunti colpevoli viene passata al setaccio senza nessun riguardo per la dignità umana mescolando anche la cronaca nera con la fiction, il reality, il gossip.

Purtroppo, in alcuni casi, sono gli stessi familiari delle vittime ad alimentare questo business mostruoso come ad esempio nel caso di Avetrana dove alcuni protagonisti hanno incassato somme di denaro importanti per rilasciare alle telecamere la propria verità in esclusiva. In quei giorni il fino ad allora sonnolento paesino pugliese è diventato un gigantesco set televisivo in funzione ventiquattro ore su ventiquattro.  

Nulla è stato risparmiato senza alcun riguardo per l’intimità della giovanissima vittima della quale sono stati svelati i primi innamoramenti. Ai fini della comprensione del delitto di Avetrana, il filmino della Prima Comunione di Sara Scazzi o le confidenze sul suo diario sono una strumento di approfondimento della vicenda o l’esca per strappare lacrime di commozione a beneficio degli appassionati crescenti del genere horror? 

Mostrare in televisione il reggiseno della povera Yara Gambirasio è un documento giornalistico o una squallida sbirciata dal buco della serratura? E che dire della descrizione minuziosa dei festini consumati nella villetta di Perugia dove è stata uccisa Meredith Kercher: solo diritto di cronaca o eccitazione perversa degli animi ? O cosa pensare sull’opportunità di far riferimento alla  sequenza di amanti veri e/o presunti della povera Elena Ceste?

Sesso, Sangue, Soldi. I soldi con i quali sono comprate le clamorose esclusive. Ma è ancora giornalismo questo? Si può definire inchiesta, il convincere la madre di una ragazzina seviziata a comparire in televisione dietro lauto compenso per pagare le spese legali ?

E’ dovere di noi comunicatori interrogarci sul senso ed il fine del nostro lavoro senza dimenticare che – nella terza aula della ipotetica aula di giornalismo – c’insegnavano anche domandarci sempre prima di scrivere: “e se questo fosse accaduto a mia madre, mia figlia, mia sorella”. E’ il principio della continenza, ma forse tanti colleghi giornalisti nel giorno della spiegazione erano assenti ingiustificati.

(Gennaio 2015)

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