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Lo scultore Giovanni Tizzano

 

di Antonio La Gala

 

Giovanni Tizzano, annoverato fra gli scultori italiani del Novecento di rilievo, nacque a Napoli, ai Ventaglieri, il primo febbraio 1889.

Svolse a lungo il mestiere di Guardia Finanziaria lungo la costa amalfitana, passando poi alla Questura, prima di dedicarsi totalmente alla scultura.

Abitava in una casa piccola in un vicolo di Antignano, al Vomero, circostanza che gli consentiva di modellare solo opere di dimensioni ridotte.

Alla fine degli anni Venti, il pittore Giuseppe Casciaro, anch’egli abitante al Vomero, si accorse di lui e, per consentirgli di lavorare con maggior libertà, gli mise a disposizione il cantinato della sua villa di Via Luca Giordano.

Tizzano, proprio in quel momento, era incoraggiato dai consensi ottenuti in occasione della partecipazione alla Biennale di Venezia e desiderava scolpire opere di grandi dimensioni. Fu, quindi, ben lieto di accettare la generosa offerta del pittore.

Fu in quel periodo che nacquero le sue opere di dimensioni maggiori.

Dopo qualche anno, lo scultore da lì si trasferì nella Villa Merola, in Via Belvedere, sempre al Vomero.

Allora quella zona era ancora agreste: la nuova casa del Tizzano era una rustica costruzione con uno scantinato ed un’alta torre. In questi ambienti Tizzano si sentiva a suo agio e quello fu per lui un periodo di grande fervore creativo.

Artisticamente parlando, Giovanni Tizzano salì alla ribalta nel 1928, quando partecipò alla XVI Biennale d’Arte della Città di Venezia, dove espose la “testa di bimba” detta anche “Erminia”.

Fu molto significativa la sua partecipazione alla Biennale di quell’anno, perché quella fu la prima edizione in cui si dette spazio alle forme espressive moderne europee, sulla cui scia il nostro scultore si muoveva.

Lo stile del Tizzano rappresentava una novità, a metà fra realismo e impressionismo.

 

Dopo quell’occasione Tizzano partecipò ancora ad altre prestigiose mostre nazionali ed internazionali, nonostante la ritrosìa ad esporre le sue opere.

Produsse una gran quantità di sculture di piccole dimensioni, per lo più testine che raffiguravano bambini dagli occhi spauriti, di giovanette, di mascherine.

Il modellato delle sue testine è dolcissimo, i sorrisi impalpabili, quasi leonardeshi, la levigatezza quasi barocca, sebbene tutto il suo stile si avvicini parecchio all’impressionismo.

Non sappiamo se la scelta di scolpire opere piccole piuttosto che grandi, sia stata una sua scelta artistica o piuttosto il retaggio dell’abitudine dei primi tempi quando scolpiva in spazi angusti, oppure perché non ebbe mai a disposizione i soldi per tradurre in bronzo le sue creazioni.

Forse le difficoltà economiche dello scultore vanno anche attribuite all’avversione a vendere le sue opere, a cui si affezionava.

Nel dopoguerra, quando l’avanzata del cemento distrusse Villa Merola e dintorni, per trasformarla nella squallida distesa di condomini situati fra Via Belvedere e Via Cilea, il Tizzano dovette sloggiare.

Gli fu trovata ospitalità in un modestissimo “quartino” nelle case popolari, inizialmente dette “dei sinistrati”, di Via Altamura, sempre al Vomero, dove continuò a lavorare, fino a quando morì, povero come visse, il cinque novembre 1975.

(Gennaio 2015)

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