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LA PROFESSORESSA

 

di Luigi Rezzuti

 

Dalla cattedra la professoressa V. E. tuonava.

Gli alunni della prima e seconda fila, che occupavano i banchi centrali, tremavano come fuscelli al vento, intimiditi dall’insegnante e dal tono della sua voce.

La prof. V. E. era famosa, infatti, per le sue urla e la prima cosa che doveva imparare un alunno della scuola media “Dante Alighieri” era come scegliere il banco in cui sedere.

Per tre anni i timpani di Luigi furono trafitti dagli acuti di colei che tutti chiamavano “la terribile urlatrice”.

Ma, in fin dei cinti, la prof. non era cattiva.

Non era una di quelle insegnanti sempre sorridenti, che poi ti appioppava una nota se ti scappava una chiacchiera col compagno di banco oppure se non ti eri fatto in quattro nell’esecuzione del compito a  casa o se chiedevi di uscire durante l’ora di lezione.

Era soltanto una di quelle persone convinte che ogni urlo equivalesse ad avere ragione.

E urlava, urlava … sicura che ogni sua parola fosse più vera, meglio assimilata dai ragazzi e una garanzia per tenere desta la loro attenzione.

In realtà, nella scuola tutti la prendevano in giro, i colleghi insegnanti e i bidelli la guardavano con sufficienza, additandola come un caso tipico di “povera professoressa isterica”.

I ragazzi erano divisi tra la compassione e i sorrisetti con gioioso sfregamento di mani quando la lezione era terminata.

Luigi, allievo di terza G, era ormai un veterano, era sopravvissuto per tre anni alla furia dell’insegnante che, tra una spiegazione e l’altra, terrorizzava i suoi alunni con i voti, ma anche con le urla.

Luigi le aveva escogitate tutte per difendere il suo animo di ragazzino e soprattutto i suoi timpani.

La soluzione migliore e definitiva era stata quella, in seconda media, di investire la sua paghetta settimanale nell’acquisto di una confezione di tappi auricolari.

I decibel diminuivano e le urla della prof. diventavano parole normali per le sue orecchie, tanto che riusciva a restare sempre attento e perfino ad  apprezzare ciò che l’insegnante diceva.

Era un discreto alunno ed anche un tipo fantasioso, burlone e pronto ad afferrare tutte le possibilità per divertirsi e divertire i suoi compagni di classe.

In quella settimana la professoressa spiegava le evoluzioni dell’abbigliamento nel corso dei secoli e Luigi aveva deciso di onorare quelle apprezzate nozioni con un suo personale intermezzo.

Così, mentre suonava la campanella nell’intervallo che divideva un'ora di lezione dall'altra, con la complicità di alcuni compagni, ben svegli come lui, si travestì da Zorro e fu un giochetto infilarsi nell’armadio di classe, per una uscita sorprendente durante l’ora della professoressa.

Terminata la ricreazione, infatti, quando il silenzio riavvolse gli alunni e le urla ricominciarono a sopraffare tutta la classe, nella disquisizione sul confronto tra gli eccessi di un abito settecentesco e la semplicità di un vestito del secondo Novecento, in una piccola pausa di silenzio, Luigi balzò fuori dall’armadio, nello splendore del suo travestimento da Zorro, con la maschera di rito e tanto di spadone sguainato.

La prof., sopraffatta dallo spavento, rimase a bocca aperta, priva di parole e di urla.

La dentiera le cadde con un piccolo tonfo sulla cattedra.

Gli allievi esplosero tutti in una sonora risata e Luigi, disorientato da quando stava accadendo, uscì di corsa dall’aula, attraversò tutto il corridoio, scese le scale in un battibaleno, aprì la porta della presidenza e si rifugiò, piangendo, fra le braccia della Preside.

Tra i singhiozzi e un racconto confuso su ciò che aveva fatto, confessò che le urla erano di gran lunga preferibili alla vista della bocca sdentata dell’insegnante.

Ci volle un pò di tempo e tutta la pazienza della Preside per capire quanto era accaduto e per risolvere la situazione. Placare la professoressa, calmare la classe, ormai del tutto indisciplinata e pensare ad una punizione gusta per Luigi non fu cosa facile.

Alla fine tutto si risolse con la richiesta di scuse e di perdono da parte  di Luigi in lacrime che, da ragazzo furbo e intelligente, si era accorto subito del guaio che aveva combinato.

La prof. gli concesse il perdono e da quel giorno imparò, a sua volta, a mantenere un tono di voce più basso.

Col passare degli anni Luigi diventò un uomo in carriera, rispettato e amato dai suoi dipendenti.

L’esperienza vissuta da alunno gli era servita.

Le riunioni con i suoi dipendenti erano sempre molto interessanti e seguite. Il suo tono di voce era proprio quello giusto, tale da non far addormentare mai chi lo ascoltava, nemmeno nelle giornate di primavera inoltrata. E fu proprio in una di queste belle mattinate  che,  nella sala della direzione, in occasione di una pacata riunione aziendale, d'improvviso volò una cicala.

Era forse l’anima della professoressa V. E.

(Aprile 2015)

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