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Napoli parlava greco e latino senza andare al liceo

 

di Antonio La Gala

 


Napoli continuò a parlare greco, la lingua dei suoi fondatori, per lungo tempo ancora dopo essere stata conquistata dai Romani.

C’è da presumere quindi che i nostri antenati, nel lungo periodo di passaggio dall’una all’altra lingua, nella fase della loro coesistenza, sapessero districarsi con disinvoltura fra aoristi greci e consecutio temporum latina, senza andare al liceo Umberto o al Sannazaro.

In latino sicuramente “andavano bene”, visto che Napoli e la Campania trovano un posto di tutto rispetto nella letteratura latina.

Nella città campana di Atella, nacquero le Atellane, dialoghi buffoneschi recitati da “cabarettisti”, basati sull’improvvisazione, con personaggi a tipo fisso, un po’ come nella commedia italiana dell’arte del Sei e Settecento.

Alle Atellane si ispirò Gneo Nevio, nato a Capua nel 270 circa a.C., un poeta ribelle, un arrabbiato contro i nobili romani.

Pompei rivendica il riconoscimento di patria natale di Tito Lucrezio Caro.

Nel I sec. a.C. Napoli divenne faro della dottrina epicurea: vi insegnarono Sirone, nel suo hortus di Posillipo (poi acquistato da Virgilio), e Filodemo di Gadara, nella villa di Calpurnio Pisone, poi detta “dei papiri”, ad Ercolano.

A Napoli nacque, attorno al 40 d.C., Papinio Stazio.

Questi, avendo vinto a Napoli alcuni premi, ritenne di poter sfondare pure nella capitale, a Roma, ma non vi riuscì.

Nel 94, stanco e bisognoso di sonno, desiderava tornare nella città natale, forse anche perché preso dalla nostalgia che colpisce molti napoletani emigrati. Dovette faticare non poco per convincere la moglie, una romana vedova di un musicista, che amava  il “giro” del gran mondo della capitale. Per convincerla Stazio le decantava in versi le bellezze del golfo di Napoli (Silvae, libro IV), aggiungendo che alla fine dei conti da Roma a Napoli si va in una sola giornata: “Qui primo Tyberim reliquit ortu / Primo vespere navigat Lucrinum” (cioè chi lascia il Tevere all’alba, al tramonto naviga a Lucrino). Riuscì a convincerla e morì a Napoli attorno ai sessantacinque anni.

Stazio diceva la verità a proposito della facilità di collegamenti fra Roma e Napoli. Infatti i Romani, in un primo tempo, raggiungevano la zona flegrea attraverso l’Appia (diramandosi da Capua attraverso la Via Campana), ma, in età imperiale, dopo che avevano valorizzato la zona, vi arrivavano velocemente attraverso la Domitiana, l’autostrada A1 dell’epoca.

I mezzi più veloci percorrevano il tratto, appunto, fra l’alba e il tramonto.

Non napoletano, ma legato ad eventi napoletani, fu Plinio il Vecchio, il comandante della flotta romana insediata a Miseno. Egli, al verificarsi dell’eruzione del 79 d. C.,  veleggiò verso Pompei per portare soccorso e per studiare il fenomeno, lasciandovi la vita. 

Su tutti i letterati latini, legati a Napoli, spicca il nome di Virgilio, il cui rapporto con Napoli è troppo importante per occuparcene qui a volo d’uccello.

(Maggio 2015)

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