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L’eruzione vesuviana del 1906   di  Antonio La Gala   Il 7 aprile del 1906, il giorno prima della Domenica delle Palme, il Vesuvio si ripresentò con...
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Il tempo del vino e delle rose Caffè letterario piazza Dante 44/45, Napoli Info 081 014 5940   Domenica, 25 novembre, ore 10:30, per la Rassegna "La...
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“Pagine” di Vincenzo Aulitto e Francesco Lucrezi     Mercoledì 13 dicembre 2017 alle ore 17 presso Movimento Aperto, via Duomo  290/c Napoli si...
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IL TEATRO A NAPOLI   a cura di Luigi Rezzuti   Napoli è una città che trova svariati modi di esprimersi, dalla poesia alla musica, dal teatro al...
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EDUARDO DOPO EDUARDO   di Sergio Zazzera   Durante la sua vita, Eduardo de Filippo concesse i diritti di rappresentazione dei suoi testi teatrali...
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La D’Ovidio Nicolardi fa il pieno all’open day   di Annamaria Riccio   Grande affluenza di genitori e studenti che, in una piovosa mattinata di...
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Miti napoletani di oggi.37

PIANURA

 

di Sergio Zazzera

 

La Pianura di mezzo secolo fa era la diretta discendente di quell’antico casale di “Planuria”, dove, già verso la metà del secolo XIII, era sviluppata l’attività delle cave di pietra: c’erano la piazza con la chiesa di San Giorgio, la strada che saliva verso Marano e il Vomero, quella che andava verso Soccavo e la Pigna e quella di Montagna Spaccata, lungo la quale erano i terreni coltivati, che, poi, dopo la deviazione per Astroni e Agnano, continuavano soltanto sul lato destro. Su quello sinistro, parecchio più a ovest, erano insediate le discariche dei rifiuti, che si mantenevano a distanza anche dal Villaggio Italsider, che fu realizzato verso la metà del secolo scorso.

Successivamente, negli anni settanta di quello stesso secolo, vi fu la progressiva urbanizzazione, non sempre (anzi, di rado) legittimamente assentita, di Pianura, con l’espansione proprio in direzione di Pozzuoli e Quarto, e da quel momento le discariche cominciarono a dare fastidio. Dunque, poiché con le buone maniere si ottiene tutto, e talvolta anche di più, chi aveva costruito, più o meno abusivamente, pretese – e, purtroppo, ottenne – la chiusura di quegl’impianti. E le pretese continuarono, anche con la violenza, come conseguenza di una politica che, avendo prestato ascolto alle rimostranze della prima collettività che s’è rifiutata d’accogliere un impianto di smaltimento di rifiuti sul proprio territorio, non sa più che cosa rispondere a chi domanda: «Perché a quelli sì e a noi no?». Nel che, com’è fin troppo evidente, consiste il mito.

(Ottobre 2015)

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