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DADY E CLAUDETTE

 

di Luigi Rezzuti

 

 Dady era un irriducibile drogato, voleva semplicemente “sballarsi”, non voleva essere salvato.

Per una serie di fatali circostanze, finì in una comunità di recupero, dove conobbe Claudette, una giovane assistente sociale.

Claudette era una tenace assistente. Dady era, invece, un riluttante assistito.

Lei, nata da un calcolo errato tra un rozzo avventuriero di provincia e una procace contadinotta, era stata concepita nel retrobottega di una birreria, tra le urla chiassose dei clienti sbronzi.

Nacque prematura e ansiosa di aprire gli occhi al mondo, nel salone di un oratorio dell’Azione Cattolica.

La madre morì dopo il parto, il padre emigrò in Polinesia, in cerca di fortuna. Fu adottata dalle suore e allevata in un convento di “Carmelitane scalze”.

Venne su pasciuta e cicciottella, indottrinata verso le opere pie, educata come una seminarista, con l’impegno socio-assistenziale e con l’animo predisposto all’aiuto ai bisognosi.

Fin da piccola, fu spinta verso i sani valori della vita dagli insegnamenti della catechesi e si ritrovò sempre più spesso con la corona del rosario in mano.

Col tempo aveva assunto una visione della vita, ispirata agli ideali di sante,  martiri e missionarie.

Avrebbe voluto, da grande, fare la crocerossina, la suora o l’assistente sociale.

Le era stato insegnato che, per una condotta esemplare, avrebbe dovuto accettare il sacrificio, le privazioni e donarsi con amore ai bisognosi.

Lui, Dady, invece, era nato dall’ironia delle circostanze. Concepito incautamente nell’area del “sottocoperta”  di un mercantile, per tutta la vita subì sempre l’attrattiva del mare e il fascino del viaggio.

A differenza di Claudette, era vulnerabile e strafottente, romantico e criminale, genio e sregolatezza, incanto e perdizione.

Tutto ciò comportava un’insana attitudine al peccato e al vizio. Era completamente preso da un’inquietudine esistenziale, che lo spingeva al rischio e al piacere del gioco.

Cresciuto nelle gallerie d’arte, nelle cantine  borghesi della clandestinità, nelle accademie filosofiche tra stravaganti idealisti, intellettuali e “artigiani del libero pensiero”, nell’ infilare un ago nelle vene, cercava la via delle stelle.

A questo punto fu quasi inevitabile che finisse tra i tossici, per  diventare l’assistito ideale.

Dady avrebbe voluto fare l’astronauta, Claudette, invece, avrebbe voluto essere solo una brava assistente sociale.

Lui, affascinato da ogni forma d’arte, tra cui, soprattutto, pittura e poesia, godeva dei piaceri estetici, dell’estasi di un’aurora.

Lei, queste cose astratte le snobbava, le ignorava, non riusciva a capirle e preferiva compiacersi dei pettegolezzi provinciali. Questo la divertiva, di questo era felice e le bastava.

Lei, così sempliciotta, non lo comprendeva, amava l’ordinario, il consueto, voleva cose chiare, semplici, normali, mentre lui si sentiva annoiato, tormentato, infelice.

Lei, animata da quella solerte inclinazione missionaria, da componente dell’esercito della salvezza, avrebbe,  in cuor suo, voluto assistere l’intera umanità sofferente.

Claudette aveva dato un alto scopo alla sua vita nella tenacia, nell’amore della  giustizia.

Lui non se ne fregava per niente, non aveva né un credo né una dottrina, rischiava tutto e tutto voleva subito. Insomma, se per Dady la vita era una lotteria, per Claudette era un complicato calcolo matematico.

Lui aveva una sorta di sex appeal da fascino malsano, capelli biondi e occhi azzurri, lei era una bellezza comune, con le lentiggini sul viso, ma era dotata di una vitalità non comune e di un giocondo ottimismo.

Si completavano reciprocamente e, forse contagiati dal virus dell’amore, incuriositi dalle differenze, sedotti da un gioco di aspetti e ruoli diversi, finirono col mettersi insieme e,  senza volere, persero la ragione.

Per lei, così determinata e convinta dei buoni principi morali, dell’ indispensabile esigenza di consolazione degli oppressi, Dady rappresentava l’incarnazione del suo assioma, la vittima giusta del suo apostolato, una persona da assistere, soccorrere, aiutare, salvare.

Per lui, invece,  Claudette rappresentava, forse, un nuovo gioco, la scoperta della normalità. Sentiva per la prima volta uno straziante desiderio di farsi salvare.

E lei fu capace di ridestarlo dal torpore, di farlo sentire ancora vivo, di convincerlo che anche lui poteva essere qualcosa in più di un numero da estrarre alla tombola e a lui piaceva pensare che finalmente qualcuno aveva a  cuore la sua vita e si prendeva premurosamente cura di lui. Era lusingato dalle sue premure e, come spesso accade, si innamorarono.

Ma, se per Dady l’amore era un rilancio d’azzardo, puntato sulla roulette delle passioni, per Claudette era piuttosto una studiata partita a scacchi, con mosse calcolate, logiche razionali e sentimenti controllati.

La sua rigidità mentale le impediva di appassionarsi completamente e di amare, aveva sempre i piedi ben piantati a terra. Le sue paure le impedivano di lasciarsi riscaldare dall’amore, nel timore di bruciarsi alla fiamma rovente della cieca passione. Esitava, indugiava, nel conflitto tra mente e cuore, bloccando le sue autentiche emozioni, inibendo il suo sentimento, il  bisogno di calore. Forse, più che di un uomo da amare, lei voleva un prigioniero da custodire, un selvaggio da educare, un uccello da ingabbiare, un essere da trasformare.

Per Dady, Claudette rappresentava in quel momento il suo  angelo salvatore, la sua ancora. Lei, così baldanzosa, vispa e allegra, semplicemente soddisfatta dall’esito delle cose, aveva lo spirito della crociata e gli aveva ridato fiducia, speranza ed energia.

Si, lei era davvero portata per quel ruolo, era certamente stata designata alla sua propria funzione, era predestinata alla missione della volontaria a tutti i costi.

Furono le coincidenze che permisero a Cupido di scoccare la fatale freccia consentendo all’amore  di germogliare, anche se erano troppo differenti. Troppe le  cose che li dividevano: difformità di vita, di cultura, di carattere, di idee, di sentimenti. Erano, in pratica, due creature poste agli antipodi che, contro tutte le logiche, contro tutto e tutti, avevano deciso di stare insieme, ma non v’era accordo, né sintonia. Pur vivendo emozioni esattamente opposte, si tolleravano sostenuti dall’amore, che promettevano eterno e si auguravano un futuro migliore.

Le cose mutano, si trasformano, finiscono senza una ragione precisa, senza un perché.

Claudette non lo capiva, ma poco a poco qualcosa in lui stava cambiando e, poiché per lei tutto doveva essere misurabile, preciso, credibile, verificabile,  le riusciva difficile riscontrare questa lenta metamorfosi.

Lei voleva puntare sulla vita, a colpo sicuro, chiedeva garanzie, voleva certezze, desiderava vederlo immediatamente rinnovato. Per lui, invece, tutto era aleatorio, vago, incerto. Sapeva che avrebbe dovuto impegnarsi nel fare la cosa giusta e, pur volendolo, trovava ostacoli e difficoltà. Non poteva, in tutta onestà, offrire alcuna stabilità, non poteva francamente rassicurarla nei suoi dubbi, lui che non poteva garantire nemmeno che si sarebbe svegliato all’indomani.

“Le garanzie – diceva – le può fornire soltanto il Padreterno”.

Claudette pensava che quella relazione stava diventando pericolosa perchè lui non sarebbe mai cambiato, avrebbe voluto che il suo Dady fosse di colpo diventato un Santo.

Dady, in quella comunità, aveva dovuto superare immensi sacrifici, rinunce e quant’altro ma le aveva quasi del tutto superate per amore di Claudette.

Dopo dodici mesi di vita, vissuta nella comunità, rientrò, come da programma di riabilitazione, per una settimana nella propria abitazione.

Felice, si recò nel bar più vicino ed acquistò alcune birre per dare sfogo a quella settimana di libertà assoluta, ma Claudette, quando vide quelle birre lo rimproverò imprecando contro la sua irresponsabilità, accusandolo di inaffidabilità.

L’episodio in sè era poco significativo ma fu la goccia che fece traboccare il vaso, malgrado per lui farle un torto significasse “sparare sulla Croce Rossa.”

Quella volta non riuscì proprio a contenersi: un orrendo demone si impossessò del cuore di Dady, provò di colpo un astio indicibile per Claudette ed un impeto di violenza incontenibile gli fece ribollire il sangue. Aveva soffocato per troppo tempo il suo istinto e in quel momento venne fuori la sua natura animalesca.

Fu come assalito da un raptus omicida, che riuscì a contenere con enorme fatica, la guardò come se quello sguardo avesse voluto incenerirla, l’ira lo accecò, fu preso dalla vertigine dell’odio ed esplose in terrificanti imprecazioni contro la candida, ingenua assistente sociale.

Indubbiamente Dady sbagliò, ma i rimproveri, lui che solo per lei aveva accettato tutte quelle rinunce, quei sacrifici del vivere in una comunità, non li accettava.

Claudette, che fino ad allora lo aveva visto così obbediente, comprensivo, accondiscendente, fu colta di sorpresa, rimase stupita, perplessa. Per un attimo si sentì come pietrificata.

Non l’aveva mai visto in quelle condizioni, aveva avuto una reazione spropositata. Quello fu, per entrambi, un istante eterno, unico e definitivo.

Era l’incontro drammatico di due esseri che si trovavano per l’ultima volta  al mondo in un solenne, tragico intenso momento, con l’assoluta certezza dell’inevitabile.

Il tempo si era fermato, lo spazio era svuotato. C’erano solo la sua rabbia travolgente e lo strano stupore e terrore di Claudette.

Dady le urlò che lei era la sua donna e non la sua assistente sociale, ma Claudette ebbe soltanto  paura. Capì che in lei la ragione aveva sostituito il sentimento e la testa era subentrata al cuore.

Fu così che, di comune accordo, decisero di lasciarsi.

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