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IL "RISANAMENTO" DI NAPOLI

 

di Sergio Zazzera

 


Si è soliti dire che non tutti i mali vengono per nuocere, benché talvolta a determinare il nocumento o l’innocuità sia, piuttosto, l’ottica dalla quale li si guarda; ed è, questo, il caso del Risanamento della città di Napoli.

Correva l’anno 1884, quando Napoli fu afflitta dalla più grave epidemia di colera della sua storia. L’evento luttuoso determinò l’approvazione della legge 15 gennaio 1885, n. 2892, che, emanata per eliminare quelle che si ritenne fossero le cause dell’esplosione di quell’epidemia, formulava un progetto di «risanamento» igienico-edilizio di Napoli, da attuarsi col concorso dello Stato, mediante emissione di titoli di rendita sessantennali. Il progetto fu elaborato dalla Società pel Risanamento di Napoli, appositamente costituita, e previde la demolizione di tutti i fondaci e i tuguri esistenti nella vasta area compresa fra piazza Garibaldi e piazza Borsa e la loro sostituzione con edifici in stile umbertino, allineati lungo una nuova, ampia strada, denominata “corso Umberto I”, che, però, i napoletani hanno sempre chiamato “Rettifilo”, con riguardo al suo andamento rigorosamente rettilineo, spezzato soltanto, verso la metà del percorso, dalla piazza intitolata a Nicola Amore (nella foto), sindaco in carica in quel momento, cui pure i napoletani hanno sempre conferito l’appellativo di “Quatto Palazze”, a similitudine dei “Quattro Canti” di Palermo e di Catania.

Nell’operazione, poi, la torinese Banca Tiberina riuscì a infilare, addirittura, il progetto di urbanizzazione della collina vomerese, la cui realizzazione, dopo il fallimento di tale istituto, fu fatta proseguire dalla medesima Società pel Risanamento; e questo progetto prevedeva, oltre agli edifici di architettura umbertina, finanche una serie di villini in stile Liberty.

Ora, però, sarà il caso di riflettere sul “mito del Risanamento”. Ragionando, infatti, per un momento, per absurdum, poniamo pure che si fosse inteso prospettare il trasferimento della popolazione costretta ad abbandonare quei fondaci e quei tuguri, dei quali Matilde Serao scrive: «...v’è di tutto: botteghe oscure, dove si agitano delle ombre, a vendere di tutto, agenzie di pegni, banchi lotto; e ogni tanto un portoncino nero, ogni tanto un angiporto fangoso, ogni tanto un friggitore, da cui esce il fetore dell’olio cattivo, ogni tanto un salumaio, dalla cui bottega esce un puzzo di formaggio che fermenta e di lardo fradicio». Ebbene, dubito che si possa pensare seriamente che la povera gente, che vi abitava, avrebbe potuto sostenere il costo degli affitti in palazzi in stile “umbertino” e in villini in stile liberty, in concorrenza fra loro quanto a eleganza.

(Marzo 2016)

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