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QUALI “PRIMARIE”?

 

di Sergio Zazzera

 


Le “primarie” del 6 marzo scorso, finalizzate alla designazione del candidato alla carica di sindaco di Napoli nella lista del P.D., hanno costituito l’ennesima manifestazione di un coacervo di superficialità, di disorganizzazione, di clima di sospetto, di faide interne, e chi più ne ha più ne metta. E si badi che questo discorso, per quanto mi riguarda, vale per tutte le “primarie”, “comunarie” e quant’altro, da qualsiasi formazione politica e per qualsiasi località esse siano indette; ma mi spiego.

Il meccanismo elettorale del Presidente degli U.S.A. impiega da decenni il sistema delle “primarie”, finalizzate alla scelta dei delegati di ciascuno Stato, i quali, a loro volta, eleggeranno il Presidente. Tale meccanismo è istituzionalizzato, mediante una disciplina normativa, il che consente di ottenere tutta una serie di risultati, dei quali i più importanti sono: a) il controllo dello svolgimento di tutte le operazioni da parte dello Stato; b) la sicurezza che a votare siano soltanto i titolari del diritto di elettorato attivo.

In Italia, viceversa, l’assenza di una normativa che istituzionalizzi le “primarie” ha per conseguenza il fatto che ciascuno si regola come crede. C’è, infatti, chi ripudia un sistema di tal genere, il che costituisce una scelta, benché non da tutti ritenuta accettabile. C’è, poi, chi si affida al web, privandosi, per tal modo, della possibilità di controllare l’identità di chi esprime il proprio voto e, per di più, privando della possibilità di espressione del voto quanti siano digiuni del mezzo informatico ovvero “allergici” allo stesso. C’è, infine, chi mette in piedi un sistema, peraltro anche diverso da città a città, di raccolta del voto senza una preventiva compilazione di liste degli elettori (i quali, perciò, possono votare in più seggi, senza alcun controllo), senza la vigilanza della pubblica autorità – della quale, poi, l’eletto dovrà far parte – e, magari, anche con la pretesa che si corrisponda un “contributo”, foss’anche modesto, per esercitare quello che, in realtà, è un vero e proprio diritto.

Questa, dunque, è la ragione per la quale non ho mai votato, né mai voterò, in una competizione di elezioni “primarie”, almeno fino a quando non interverrà una legge a istituzionalizzarle e disciplinarle. Il che equivale a manifestare la mia rassegnazione; tanto, so perfettamente che una legge del genere, in Italia, non sarà mai emanata, perché sarebbe troppo scomoda.

(Marzo 2016)

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